sabato 4 aprile 2009

Dio salvi la Regina!

Vabbè, questo video che si candida ad essere il cult dell'anno mi suggerisce un paio di riflessioni.

La prima è che Berlusconi, un po' ci fa un po' ci è. Non è la prima volta che dà spettacolo a un summit internazionale. Sia perché è un bauscia, cioè un brillantone che millanta confidenze e amicizie che non ha per mettersi al centro dell'attenzione, sia perché comportandosi in questo modo stringe ancora di più il rapporto col suo elettorato che è talmente ebete da pensare che questi comportamenti siano una ribellione al perbenismo, uno strappo sulla tela irrigidita del protocollo. Ecco, ora ci manca solamente che il bauscia sia considerato una sorta di iconoclasta, baluardo contro l'establishment.

La seconda riflessione scaturisce dai commenti al video che ho letto qua e là su internet e che confermano la mia impressione suddetta, con il popolo del web spaccato in due tra demonizzazione del bauscia ed esaltazione delle sue qualità nazional - popolari.

Internet è diventato una specie di fogna a cielo aperto. La democrazia della comunicazione ad oltranza genera mostri. Non mi riferisco solo al caso specifico. Frequento per interesse personale vari forum, community; leggo i post della gente comune così interventista e morbosa nel presidiare la rete e vi constato un diffuso becerume, una scucitura della cerniera dialettica a favore dell'insulto gratuito, pesante, irrispettoso. E ancora più grave perché scritto, quindi pensato, riletto e non certo figlio di uno scatto di nervi.

Ripenso a quando, una ventina d'anni fa, Radio Radicale aprì le sue linee (verrebbe da dire gabbie...) telefoniche permettendo a chiunque lo volesse di lasciare un messaggio in segreteria telefonica. Ne uscì fuori un quadro deprimente di persone represse pronte a sfogarsi col prossimo usando un repertorio di parolacce disgustoso. E ve lo dice uno che, in quanto a parolacce specie a sfondo sessuale, ha degli standard molto alti. Ma in altri contesti e, spero, con un filo di ironia che in quel caso, come nei commenti sul web è del tutto assente.

Un presidente bauscia e maleducato è il parto mostruoso di un popolo di bauscia e maleducati. E scusate per il collegamento e la conclusione affrettata e semplicistica. Ma son cose che fanno cadere le braccia.

Chiudo dicendo che se c'è una cosa veramente, dannatamente rivoluzionaria ormai, questa è la buona educazione.

E poi...che Dio salvi la regina!

lunedì 30 marzo 2009

Al diavolo il senso di colpa

Il più bel regalo di compleanno me lo ha fatto una celebre sconosciuta.
Pulsatilla - la blogger verde acida più chiacchierata nei bunker degli hikikimori nostrani e che riceve centinaia di commenti pure se posta che ha finito la carta igienica o che il fornaio sotto casa ha un bel pacco– annuncia che avrà molto meno tempo da dedicare al blog perché ha trovato un lavoro dalle 10 alle 19.
Pfui! Io e la mia stupida, martellante autocritica. Sempre a tormentarmi l’anima con le palpebre ostili dopo una giornata in ufficio perché non ce la faccio a rimanere lucido e scrivere qualche cazzata. Finalmente il mio lavoro ha un significato che va oltre i 1000 euro insanguinati mensili: impedire di sentirmi in torto per mancanza di zelo bloggistico, o bloggivero, bloggofilo. Insomma quella cosa lì.
La gente che lavora non ha mica sempre tempo per inchiostrare il monitor di sarcastiche ed egocentriche osservazioni su stesso e il globo terracqueo con tutti i suoi minuscoli (in confronto al globo nonché al pacco del fornaio di Pulsatilla) abitanti.
Per cui posso fregarmene altamente e ri-la-SSA-RMI. E al diavolo il senso di colpa.

Peccato, proprio oggi che la commessa del supermercato aveva un cleavage abbacinante, roba da scriverci minimo mezza pagina.

Peccato perché ci voleva una bella disquisizione sull’ora migliore per consumare un sano amplesso. Meglio in mattinata per dare subito un senso a una giornata che non riserverà imprevedibili godurie? Oppure in zona preserale, come aperitivo prima dell’abbuffata e per facilitare la visione del film avendo ridotto gli ormoni a più miti consigli?
Certo il pomeriggio del sabato sembra che sia stato inventato apposta per arroventati spasmi pelvici, sinceramente molto più eccitanti di un tristissimo tour all’ikea.
E della notte ne vogliamo parlare? Magari dopo un breve pisolino per recuperare le forze? Meglio non parlarne perché già siamo arrivati a quattro. E quattro volte al giorno cominciano ad essere impegnative quando hai solcato un certo confine anagrafico.

Ci sarebbe da scrivere sull’ennesima, sostanziosa lezione di cinema di Clint Eastwood con “Gran Torino”. Sto cominciando a fargli il tifo contro. Se continua a sfornare opere di questa caratura, mi occupa sempre un posto per la top 5 dei migliori film della stagione. Sebbene c’è da dire che un minimo di compiacenza verso il pubblico in “Gran Torino” l’ho notata; molto meglio la subdola cattiveria di “Changeling”. Ma siamo sempre nei paraggi del sontuoso.

Un mio amico, cattolico accanito praticante papaboy antiabortista antidico ecc - insomma con l’identikit completo del supporter vaticanista, esclusa la scarlattina e l’evasione fiscale - ha chiosato la discussione post-calcetto che verteva sulle frasi di Benedetto XVI a proposito dell’uso dei profilattici in Africa consigliandoci di voler bene al papa perché questo è il papa di tutti.
Io invece il papa non me lo inculo di pezzo e anzi nei miei momenti più rabbiosi comincio a considerarlo anche un pazzo criminale se ha la faccia come il culo di andare lì dove i morti arrivano dal suo dio a frotte proprio per colpa dell’HIV e in pratica consigliare a quella povera gente di suicidarsi.
Sempre dal Vaticano è arrivato puntuale il rimbrotto a Barack Obama per la legge che facilita la sperimentazione sulle staminali. Chissà come si dice “sti cazzi” dalle parti di Washington.
Mi sa che il Vaticano sta ai mezzi con le imprese di pompe funebri se continua a lavorare affinché la gente si ammali e muoia. Al diavolo il senso di colpa.
Ovviamente per bacchettare con una pacca sulla spalla il vescovo negazionista William Richardson per il quale l’Olocausto è solamente un refuso sui libri di storia non segnalato dai correttori di bozze ci sono voluti venti giorni e si sono fatti pure rodere il culo perché tirati per la giacchetta da un drappello di pignoli che corrisponde numericamente all’intera opinione pubblica mondiale.
Del resto a Galileo Galilei gli ci sono voluti quasi quattrocento anni per essere riabilitato dalla chiesa. E che diamine! Un po’ di pazienza. E al diavolo il Vaticano.

mercoledì 25 marzo 2009

one step up

When I look at myself I don't see
The man I wanted to be
Somewhere along the line I slipped off track
I'm caught movin' one step up and two steps back



Bruce Springsteen - One Step Up (Official Music Video) - Watch the best video clips here

lunedì 16 marzo 2009

Il corpo e il sangue di Mickey


Un uomo al tramonto che respira l’odore della sua fine cerca di fuggire all’isolamento in cui si è autorecluso da anni per non morire da solo.
Se “The Wrestler” fosse un organismo umano, questa - la fabula - sarebbe lo scheletro. Poi c’è Mickey Rourke, che del film è la carne, i muscoli, gli organi interni, i nervi, la pelle: il corpo e il sangue.
Mickey Rourke è un ammasso di cicatrici e gonfiori, di lividi e ossa rotte, che deambula con la sua andatura pachidermica e stordita, sotto i riflettori del ring dove rincorre i fasti del passato e, al contempo, ai margini di una vita di terza classe, dissipata negli affetti e vicina, troppo vicina al gong ora che il cuore l’ha tradito.
Il suo corpo, martorizzato, paga anni di combattimenti artificiosi ma non per questo meno violenti; la sua anima, gentile e sensibile, vorrebbe sopravvivere fuori dal quadrato ma è impossibile rientrare dalla finestra del mondo dopo che sei uscito dalla porta. Solo l’affetto della spogliarellista di un night club illumina con un sorriso la sua vita spettrale. Anche lei è un’anima persa che, come il tamarrissimo wrestler, usa il suo corpo per far soldi, in performance menzognere di gemiti e lap-dance per un pubblico greve ma, ed è quello che conta, pagante.
Almeno lei non ha il volto deformato che è poi quello vero del Rourke attore, del Rourke uomo che ha rifiutato Hollywood e la sua omologazione e, nel momento del massimo fulgore della sua carriera, ha trovato le porte chiuse e si è messo a fare il pugile.
Era tanto che non si vedeva un attore incarnare (mai verbo fu più appropriato) il suo personaggio fino a trasfigurarsi con esso, fino a raccontare in quel rottame abusato di steroidi la propria biografia, la propria personale ghettizzazione. Ecco perché fa un po’ ridere il fatto che l’Oscar per il miglior attore sia andato a Sean Penn per “Milk”: mai scelta poteva essere più politicamente corretta e conservatrice. Perché se il militante gay raccontato da Gus Van Sant è l’esempio di come un grande attore riesca a far vivere un personaggio in virtù della sua immensa professionalità, a costruirlo in laboratorio; il tamarro meschato di Mickey Rourke è il cinema che si fa passione, intesa in senso cristologico, di calvario, di ferita inferta su se stesso e offerta in sacrificio per il pubblico. Fa nulla se il film gronda un po’ di retorica qua e là. Fa parte del gioco. E’ un ammiccamento all’enfasi pomposa del wrestling che, come il cinema, si basa su un tacito accordo tra chi lo pratica e chi lo guarda. La magia sta nel fatto che da questa artificiosità emerga un’identità attendibile, palpabile come un pezzo di carne, vera anche all'esterno dei bordi dello schermo. L’identità di un uomo che sul corpo indossa la mappa del suo passato incancellabile fatto di tagli, segni, trionfi e tracolli. Il corpo e il sangue di Mickey offerti in sacrificio per noi.

giovedì 26 febbraio 2009

La fine delle illusioni


Parto da una definizione vaga e molto poco professionale, con una di quelle frasi che direi se venissi interrogato all’uscita della sala, col popcorn ancora tra gli incisivi: Revolutionary Road non è un grande film, però è un film che fa centro. Non è un grande film perché al suo interno il cinema fugge verso il teatro, intrappolato nella logica delle scene madri e del campo/controcampo; è lì che cerca il decollo, trainato da Leonardo Di Caprio (bravo) e Kate Winslet (formidabile, come sempre), arricchito da un gruppetto di comprimari di gran classe (i comprimari, uno dei punti deboli del cinema italiano) specie Michael Shannon che fa il matto e dice la verità con tempismo crudele e senza eufemismi. Non è un grande film ma non è consolatorio come quel bluff chiamato “American Beauty” con cui lo stesso regista, dieci anni fa, rimproverava le coscienze benpensanti offrendogli troppe vie d’uscita. Non è consolatorio soprattutto se si entra in empatia col tormento interiore del racconto che è il lento naufragio di una donna (consapevole) e di chi la circonda (inconsapevoli) verso la schiavitù dell’anonimato esistenziale. In breve: America, anni ’50, superficie linda e pinta, frutto del boom del Dopoguerra e dell’onda lunga del New Deal; coniugi insoddisfatti, lei è più coraggiosa e spinge per vivere la vita nella sua pienezza convincendo lui a trasferirsi a Parigi. Lui, impiegato ‘invisibile’ in un’azienda con spazi open space dove sei un numero e non una persona. Fuori l’ombra del conformismo si allunga sui giardini curatissimi delle case di provincia che sono una specie di parto architettonico plurigemellare. All’inizio entrambi se ne fregano di quello che sarà, lì in Francia. Poi per lui arriva l’occasione di una promozione, di un progetto aziendale, di un ingresso nel futuro: i computer. E tutto cambia con l’aggiunta di un imprevisto chiamato gravidanza. Per lei è l’horror vacui, per lui Parigi diventa uno spreco di risorse, un salto nel buio inaccettabile. Litigi furiosi, desideri di aborto, verità nascoste. Poi il tragico epilogo. C’è una scena,la migliore del film, nel sottofinale, e guarda caso non si parla, ma si scruta nell’ombra e dentro se stessi con i due coniugi distanti: lui nella casa, lei nel bosco a prendere una decisione, quella decisione da cui non si torna più indietro. E’ il momento in cui il film ha la svolta, non solo narrativa ed estetica, perché ritrova il suo senso e mette le radici ad un’idea ambiziosa permettendo di riformulare in positivo anche ciò che di poco convincente si era visto sin lì.
Il supplizio di una vita sprecata non è nella rassegnazione (quella che coglie Di Caprio su una panchina nell’inquadratura finale), non è nel lutto da elaborare, ma nella graduale, ipnotica presa di coscienza che le illusioni sono finite, che chi non ha talento è perduto, che dietro i falsi miti della vita agiata, del ruolo sociale e dell’American Way of Life non c’è nulla, nemmeno un fantasma, forse solo una macchia di sangue che sgocciola sulla moquette. La moglie ritorna dal bosco e si appresta per l’ultima recita prima di decidere per sé, per il suo corpo, per la sua vita e la sua morte in un atto estremo e macabro di indipendenza. Sceglie di non tornare indietro, perché troppo soffocante sarebbe sostare in quel vialetto assolato o nel silenzio incombente di una grande casa ad aspettare l’inizio della fase, eterna, più tranquillizzante della rassegnazione. C’è una sola cosa che fa più male del sapere che hai perduto qualcosa ed è vivere al presente il momento in cui ti rendi conto che lo stai perdendo e ti viene impedito di ribellarti. Perché non puoi, perché non ce la fai. E perché non esiste nessuna ridicola ‘seconda chance’. La rivoluzione è solamente lo stupido nome di una strada.

domenica 22 febbraio 2009

Una vittoria che viene da lontano

Premesso che non me ne frega una fava sbrodolona di Sanremo, di cui quest'anno ho seguito, sì e no, mezz'ora della prima puntata (dopo un digiuno volontario di circa vent’anni). E sorvolando sul valore (nullo) della canzone vincitrice che mi è capitato di ascoltare 'obtortocollo' per radio, impossibilitato a cambiare stazione perché impegnato nella toletta quotidiana, ammetto che la vittoria di questo marco carta è emblematica del disarmo estetico di questo paese del cacchio. Che una volta era di santi, poeti e navigatori. Adesso è di animatori, venditori e patetici fan di reality show.
Chiariamo subito. Da appassionato di musica non sono spaventato dalla possibile inaugurazione di un trend; figuriamoci, marco carta sta alla musica come i pruriti di una suocera in menopausa alla storia della pornografia: niente, nada, nothing, zero. E' il come ci si è arrivati che mi provoca un insano sgomento. Non ha vinto un cantante dalla faccia pulita e dall’acconciatura aerodinamica. Non ha vinto una canzonetta insipida dal testo smielato attorno a quattro note messe in croce. No, ha vinto una community. Ha vinto il ticchettio sui tasti dei telefonini della wind; ha trionfato il passaparola tra i guerrieri degli sms della Tim Tribù. Ha vinto lo stile di vita "lifeisnau". Ha vinto la televisione di Maria De Filippi e di sua moglie Maurizio Costanzo che in due hanno fatto più danni cerebrali agli spettatori italiani di un carosello di elettrochoc, specie a quella fascia d’età che va dai 12-13 anni ai 20-21 (sono ottimista…) e che rappresenta la fetta più sostanziosa del mercato. Non esiste un consumista più consumista di un adolescente consumista. E non esiste un conformista più conformista di un adolescente conformista. Ha vinto il gusto di quel mostro a due teste e tre telecomandi che è il telespettatore medio italico forgiatosi in anni di visioni di programmi insulsi come “uomini e donne”, “amici”, “saranno famosi”; quel telespettatore che si appassiona alle gare di “xfactor” e commenta con morbosa ed empatica passione le vicende di quattro esibizionisti reclusi dentro la casa del grande fratello. La tv spazzatura viene da lontano, lontanissimo. Miete le sue vittime dai tempi del Drive In, dalla nascita delle tv commerciali. Ha seminato bassi profili e opinioni semplicistiche, ha segato in mille pezzi il tempo medio di concentrazione e reso asfittiche le capacità critiche. Ha reso possibile la triplice elezione di un presidente del consiglio che quelle televisioni le possiede, creando un’anomalia unica nella storia della politica mondiale. Ammetto che qualsiasi sociologo considererebbe queste mie dissertazioni alquanto semplicistiche, non a torto, per carità. E’ come giocare a “che cosa apparirà?” sulla Settimana Enigmistica, unendo dei punti lontanissimi tra loro e sperare che sbuchi una figura che abbia un senso. Però. Però la domanda perversa che mi pongo è questa: quanti di quel milione e passa di votanti che hanno decretato vincitore marco carta si è sentito davvero parte di una comunità, ha sentito il suo apporto decisivo per la vittoria di un amico, di uno di loro, di un compagno di vita quotidiana, e ha provato la sensazione di essere in vetrina, di partecipare attivamente all’esito di una gara che, a conti fatti, era già decisa in partenza? E inoltre, che significato ha la presenza di Maria De Filippi nel contesto della serata finale? Io la mia risposta ce l’ho. Mi sembrano i dati di un teorema di cui non conosco la tesi, ma sicuramente l’ipotesi: omologazione.

lunedì 9 febbraio 2009

Su Eluana

Sembra quasi che sia obbligatorio schierarsi sul caso di Eluana Englaro. Lo richiede la società dei sondaggi: staccheresti la spina: sì, no, non so. E’ una specie di “chi butti giù dalla torre” applicato a delicati principi etici; una domanda secca, di quelle che faremmo con tale superficialità solamente in un gioco da tavolo e perlopiù sottoposta a chi è lontano, lontanissimo dal dolore. Da una quotidianità fatta di sondini, di monache che cambiano pannoloni, scandita dal beepbeep angosciante delle macchine che tengono in vita il corpo inerme di Eluana.
E lontano anche dai pensieri più intimi di suo padre, dall’itinerario che ogni mattina da diciotto anni percorre: casa-ospedale, ospedale-casa, torturato forse da una preghiera impossibile, da un pensiero bestiale quanto generoso e umanissimo: sarebbe stato meglio che Eluana fosse morta in quell’incidente.
Ammetto che la sentenza della Cassazione lascia qualche perplessità quando stabilisce di aver tenuto conto “della personalità di Eluana, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche” e che Eluana fosse «caratterizzata da un forte senso d'indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni”.
Il giurista Lorenzo D’Avack con astuto gusto del paradosso sostiene che, sulla base di quanto stabilito dalla Cassazione, automaticamente i “giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale”.
Già, cosa avrebbe veramente voluto Eluana? Quale decisione prenderebbe se per un momento tornasse in pieno possesso delle sue facoltà mentali? Quando, stando alle parole del padre, Eluana, parlando con gli amici, dichiarava che una vita attaccata ad una macchina non l’avrebbe mai voluta vivere era una ragazza con sogni, sorrisi luminosi e tutta un futuro da immaginare. Possiamo supporre i suoi desideri ma non possiamo esserne certi.

Io parto da un presupposto: c’è una sola persona al mondo che ha a cuore le sorti di Eluana e questo è suo padre. Non il Papa, né Berlusconi o Emma Bonino, io, voi, essi, i giudici, le suore, gli opinionisti, i filosofi.
Il padre ha deciso di non voler più veder soffrire sua figlia in stato vegetativo permanente da diciotto anni. Merita rispetto, perché solamente lui sa cosa significherebbe morire lasciando Eluana in quelle condizioni. Andarsene dal mondo lasciando Eluana in balia di disegni di legge, sentenze giuridiche, ingerenze del Vaticano. Da sola. Anche se qualche imbecille ha dichiarato che “sono le monache che la accudiscono ogni giorno, mica lui che è un padre indegno”. Sì, come no.

E ringrazio il Presidente della Repubblica che ha impedito che in questo stato crollasse il principio fondamentale, sancito dalla Costituzione, della divisione dei poteri. Annullare una sentenza della Cassazione con lo strumento del Decreto Legge avrebbe creato un precedente devastante. Immaginate in futuro una condanna della Cassazione nei confronti del Presidente del Consiglio, di un ministro, di un senatore, di un parlamentare annullata per Decreto. Saremmo piombati nell’incubo di un regime autoritario.
Se proprio devo schierarmi, allora mi schiero contro il Papa che parla di miracoli, di vita nel dolore avvolta nel mistero, di Dio che ci ha insegnato che si può guarire.
Contro il Cardinale Bagnasco per il quale “La realtà della sofferenza nella croce di Cristo si illumina di significato e di valore”.
Contro la giornalista Lucia Bellaspiga dell’Avvenire che scrive del corpo sano e florido di Eluana. Eluana che non soffre, che dorme e respira.
Contro il senatore Maurizio Gasparri che con populismo fascista dice “E’ iniziato l’omicidio di Eluana”.
Contro il cardinale Barragan e il suo “fermate quella mano assassina.”

Ma soprattutto mi schiero contro il Presidente del consiglio e contro le sue estorsioni morali, la sua mancanza del senso dello stato, la sua propaganda perpetua che lo porta ad accusare chi non la pensa come lui di seguire i dettami della cultura della morte.
Che si permette di affermare che la Costituzione fu scritta tenendo conto di indicazioni filo-sovietiche e quindi di un regime dittatoriale.
Mi schiero contro la perversa demagogia di un Presidente del Consiglio che, pur di arruffianarsi il suo elettorato, la chiesa, le vecchie, arriva ad affermare che “Eluana Englaro potrebbe generare un figlio”.
Potrei scrivere un paio di pagine riportando dichiarazioni di questo tipo che ovviamente sono solamente atte a suscitare una falsa indignazione e ad imporre i propri valori con arroganza populista. Preferisco postare quanto segue, preso dal sito dell’Unità.

* Il cervello di Eluana è stato irrimediabilmente compromesso la notte del 18 gennaio 1992 quando la sua auto slittò sul terreno ghiacciato e andò a sbattere contro un muro. L’incidente lasciò intatte le parti del cervello che controllano le funzioni fisiologiche primarie, come la respirazione e il battito cardiaco, che si trovano nel cosiddetto tronco encefalico. I danni più gravi riguardarono invece la corteccia cerebrale, una sorta di “cuffia” che avvolge il cervello e nella quale vengono elaborate funzioni più complesse come la parola, la visione, la percezione del dolore ma anche la fame e la sete. Quando i medici della clinica di Udine inizieranno a ridurre progressivamente l’idratazione e l’alimentazione artificiale, Eluana non si accorgerà di nulla, così come è da 17 anni che non avverte né fame, né sete, né dolore.

*l’articolo 32 della Costituzione dice che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Proprio di recente, una donna a cui si è prospettata la necessità di amputare un arto, ha deciso di rifiutare l’intervento anche se questa scelta le è costata la vita;

*Il padre di Eluana ha percorso tutto l’iter del nostro sistema giudiziario prima di ottenere l’autorizzazione a interrompere i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione che da 17 anni tengono in vita il corpo di Eluana. I giudici hanno riconosciuto: a) che il padre ha svolto il ruolo di tutore delle volontà della figlia (che non avrebbe voluto vivere in condizioni di stato vegetativo); b) che i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione sono trattamenti medici e, come tali, rientrano in questo caso nella fattispecie di accanimento terapeutico

*L’omicidio, il più grave dei reati, è punito con le pene più alte: il medico che interrompe, dietro volontà del paziente o del suo tutore, una situazione di accanimento terapeutico non è punito dalla legge; al contrario, lo sarebbe se si ostinasse a curare il paziente contro la sua volontà (abuso di ufficio).


*La Cei ha detto che «togliere idratazione e alimentazione ad Eluana è eutanasia».Va notato come nella frase, ripresa dalle agenzie, manchi l’aggettivo “artificiale”: come spiegato sopra, l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono, in questo caso, trattamenti sanitari e, dunque, da interrompere per volontà del padre che, come riconosciuto dalla legge, rappresenta quella della figlia. L’eutanasia viene praticata in alcuni Paesi, l’Olanda ad esempio, per alleviare le sofferenze di pazienti terminali. La morte viene indotta con la somministrazione, prima di un sedativo, poi di una sostanza che blocca il battito cardiaco o interrompe la respirazione: è dunque un intervento attivo che viene effettuato dietro volontà del paziente e dopo la decisione di un giudice. Eluana non è una paziente terminale: non ha un male che la consuma giorno dopo giorno. Nessuno, inoltre, ha mai parlato di interrompere il suo battito cardiaco ricorrendo a farmaci. Eluana si trova invece in una situazione vegetativa permanente che si protrae nel tempo solo per i trattamenti di idratazione e alimentazione artificiali. Secondo quanto detto dal padre e dai giudici dopo 12 anni di valutazione del caso, questi trattamenti sono stati sempre effettuati contro la sua volontà.

E poi, così, mi concedo un po’ di retorica, perché non riesco a smettere di pensare a suo padre, a Peppino Englaro, a quel volto sconvolto dal tormento, alle sue borse sotto gli occhi, alla dignità e alla forza con cui assorbe accuse infamanti e combatte con grinta la sua battaglia. Ogni giorno davanti alle telecamere, soffocato dai microfoni, pressato dalle istituzioni. Credo che, comunque vadano le cose, lui abbia già vinto e abbia ottenuto ciò che sembrava impossibile ottenere: far vivere di nuovo Eluana, renderla immortale, almeno nei pensieri e nelle coscienze di tutti. Altro che padre indegno.

sabato 31 gennaio 2009

Confidenze intime

Una mia amica mi confida di aver scoperto che il fidanzato la tradisce. Non con una, non con due, ma con tre donne: almeno quelle che risultano dalle tracce lasciate sul computer dal tale; in effetti potrebbero essere anche di più. Sbirciare nell’hard disk del partner può avere conseguenze atroci, ma è sempre meglio sapere. Il fascino brutale e macho della verità. Mi sorprende il fatto che sia dubbiosa sul da farsi, considerando che stando insieme da circa un anno, tutto il loro rapporto è stato basato sulle bugie e sul tradimento. In pratica, lei non è mai stata la sua unica ragazza. Si è innamorata strada facendo di una persona che non era quello che pensava: uno sconosciuto. Si piange. Non io. Loro. Lei per le corna che sbattono violentemente contro la stratosfera e perché non può fare a meno di lui (lui quale?). Lui pure piange (il tizio ci sa fare…) perché sa che le donne sono tutte diverse ma due cose le hanno in comune: la fica e l’istinto materno. E l’istinto materno si bagna più facilmente. Il mio consiglio è: “cara, aspetta. Qualsiasi decisione tu prenda, fa che non sia affrettata”. In realtà il mio pronostico è che entro una settimana lei cederà, scatterà la scopatina impulsiva al suono di languide melodie da melodramma patinato e ritorneranno insieme. All’ormon non si comanda. Come nelle peggiori telenovelas. Chiamo un mio amico, gli racconto il misfatto e mi dice due cose. Sacrosante. Primo: “quando ti ha chiesto di confidarsi gli dovevi dare una capocciata sul naso”.Secondo: “tra una settimana si sposano”. Il silenzio dei giorni successivi mi insospettisce. Non la vedo e non la sento. Nelle pagine di cronaca non c’è traccia di suicidi né di setti nasali frantumati. La stratosfera assorbe con millenaria dignità le cornute collusioni. La incontro una settimana più tardi, sorridente come un cervo, pardon come uno stambecco, pardon come un’alce. Insomma ride e sorride. Sfoggia come sempre il suo lui: ne parla con le amiche, infilando il suo nome nelle frasi, tra paragoni, dolci inclinazioni della personalità, scampanellii di romanticismo, richiami a coccolosi rendez-vous notturni. Andranno a vivere insieme e poi si sposeranno. Due cuori e una capanna. O due corna e un hard disk, fate voi. Chiamo il mio amico e gli dico che è un genio. (e lui: “e tu sei solo un confidente del cazzo. Ti avevo detto di spaccarle in naso!”). Mi guardo allo specchio e mi dico: “sei un genio”. Chiamo la mia amica e le dico: “però, ci hai riflettuto a lungo!” Lei: “ a tutti va data una seconda chance”. E’ la tua risposta definitiva? La accendiamo? Se la matematica non è un’opinione, ci troviamo davanti ad un caso originalissimo in cui il numero delle chances è inferiore a quello delle amanti e occupano anche meno spazio nella rubrica. Mi sa che se una donna ce l’hai in pugno, puoi cornificarla quanto vuoi: per riaverla ti basta disperarti, pentirti, promettere. Ed accordarti col fioraio per una tessera sconto. Ma, soprattutto, devi alzare la posta in palio. Piatto ricco, mi ci ficco (tanto per rimanere in tema). Due cose poteva fare il tizio: una promessa di matrimonio o metterla incinta (questione di mesi?…ora consulto il mio amico e poi vi dico). Ha scelto quella economicamente più conveniente. Meglio accendere un mutuo che candeline di compleanno a feste affollate di mocciosi. Due conclusioni. La prima è psicologica: come rifletteva Billy Wilder nel film “l’appartamento” con Jack Lemmon, i rapporti interpersonali sono basati sul meretricio. C’è gente che compra e gente che vende e si vende. Gente che manipola e gente che viene manipolata e perde la sua identità all’inseguimento di un inconscio desiderio di sottomissione. La seconda è hard (disk): l’amore è cieco, ma oltre a non vederci, mi sa che non sente nemmeno i sapori. Mi chiedo come abbia fatto la mia amica a riprendergli l’uccello in bocca senza sentire il sapore ancora freschissimo della gnocca di quelle tre amanti. Forse perché è quello che ha sempre gustato e non avrà notato alcuna differenza.

giovedì 22 gennaio 2009

attacco di misoginia - Reprise

Detesto il rapporto tra le donne e il calcio, qualsiasi esso sia.
Quelle che lo odiano a prescindere perché è un fenomeno troppo popolare, quelle che lo liquidano in quattro e quattr’otto perché non ne conoscono le migliaia di sfaccettature, quelle che vedono una partita solamente quando gioca la Nazionale. Ti si siedono accanto e recitano la parte del tifoso incallito che soffre quando la palla ce l’hanno gli avversari ma è palese che non sanno distinguere una vera occasione da gol da una crema per il corpo. Recitano la parte e non sanno cosa sia il fuorigioco, il retropassaggio al portiere, la gamba tesa. Le vedi fremere e dannarsi assolutamente fuori tempo, spesso quando sta andando in onda il replay dell’azione precedente. Però alla seconda partita già fanno le esperte selezionatrici: “perché non gioca tizio?” (non è stato convocato); perché non gioca Caio?” (è turco, questa è la nazionale italiana) “e Sempronio?” ( è morto nel ’77 e giocava a ping-pong). Poi ci sono quelle sfegatate che seguono il calcio ogni domenica e hanno una squadra del cuore ma è evidente che ripetono come pappagalli opinioni risapute e spesso false sentite per radio, lette di straforo al bar, o riportate dai loro amici maschi ovviamente di parte. Sono fanfarone, incompetenti, volgari, arroganti, saccenti ma ignoranti, hanno il cervello manipolato, non conoscono nulla della storia del calcio, non conoscono altre squadre se non quella che hanno scelto (si fa per dire) di tifare. E per il 99% sono tifose della roma.

Detesto le donne che affermano di non dare peso al lato estetico di un uomo, rincarando la dose aggiungendo che il requisito fondamentale dell’uomo ideale è la capacità di farle ridere. Primo, non mi risulta che Mr.Bean sia il prototipo del playboy; secondo, per ridere alle battute è necessario capirle. In giornata almeno.
Per cui:
Detesto le donne prive di senso dell’umorismo (il 97, 7 % della totalità) e che magari si sforzano non tanto di capire le battute e le situazioni divertenti (arrivano comunque sempre un secondo se non un anno dopo qualsiasi uomo) quanto di essere parte attiva in una conversazione cazzeggiona, tentando battute da caserma, perfino con l’uso tattico delle parolacce. Il problema è che nessuno le ha provviste del requisito principale: il ritmo. Questo 97.7 % di donne non ha assolutamente idea di cosa significhi l’espressione ‘scelta di tempo’.

Detesto le donne che fino a 28-30 anni scopano con ogni degno rappresentante del mondo bipede per poi sposare un appuntato di Caltanissetta col baffo all’irachena, le labbra sottili e asciutte, l’alito da sacrestia e la barba a puntini anche appena rasato.


Detesto le donne che snobbano la psicanalisi liquidandola in “una marea di cazzate” che non servono a nulla. Macché, Freud? Un coglione! Gli esemplari in questione, se sollecitati, vi diranno che sono state una volta da uno che però non capiva un cazzo perché, udite udite: “gli dovevo dire tutto io” (ma va…?); “voleva che parlassi io” (davvero…? Non ci sono più i professionisti di una volta), che però, al contempo, credono nell’oroscopo, nei tarocchi e che tutto sia già scritto nel destino (ah beh…). E’ palese la loro paura di affondare solo di un centimetro sotto la superficie su cui sono solite veleggiare e buttare nel secchio della mondezza (ovviamente seguendo le regole della modaiola raccolta differenziata) la sceneggiatura con cui si sono costruite l’immagine di sé da proiettare sugli altri.



Detesto le donne che parlano tra loro dei mariti e dei fidanzati dilungandosi in pietosi dialoghi sdolcinati, tipo piccole donne davanti al caminetto e fissano i criteri fondamentali per definire il loro futuro felice; le donne che raccontano le piccole intolleranze e gli angelici vizi e virtù del loro partner (del tipo: il mio russa però mi abbraccia tutta la notte. Cazzo!! Però…), sorridendo smielatamente come galline ebeti. Queste hanno ridotto il senso della loro esistenza alla necessità dell’istituzione coppia sempre e comunque. Il loro motto è: meglio in coppia, assolutamente in coppia, esclusivamente in coppia con uno qualsiasi (pure l’appuntato di Caltanissetta) che da sole. Sono donne deboli che hanno bisogno di una sovrastruttura che le è stata imposta da quando indossavano il grembiulino all’asilo. Hanno subito un lavaggio del cervello assillante e quotidiano e giocano a fare le romantiche a prescindere. Al gradino più basso le donne che decretano il giorno delle nozze come il più importante della loro vita e anni dopo ancora ti rompono il cazzo con le foto del matrimonio, il filmino del matrimonio, le bomboniere del matrimonio, il menu del pranzo del matrimonio.



Detesto le donne che si ricordano gli anniversari di qualsiasi cazzata. Il giorno che ci siamo messi insieme, ci sto. Il giorno del primo bacio ci sto. Il giorno che abbiamo fatto l’amore per la prima volta, e vabbè. Però: il giorno che sei rimasto a dormire, il giorno che sei rimasto a dormire ma non abbiamo dormito, il giorno che abbiamo parcheggiato per la prima volta in doppia fila, il giorno che ho indossato quel vestitino rosso, il giorno che ho indossato quel vestitino rosso e tu avevi prurito al culo, il giorno che ho indossato quel vestitino rosso e avevamo prurito al culo tutti e due. No, non si può!
E ancora: il giorno che ti ho mandato il primo SMS, il giorno che ti ho telefonato per la prima volta, il giorno che ti ho telefonato per la prima volta al numero Tim, il giorno che ho telefonato la prima volta al Vodafone e ho trovato spento. Ecco perché poi uno non interrompe i rapporti. La puoi lasciare una con un’agenda così fitta di asterischi? Il giorno che ci siamo lasciati e ti ho lanciato il vestitino rosso e sono rimasta nuda col prurito al culo. Ecco grattati! E scrivilo sull’agenda.

domenica 18 gennaio 2009

Attacco di misoginia

Detesto quelle donne che, durante le conversazioni sul sesso, assumono l'atteggiamento di femministe del cazzo e si arrampicano sulla roccaforte dell’emancipazione per ribadire (come se ce ne fosse bisogno) i diritti dell'universo femminile. Disabituate dalla storia e dalle abilità psichiche a capire un contesto dialettico ironico, e sprovviste di una bilancia funzionante nel pesare i doppi sensi, sentono il bisogno di rivendicare la sovranità della propria femminilità, prendendo alla lettera i motti di spirito e puntualizzando ogni dettaglio per contestare anche in un contesto palesemente giocoso l'equazione donna=oggetto.
Per cui tengono a precisare che
a - guarda che anche le donne godono;
b - le donne hanno bisogno del sesso quanto gli uomini;
c - fare sesso non equivale a fare un pompino perché anche la donna ha le sue esigenze;
d - anche le donne hanno fantasie sessuali.

Molti di questi esemplari ballano la danza dell’autogestione dell’utero attorno al totem chiamato “Sex and the City” (formidabile, per carità) e si convincono davvero di esercitare un potere su se stesse e sugli uomini ma non hanno gli strumenti per capire che, in fondo, quel telefilm è la storia, con eccellente condimento di dialoghi e situazioni politically incorrect, di quattro zitelle che cercano il Principe azzurro, ossia l’ergastolo del conformismo a cui la società le ha condannate.

Detesto le donne che al primo sole di maggio, di quelli che ratificano l’inizio certo della stagione estiva, cominciano a rompere il cazzo che devono andare al mare. Una solfa che si ripete fino a metà settembre all’avvicinarsi del weekend e che diventa argomento di lamentela il lunedì qualora qualche evento imprevedibile ne abbia impedito l’accesso alle spiagge.

Il 100% degli esemplari in questione cominciano a sgranocchiare sedani ed insipidi cracker di mais dopo l’ultima abbuffata del lunedì di pasquetta.
Loro hanno bisogno del mare, devono andare al mare, "ma che sei matto io sabato vado al mare". Il presentarsi all’orizzonte di una timidissima e innocua nuvoletta genera sulle donne di questo tipo una reazione che sarebbe giustificabile solo in caso di sciagura, come una malattia mortale o non aver trovato un paio di scarpe della misura giusta: broncio, irritabilità, vittimismo, autocommiserazione.

Detesto le donne che ostentano comportamenti da alternative scavando una trincea sul fronte di tutto quanto faccia new age. Le loro armi sono: il vegetarianesimo, le candele profumate quando fanno il bagno, elementi di arredo strampalati, cibo etnico pure a colazione, cromoterapia, yoga, massaggi shiatsu, medicina alternativa, agopuntura. Non manca l’iscrizione ad un corso (la fotografia va per la maggiore ) per dare un segno di novità all’inizio dell’anno o a settembre. Ogni volta che accusano un malessere fisico, mettono le mani avanti e rifiutano le cure tradizionali, ciancicando di improbabili effetti collaterali letti forse su uno di questi siti che fanno terrorismo psicologico. Credo che per loro si tratti di puro spirito intepretativo: recitano una parte (le donne vivono chiaramente seguendo una sceneggiatura che proietti sugli altri l'immagine di sé che si sono costruite artificiosamente).

Detesto le donne che hanno frequenti sbalzi d’umore e detesto le loro penose giustificazioni: "sono lunatica, sono fatta così, mi sta per venire il ciclo, ho dimenticato a casa il caricabatterie". Gli uomini non hanno sbalzi d’umore. E se ce l’hanno sono più che giustificati da eventi concreti.


(punto A) Detesto le donne che cercano pateticamente di giustificare la loro attrazione nei confronti di un uomo tamarro, sbruffone, volgare e becero che le tratta malissimo e le imbarazza in pubblico. Per loro è inaccettabile ammettere che, malgrado ogni sforzo di liberarsi da una condizione atavica di asservimento, malgrado la crescita intellettuale e culturale, non possono liberarsi del loro ruolo primigenio che l’evoluzione ha solamente limato, e per il quale continuano a rispondere a delle pulsioni primitive, istintuali, rozze. Il loro passato, il presente e il futuro si svolge sotto il segno del desiderio tacito di sottomissione che è il punto fermo del loro immaginario erotico. (e - Anche le donne hanno un immaginario erotico)

Punto B (corollario del Punto A) Detesto altresì le donne che scambiano la gentilezza per mancanza di nerbo e attestato di debolezza e vigliaccheria. Per queste donne, un uomo cortese entra per sempre nel cestello che contiene gli uomini privi di qualsivoglia attrattiva sessuale. La virilità appartiene ad altri esemplari maschili, descritti brevemente al punto A.

Detesto le donne che tengono la foto del fidanzato sul desktop del telefonino. Peggio sono quelle che tengono la foto che immortala un bacio tra loro e il ragazzo, peggio ancora quelle che tengono la foto di loro stesse.

Detesto le donne che ti attaccano una pippa al telefono quando tu hai PALESEMENTE solo cinque minuti di tempo. Per cui non basta un saluto al volo ma devono fare la cronistoria degli ultimi avvenimenti, corredati di: introduzione, digressioni, osservazioni sugli abiti altrui, riassunto delle puntate precedenti, identikit di ogni partecipante, reiterazione di concetti già ampiamente espressi. Il tutto senza il dono della sintesi. Le donne di questo tipo sono solitamente prolisse. (Se dite loro che sono prolisse vi risponderanno: a) guarda che anche le donne godono; b) le donne hanno bisogno del sesso quanto gli uomini; c) fare sesso non equivale a fare un pompino perché anche la donna ha le sue esigenze: d) anche le donne hanno fantasie sessuali; e) Anche le donne hanno un immaginario erotico.



Detesto le donne che durante una festa fanno da zerbino leccaculo a colui che strimpella quattro accordi in croce alla chitarra e sbattono languidamente le ciglia tanto da provocare, in caso di gioviali aggregazioni sulla spiaggia, il disboscamento di una zona corrispondente all’intera Mitteleuropa per tenere il falò acceso.


Detesto le donne che hanno un rapporto morboso col telefonino e hanno smesso da tempo di farne un uso educato. Solitamente se ricevono una telefonata mentre stanno parlando con una persona, non esitano ad abbandonare il malcapitato al suo destino anche per una buona mezz’ora. Il fatto è che non sono in grado di stabilire urgenze e gerarchie, per cui chiunque telefoni ha diritto a maggiore attenzione rispetto alla persona che sta lì, dal vivo, a pochi centrimetri/metri da loro. Può succedere in macchina (livello di accettabilità 2: "sai, tanto devo guidare, tu continua a sparare cazzate e comunque io non spengo lo stereo nemmeno se crepi ora) mentre passeggiate a piedi (livello di accettabilità 1: lei parla, ride, strilla, cinguetta come una cretina e tu sembri un venditore ambulante che tenta di venderle dei fazzoletti di carta ), al ristorante (livello di accettabilità 0: ti costringono lì al tavolo, a palleggiare con le molliche e ad ingozzarti di birra aspettando che una rompicoglioni decerebrata la finisca di prodigarsi in digressioni e di snocciolare nomi a te completamente ignoti (e credo ignoti anche a lei, ma la sceneggiatura va seguita pedissequamente).


...CONTINUA....

domenica 4 gennaio 2009

Saldi!

Propaganda, e pure della specie più infima. Giustificata dalla parola più banale del momento: crisi. Intervistano i soliti quattro-cinque cerebrolesi che annunciano di aver acquistato due camicie e un paio di scarpe; inquadrano le file di vili parameci invertebrati che si accalcano davanti ai negozi; si rilasciano dichiarazioni di circostanza in cui un paio di signore dall'acconciatura benpensante affermano che quest'anno hanno dovuto risparmiare, infatti hanno tirato fuori dal portafogli solo 500 euro. Il fatto è che vogliono spingere la gente a comprare; è la prima regola del consumismo. Se alla gente viene fatta vedere altra gente che compra, si innesca il meccanismo d'imitazione. Davanti alla tv qualche altro cerebroleso si convince che forse in crisi non siamo. E sicuramente se scatta la molla del consumismo, l'economia ne risente in positivo. Questo succede al paese. Ma individualmente? E poi, ma non è che diciamo di essere in crisi perché ci hanno indotto a dirlo? Un paranoico, complottista e malfidato penserebbe che sia una mossa pianificata a tavolino con la connivenza dei mass media. Il fatto è che io sono paranoico, complottista e malfidato.
Mi sciocca che il servizio sui saldi sia la notizia di apertura dei Tg in questi giorni. Ma non dovrei essere scioccato più di tanto, visto che vivo in un paese in cui la tv di stato (rai due) censura un film come "Brokeback Mountain" (peraltro premiato col Leone d'Oro a Venezia: una nazione che censura se stessa e i suoi criteri di giudizio estetico, siamo alla pura follia) mentre, contemporaneamente, sempre su un'altra tv di stato (rai uno - Porta a porta) andava in onda un teatrino grottesco con un salottino di ospiti che si era convertito dopo aver incontrato Gesù (bravi!) e un'intervista ad un uomo anzianotto a cui in passato era apparsa la Madonna e ora raccontava di aver assistito al miracolo dei due soli e baggianate del genere.
Propaganda. Non scordiamoci della diretta per l'esposizione della salma di Padre Pio che è servita a riportare un po' di soldi di gente ignorante nelle casse di quell'Eldorado religioso che risponde al nome di Pietrelcina. Leggetevi "La questua" di Curzio Maltese e vi farete un'idea del potere economico della Chiesa in Italia, della figura di Padre Pio e di rimbalzo anche del potere manipolatorio della tv e dei giornali.
Tornando ai saldi, non accetto il fatto che una notizia del genere possa superare nella gerarchia delle informazioni, gli attacchi israeliani alla striscia di Gaza. Ma non lamentiamoci. Se la Ferrari avesse vinto un Gran premio, la cronaca di guerra e il conto dei civili palestinesi morti sarebbe slittata al terzo posto.

sabato 27 dicembre 2008

Cronache natalizie

Non è un caso che il Natale sia la summa di tutte le feste cattoliche. Aho, nasce Gesù, mica cazzi. Già i rituali cattolici sono delle trappole teatrali scrupolosissime: reiterazione di formule, solennità dei gesti, morbidi increspamenti di abiti talari. Sentenze secche e taglienti, suono d’organo e profumo marcato d’incenso. Perfezione pura. Una messa in scena coercitiva scritta a tavolino che esercita una suggestione super e simula un’interattività che in realtà non esiste. Il teatro è ipnosi e trasmissione di regole al pubblico. Poche regole ma di ferro, collaudate nel corso di centinaia di anni. Lo stesso rigore di cui brilla il natale consumista-occidentale-borghese. Affermare che si sia perso lo spirito natalizio in nome del consumismo sfrenato è una panzana. Il mercato non ha fatto altro che imitare la chiesa: regole. E aspettative, luoghi deputati, liturgia delle azioni. Il natale è esagerazione, distruzione di schemi e abitudini consolidate nel quotidiano, sostituite da comportamenti extra-ordinari che, paradossalmente, quel giorno sono comuni a tutti e perciò smettono di essere extra.
Ve ne accorgete dagli avanzi in frigorifero e dalla spossatezza mentale successiva agli affollati rendez-vous familiari: extra. Quando siamo sottoposti ad una serie di condotte indotte e discontinuità obbligatorie, andiamo in tilt. Del resto chi uscirebbe completamente indenne dal festival delle aggregazioni forzate? Per un anno scegliamo di non incontrare un certo gruppo di persone e, all’improvviso, tac: ce li troviamo fianco a fianco, ci puliamo per sbaglio con la stessa salvietta, gli versiamo il vino, ci chiedono di noi. Che fai, chi sei, come stai? Una vita da sintetizzare con la porta d’ingresso ancora aperta, pianerottolo a vista. Una messa in scena.
Un promiscuo miscuglio di bambini, anziani, giovani e medi adulti (che sono come le piccole e medie imprese: indefinibili). Col corridoio unica via di fuga verso il cesso unica oasi di pace con lo sciacquone unica soave melodia. Le regole andrebbero sovvertite e i commensali riuniti per categorie. Anziani con anziani, bambini coi bambini. E ancora tavolate di giovani e medi adulti suddivisi a loro volta per indole, hobby e perversioni: fachiri, rabdomanti, feticisti del piede, poligami. E invece no. il Natale è la festa del monoteismo sessuale per eccellenza. Un unico comandamento: “Non avrai altro interlocutore intimo al di fuori di me”. L’unico vantaggio è che si annullano pure paranoie e gelosie. Tua moglie sta lì con te, la tua fidanzata sta là con la sua famiglia, la tua amante dei sogni è imprigionata tra zii logorroici e le carte del Mercante in Fiera. Tra il cenone e il pranzo ogni squilibrio ormonale cede il passo al cliché e allo schema. Sì, schemi. Il Natale è la festa con più schemi da rispettare e allo stesso tempo quella che innesca i comportamenti più fuori dagli schemi. Dite di no? Ditelo a mia madre che non esce mai di sera specie d’inverno. Né lei né i suoi acciacchi e i dolori reumatici. La città è troppo aggressiva per una casalinga non disperata e un fegato disabituato ai fritti; ditelo a mia zia L. che ha faticato mesi per mettere a punto il suo apparecchio acustico che adesso rimbomba e fischia tempestato dalle urla di piccole furie e dai dibattiti retorici sulla crisi da parte di superficiali giovani e medi adulti; ditelo a me che al terzo grappino devo sostenere l’annuale discussione di cinema con mio cugino S. il quale da circa quindici anni sostiene che l’unico film che merita di essere visto sia “Kramer contro Kramer”, cioè un battibecco coniugale lungo due ore con Dustin Hoffman e Meryl Streep datato 1979 che sta alla storia del cinema come questo blog alla storia dell’enigmistica. Ditelo di nuovo a me, costretto a dribblare soldatini e limoncelli (il cui abbandono dalle tavole degli italiani sarà sempre tardivo, oltre che un enorme balzo culturale in avanti) per sopravvivere a raccapriccianti ballottaggi salva-conversazioni, del tipo: è meglio Obama o Kennedy? Ibrahimovic o Cristiano Ronaldo? Michelle Hunziker o Vanessa Incontrada (per me Vanessa, per inciso). Cliché, schemi, regole, regali. Da scegliere per qualcuno che non si frequenta mai (due anni fa per me una cravatta!) o che si presume inchiodato per sempre ai suoi gusti (per me quest’anno un altro maglione nero. Sì, lo so, indosso vestiti scuri, ma cazzo…). Natale, cliché, schemi, formule verbali. Gli ospiti un po’ più estranei che dicono “squisito” per complimentarsi con la padrona di casa. Meschini risentimenti mai sopiti che grattano le orecchie con frasi sibilline ed etichette appiccicate. Natale e la porta che si chiude dopo l’accompagnamento all’ascensore di prammatica. Io e mia madre che torniamo di notte, su strade trafficate dove sfilano le acconciature delle puttane. Cos’è? Un gioco di ruolo riuscito male? Sbircio negli abitacoli altrui dove si compongono schieramenti assurdi: nonne aggrappate al sedile davanti, adolescenti inquiete che sembrano prese in ostaggio, buste gonfie di scatole di panettoni. E poi capannelli di cappotti e sciarpe nei dintorni delle chiese, pedoni barcollanti impegnati in brevi esodi. Cliché, schemi, regole, liturgie. Si recita. Cronache natalizie. Cronache marziane.

lunedì 8 dicembre 2008

Digerito dallo stomaco di Proust


La promiscuità spazio-temporale di Facebook mi lascia di stucco. Ho ricevuto un messaggio da P.A., un mio compagno delle elementari (avete letto bene? No? ho detto ELEMENTARI, non superiori, né università, né scuola guida, né servizio civile. Proprio elementari, per intenderci: il quinquennio 1977-1982…che è pure l’anno in cui ho visto P.A. per l’ultima volta).
P.A. mi ha aggiunto alla lista degli amici. Dopo un breve botta e risposta - così come se nulla fosse, come se ci fossimo visti al pub l’altro ieri - mi chiede: “di che cosa parla Californication?”. Il fatto è che io avevo scritto scherzosamente sulla mia bacheca di essere ormai dipendente da questa serie tv. Una frase la mia, che è un classico esempio di presenzialismo forzato, che, vedo con sommo piacere, contagia tutti i facebookers, puntuali nel pubblicare le più suggestive e stravaganti attività: dormire, lavorare, spegnere il computer. Esistere (o non esistere)
Perciò P.A. ha sciorinato un dribbling lungo 26 anni e ha scartato (in disordine cronologico) esame delle medie, primo bacio, polluzione notturna, centinaia di uscite cazzeggione con gli amici in carne ed ossa, perdita della verginità, sigaretta d’esordio, spinello d’esordio, primo voto elettorale, esame di maturità, venti esami all’università, tesi e, nei casi più tradizionali: matrimonio, prole, calo del desiderio col coniuge, adulterio, divorzio, domeniche coi suoceri. Che faccio? Mi concentro sulla sua foto e lo scruto: malgrado il pizzetto brizzolato e un bambino (il suo presumo) che fissa l’obiettivo insieme a lui, non posso fare a meno di ricordarmi P.A. con la zazzera bionda, il grembiule blu e il fiocco bianco. Non è nemmeno un deja-vu questo: è una voragine senza fondo che mi risucchia nella mia preistoria: sono stato digerito dallo stomaco di Proust.
Ma sì, caro P.A., che ci vuole. Noi siamo amiconi. Basta un click su facebook, et voilà.
Californication parla di questo scrittore in crisi creativa che rimorchia un sacco di donne ma è ancora innamorato della sua ex con cui ha un figlia adolescente. Vedi P.A. ciò che mi attrae in Californication è l’esplosività dei dialoghi: sboccati, scorretti; la spregiudicatezza delle situazioni, le protagoniste femminili arrapanti ed intellettualmente stimolanti oltre al fatto che sei trascinato in un processo di identificazione che al contempo ti stranisce e ti dà sollievo. Vuoi un po’ della mia merenda? Lo sai che ho dimenticato il sussidiario a casa? Speriamo che la maestra (avete letto bene? No? MAESTRA, non professoressa, dottoressa, sacerdotessa voodoo, padrona di casa. Proprio maestra, la signora Catera) non mi metta una nota. Io ho le dita unte di pizza nell’atrio della scuola Don Bosco coi bidelli che maneggiano cancellini; sono accanto a P.A. perché siamo in fila per due. C’è questa lunghissima rampa di scale (un palazzo di cinque piani, di quelli che gli starnuti rimbombano ) coi gradini giganteschi (io me li ricordo così) di marmo con le venature. Sento gli strilli degli altri bambini che corrono, gridano e puzzano sotto l’arco celeste della palestra (sembrava il planetario quella palestra); l’eco delle voci che si accavalla al rimbalzo atomico e martellante del pallone. Annuso la polvere dei gessetti e quell’odoraccio inconfondibile di Vinavil; ma sì, siamo pure sotto le feste. Il Vinavil, o Santo Dio: l’angoscia allo stomaco per il lavoretto di Natale (tipo le stelle fatte con le mollette e poi colorate con la tempera. La tempera cazzo!), e per la poesia da leggere a casa, tutta circondata da candele decorate, alberetti e pupazzetti disegnati coi pastelli (gli anarchici usavano i carioca). Esiste un servizio di pronto intervento psicanalitico? Ne avrei bisogno. ORA.
Ma dico io, caro P.A., con la cartella che ti ingobbisce la schiena e tua sorella che, alle tue feste, doveva gestire venticinque scalmanati sudatissimi che distruggevano una casa scapicollandosi sui bicchieri di carta appiccicosi di Fanta: come cazzo faccio a condividere con te Californication? E’ come se Fred e Barney de “Gli antenati” discutessero di Formula Uno o Steve Jobs della Mackintosh e Bill Gates della Microsoft dialogassero sull’utilità della clava nell’informatica.
Questa è una cosa fuori dal tempo, è trapassato remoto in tutte le sue coniugazioni. P.A. mi chiede di Californication come se ci fossimo visti l’altro ieri. Questa non è una gita in pullman all’orto botanico o al Museo Pigorini; no, questa è una visita al museo delle cere del rimosso. Me le ricordo quelle scampagnate feriali su questi mostri preistorici a motore (bellissimi: con le scritte colorate e i sedili imbottiti che ci sprofondavi dentro) quando finalmente vedevi i compagni in abiti borghesi e scoprivi che avevano delle gambe, due gambe; scoprivi chi aveva la camicetta da fighetto e chi la madre lo vestiva in tuta così stava più comodo. Di norma c’erano un paio di madri scelte come vittime sacrificali per aiutare la maestra ed evitare spargimenti di sangue sulle strisce pedonali, attraversate come un esercito di gnomi.
Mi ricordo che alle gite si univano due classi. Noi ci mescolavamo barbaramente con la sezione B della maestra Cossu, una sarda, piccola, nera come un tizzone, scorbutica, stregonesca e con la permanente argentata. Ad occhio e croce, oggi la Cossu al Museo Pigorini dovrebbe starci fissa, imbalsamata accanto ai mammuth.
Nella classe della Cossu c’èra quella biondina - capelli lunghissimi, lisci, lentiggini e gli occhi celesti – Annalisa D. – che noi bombardavamo di messaggi d’amore scarabocchiati sui fogli a quadretti; una fata inarrivabile che affiliava i nostri ormoni al mondo degli adulti, specie nelle ore di ginnastica (due classi pure in quell’occasione), quando finalmente si disincastrava dalla sediolina di legno e scorrazzava morbidamente in tuta acetata tra la rete di pallavolo e le spalliere. Una volta la vidi inerpicarsi su per il quadro svedese e fu uno dei giorni in cui finalmente a scuola imparai qualcosa.
Ripensandoci, P.A. non mi stava nemmeno tanto simpatico. Cioè, mi era simpatico all’epoca, quando facevamo le paginette con le “g” e ci prendevamo i pidocchi (lo shampoo MOM: verdissima, vischiosissima lozione bruciaocchi con cui mia madre mi torturò per una settimana). Poi nel corso degli anni, gli intermittenti succhi gastrici proustiani me lo hanno rigurgitato come uno spocchioso bambino figlio di genitori separati che masticava frasi fatte tipo: “volete venire a casa mia per passare un pomeriggio diverso?” e atteggiamenti da romanzo di formazione come venire col cappello di lana a maggio e giustificarsi davanti a tutta la classe: “perché mia madre mi trascura”.
Il botta e risposta tra me e P.A. ha avuto un altro striminzito seguito. Le informazioni che ho, sono che: ha moglie, un bambino, vive in Francia e non ha più la televisione satellitare. Io non ho moglie, né bambini, vivo a Roma e non ho mai avuto la televisione satellitare. L’ultimo strumento che io e P. A. abbiamo condiviso fu l’abaco con gli anellini colorati per imparare a fare i calcoli. Adesso il nostro dialogo dovrebbe ricominciare su facebook da accesso remoto. La vedo complicata. Altrimenti mi farei un giro sul profilo di Annalisa D. e le scriverei ‘ti amo’. Ma non sarebbe la stessa cosa senza i rimasugli di ‘das’ sotto le unghie e senza mio padre che mi chiedeva “che hai fatto oggi a scuola?”, con le sue mani ruvide e callose che mi pettinavano i capelli e i pensieri più paurosi.
La vita è un’invenzione perfetta perché a certe cose devi assolutamente dirgli addio.

lunedì 1 dicembre 2008

Luca si sveglia a mezzanotte


Il primo passo per guarire dall’insonnia è ammettere di soffrirne. Anzi, a dire la verità, è il secondo, perché il primo sarebbe semplicemente dormire. Prima di avere disturbi del sonno, avevo sempre creduto che essere insonni significasse non dormire mai, nemmeno un minuto. Un po’ come Al Pacino in quel bellissimo film di Cristopher Nolan, “Insomnia” (Un noir decisamente paradossale visto che le tenebre non calano mai. Ve lo consiglio!). E invece no. Di solito si dorme un po’; è raro non chiudere occhio per 24 ore consecutive; forse succede se si assumono anfetamine o ecstasy, ma non sono una cima sull’argomento droghe. Ne esistono vari di disturbi del sonno: il mio è crollare dalla stanchezza subito dopo cena, riaprire gli occhi verso mezzanotte e non chiuderli più fino alla mattina. Tossing and turning, come dicono gli inglesi, per ore. Che, tradotto in codice di qualità della vita, significa sprecare una serata, una nottata e pure una mattinata. Equivale ad uscire dall’ufficio, mettersi il pigiama come prova costume per la festa di carnevale, rivestirsi e tornare al lavoro.
Bene. Una volta chiarito che, purtroppo, la non-vita/non-morte del vampiro (con tutto il suo strascico di fascino perverso) non è quella che mi è toccata in sorte, ecco che scatta l’urgenza di mettere a punto una strategia per non costringermi a continue maschere di ghiaccio il giorno successivo. Ci sono vari stratagemmi, di solito queste dritte le trovate nelle homepage dei siti, incastrate fra le chiappe della Arcuri, i consigli dell’astrologo e il link per i social network di incontri romantici. E questo già la dice lunga.
C’è chi consiglia di prepararsi una tisana. Sinceramente, io no; la tisana non fa per me: immaginarmi in brache a intrugliare i fiori secchi di passiflora e tiglio mi sa di sfigato e anche un po’ di frocio. Non per niente se fate una ricerca su google, trovate le ricette di questi infusi su un sito che si chiama girlpower. Non credo nemmeno di avere l’occorrente nella credenza come del resto non ho perizomi leopardati nel cassetto. Pure la camomilla è da escludere: dopo la camomilla per dormire, mi rimane la pancera, “serata d’onore” condotto da Pippo Baudo e un nodo scorsoio. I saputelli del rimedio fai-da-te suggeriscono di spostare i mobili, le suppellettili, i tappeti. Lo farei, ma io voglio solamente dormire e non essere assassinato dal signor Butera del quinto piano per schiamazzi notturni. Il mio medico mi invita a fare una passeggiata dopo cena. Il mio medico non ha idea del quartiere in cui vivo. Dopo il tramonto è una nowhere land e se devo rimanere sveglio, preferisco vagabondare per casa e non finire in questura come testimone oculare di una rapina a mano armata. Il fatto è che io appartengo alla categoria dei cocciuti. Quelli che ci provano: si coricano e aspettano, aspettano e aspettano con un ottimismo davvero invidiabile, di quell’ottimismo che nella vita diurna non ho mai. Per cui: ho detto che adesso dormo, punto e basta.
Scriverei ‘tic tac tic tac’ per simulare l’inesorabilità del tempo che passa, ma la mia radiosveglia è al quarzo e di rumori costanti e affezionati ne sento pochi: per inciso, solo le scorregge del signor Pandolfi del settimo, quando non è occupato a scaraventarsi sul pavimento per rompersi il femore. Una vita spericolata, la sua e la mia: di quelle che non dormi mai.
Dunque, escludendo la boiata di contare le pecore, non mi rimane che ingaggiare un duello con la mente per rispondere colpo su colpo all’anarchia dei pensieri all’assalto. Primo step: le partite di calcio. Indro Montanelli pensava alle partite di calcio prima di addormentarsi - ma adesso è morto quindi non sembrerebbe di buon auspicio. Se ho visto una partita in giornata, comincio ad assegnare i voti ai giocatori in campo. Quando però sto ancora ragionando sulle doti tecnico-tattiche messe in mostra dall’esterno sinistro di centrocampo della squadra in trasferta, vuol dire che il tentativo è già miseramente fallito. In appendice al primo step provo ad immaginare me stesso nell’atto di giocare: passaggio, tiro, colpo di testa, tackle scivolato, litigio con l’arbitro, applausi al compagno di squadra, disapprovazione per un rigore non assegnato. Gol. No, ancora niente. Sono sveglio, sveglissimo. Più di prima. Ma non voglio alzarmi. Nemmeno per la doccia del dopopartita.
Secondo step: il sesso. Ci si può rilassare anche così, sebbene possa suonare come un controsenso. L’importante è pensare, sì, al sesso, ma con un’intensità lieve, giusto un assaggio oculato, fantasticando sui preliminari dopo aver circoscritto una situazione che sia eccitante ma non troppo; che ci sia il prologo stuzzicante ma non l’epilogo. Attenzione, per gli uomini è severamente vietato sfiorarsi il pisello. Sennò è finita. Insomma, non bisogna spingersi troppo avanti, altrimenti diventa fisiologicamente necessario farsi una sega con ulteriore perdita di tempo. Quindi un semplice APSSS: Autoerotismo platonico senza spargimento di sperma.
Se non basta nemmeno questo, passo al terzo step. Ecco che mi appare la galleria dei miei personaggi preferiti, i miei modelli di riferimento. Esempio, mi chiedo: ma Hank Moody di Californication, - che per inciso fa la vita più bella del mondo: scrittore in crisi creativa ma idolatrato, che beve, fuma, va a puttane ed è desiderato dalle donne - cosa fa per addormentarsi quando non ha una supergnocca dentro al letto? E avrei problemi di insonnia se vivessi come lui? Con un balzo di fantasia mi immedesimo nel Grande Lebowsky: ex hippy, disimpegnato, in fuga dalle responsabilità, in accappatoio e infradito. Che farebbe lui? Luciderebbe la sua palla da bowling? E Paperoga? E Zagor-te-nay Lo spirito con la scure? Si farebbe una passeggiata al chiaro di luna nella palude? Ok, sono Bruce Springsteen e strimpello un nuovo arrangiamento di “Born to run”; sono Woody Allen e ritaglio un nuovo ruolo drammatico per Scarlett Johansson. No, meglio di no, la Johansson mi spingerebbe indietro allo step 2 e stavolta del livello ANPCSS (autoerotismo non platonico con spargimento di sperma). Al quarto step decido di uscire fuori dal letto-trappola. Mi alzo e vado in cucina per uno snack e una sigaretta, accendendo una luce fioca per creare un senso di discontinuità col buio. Ottima idea: ho barattato due ore di sonno per un lasciapassare per l’obesità e una wild card per l’enfisema polmonare. Mi affaccio alla finestra e non c’è un cristiano con cui telepaticamente condividere questo mostruoso fardello. Dormono tutti. E questa è la mazzata determinante per il crollo dell’umore. Non c’è niente di peggio che sentirsi soli. L’insonnia è una malattia cronica che si manifesta di notte quando sei per conto tuo. Non come l’osteoporosi, l’alopecia, le emorroidi, la miopia: queste le puoi condividere con gli altri; di giorno ti viene la depressione, chiami il tuo migliore amico e frigni che sei pelato. Ma di notte non puoi chiamare nessuno: è socialmente inaccettabile. Ed è una corsa contro il tempo: devo addormentarmi prima di sentire il rumore dell’autobus al capolinea qui sotto, prima del cinguettio degli uccelli, prima che esca il signor Capone che esce prestissimo ma se esce vuol dire che è quasi giorno. Per Dio, cazzo. La notte è più buia prima dell’alba, come dice Joker. Mi rimetto a letto, le lenzuola sono una bobina di pieghe accaldate, mi sento le rughe sulla faccia, il prurito sul torace: sono lo scarafaggio di Kafka, sono nervoso come un lupo mannaro a digiuno, sono l’uomo da sei milioni di dollari che sente il minimo rumore: il signor Pandolfi che sputa nel lavandino, il signor Capone che stringe i lacci delle scarpe, il signor Butera che avvita la macchinetta del caffè; ne annuso pure l’aroma: è decaffeinato; Butera ha la pressione alta; l’autista sta montando sulla vettura, cip-cip…ecco pure i passeri. Il sonnifero! Sì, lo prendo. Dormo 75 minuti che sono quasi un ciclo intero di sonno, sti cazzi della fase rem; ci ripenso, non ho sonniferi. Che ci faccio coi sonniferi? Mai sofferto di insonnia, io. Scarlett Johansson, nuda, nudissima. No, ecco, mi viene duro. Tra 66 minuti suona la sveglia, se mi addormento fra sei minuti dormo un’ora. Buona un’ora, sì, sarò riposatissimo. Suona il campanello, cazzo, no: chi è? Deve durare meno di sei minuti questa conversazione, chiunque tu sia. E’ Manuela Arcuri che legge l’oroscopo con la parrucca di Paperoga che ha segnato due gol e gli ho messo 7 ma non l’ho schierato al fantacalcio e ha la voce di Bruce Springsteen che però è anche la mia sveglia. Apro gli occhi, AMCST (alzabandiera manifesto con scappellamento totale); miseria ladra, dormivo. Sono felice, dormivo, non è vero che sono stato alzato tutta la notte. E’ un dato inconfutabile, ho dormito. Però, quanto ho dormito? Quando mi sono addormentato? E sono stanco o sono riposato? Ecco, l’altra faccia dell’insonnia, la più atroce: cerchi di ritornare sui tuoi tormenti notturni, all’inseguimento di un segnale di intermittenza; ma è come sfogliare all’indietro un’agenda di pagine bianche, come indagare su un omicidio perfetto. E ti accorgi che c’è stato un momento in cui il tuo essere vigile e il tuo essere incosciente si sono intersecati , ma in maniera anormale, come una seduta di ipnosi. E hai pensato di essere sveglio quando in realtà dormivi. Pandolfi brontola SSPF (senza scorregge per fortuna). Si è rotto il femore di nuovo? A che ora? E come mai non l’ho sentito? Ma ce l’avevo le sigarette?

venerdì 7 novembre 2008

Yes, we can!


Sono due i motivi per cui John McCain non ha vinto le elezioni americane. Il primo è che per diventare presidente degli Stati Uniti bisogna possedere le doti giuste per ispirare Oliver Stone affinché ti dedichi un film, di quelli torrenziali, sulle tre ore, con metà di girato in bianco e nero, l’altra metà a colori, grandinate di immagini di repertorio, flashback, voce off e montaggio asfissiante. Quando esci (allucinato) dal cinema dopo un film di Stone, mentre ti assicuri che i vestiti che indossi non siano nel frattempo passati di moda, hai abitualmente l’impressione di aver assaporato il nettare della sapienza dal Santo Graal di tutti i complotti. Almeno fino alla prossima puntata di “La storia siamo noi”.
Perciò, per diventare Presidente degli United States of America (God Bless America!) bisogna essere carismatici come John F. Kennedy, oppure ambigui, traffichini e un po’ guappi come quel paraculo spione di Richard Nixon o inclini ai magheggi e alle bugie come George W. Bush. Ecco il motivo per il quale, tra il tracagnotto candidato repubblicano e lo stacco di reni di Barack Obama, non c’èra sinceramente gara.
Per cui, confidando nella rielezione tra quattro anni, è assai probabile che verso il 2020 nelle sale troveremo un film firmato Oliver Stone, intitolato “Barack” oppure “Obama” o ancora “B.O.” o forse “Yes I could but I didn’t because I’m a fucking Nigger!”
L’altro motivo per cui John McCain non entrerà alla Casa Bianca è perché non riesce ad alzare le braccia e non avrebbe potuto mai fare il brindisi della vittoria.
Sì, questa è un po’ cattivella, ma dopo la scorpacciata di politically correct di questi giorni, mi serve riprendere fiato.
Sembra che questa sua invalidità che lo costringe a salutare la folla come un playmobile sonnambulo sia l’effetto delle atroci torture subìte in Vietnam. Quando fu catturato, i vietcong scoprirono che John era figlio e nipote di ammiragli e, non so secondo quale codice, per rispetto e riverenza, i vietcong erano pronti a schiudergli la gabbia. Ma sapete come sono fatti gli americani: John McCain disse ai musi gialli che se ne sarebbe andato solo a condizione che tutti gli altri ostaggi fossero stati liberati. I Vietcong se lo guardarono e dissero: Ah sì? SDANGHETE…botte da orbi sulle braccia con forconi, rastrelli e cappelli di paglia. Ed eccolo lì, il povero John con le giacche con la stampella incorporata.
Sono fiducioso per la vittoria di Obama (la cui retorica è mostruosamente efficace se ha colpito anche noi non autoctoni ma schiavi della cultura americana. Sapremmo elencare almeno due punti del suo programma?) ma John McCain non era certo Belzebù. Mi è piaciuta la sua presa di distanza dai neo-conservatori evangelici puritani, antiabortisti, destrorsi del cazzo; quelli per intenderci che nel 2004 in tre milioni deambularono, ipnotizzati come androidi, fino alle urne con le carnagioni rubiconde e i loro culacci flaccidi ribaltando l’esito dei sondaggi e spedendo il malcapitato John Kerry a casa.
Se avesse vinto McCain non mi sarei disperato anche se avrei temuto per le sue braccia anchilosate in un eventuale scambio di strette di mano con Fassino.
Ma, certo, Obama è il cambiamento, il nuovo, il moderno, il progressista il new deal, yes we can!. E’ quello che Veltroni vorrebbe ma non può.
Sono fiducioso. E invidioso perché in America il ricambio della classe politica è obbligatorio. Qui no.
Yes We Can! Quindi. Si può fare. Si può stare zitti ad esempio. Invece di dichiarare che con Obama alla presidenza, sarà contenta Al Quaeda, come ha affermato il senatore Gasparri. Dall’idea che mi sono fatto del onorevole in questione non escludo che abbia digitato su google la parola “osama” invece di “obama”.
Il fatto è che per alcuni, che il nuovo presidente sia un afroamericano, è dura da mandar giù. Ne crollano di certezze e di deliri domestici passati a genuflettersi davanti a qualche busto. E se il Papa si augura che “Dio illumini Barack Obama” (ma si rassegni, Sua Santità, anche se lo illumina sempre un negro rimane), i migliori strafalcioni sono usciti - che sorpresa - dalla bocca ridens dello psiconano Silvio Berlusconi (psiconano è una battuta, tanto per precisare). A caldo ha commentato che è pronto a dare consigli al collega più giovane, segnalandosi per il solito egocentrismo, e per il culto della personalità manco fosse l’odiato (odiato?) Stalin. Non capisco quali consigli potrebbe dare Berlusconi ad Obama considerando che il senatore di Chicago ha vinto le elezioni in America senza avere televisioni, case editrici, giornali, giornalisti, scrivanie frequentatissime dabbasso e mausolei nel cortiletto di casa. Oltre ad un 50 per cento di fedeli decerebrati. A freddo (quindi dopo averci ragionato) eccolo dichiarare, ridanciano, che Barack Obama è bello, giovane e abbronzato. Abbronzato? Ma sì è una battuta, come fare le corna in una foto ufficiale del G8, no? Che c’è di male? Il 50 % di decerebrati avrà sicuramente riso, apprezzato e giustificato, soprattutto giustificato.
Faccio una scommessa. Da qui a quattro anni Berlusconi prenderà in considerazione anche l’argomento dimensione del pene arrivando ad insinuare di avercelo più lungo, più grosso e persino più abbronzato di Obama. Yes he can! A quando un film di Oliver Stone sul nostro premier? Magari potrebbe essere uno spin off di quello su Clinton. Il titolo? M & M.

mercoledì 29 ottobre 2008

Il matrimonio di Lorna


Ho visto “Il matrimonio di Lorna” al Quattro Fontane, uno di questi cinema a misura di cinefilo che assecondano la visione del film, ne coccolano il rituale e ti fanno sentire un fruitore intelligente. Deve essere il banchetto coi libri in prossimità dell’ingresso alla sala, o il bar coi tavolini che fa tanto dibattito intimo. Anche la gente che lo frequenta fa ‘pendant’ con la location. Per cui, ti guardi intorno e vedi questi tipi e tipe con il look trasandato comodo calcolato sblusato, con la borsa a tracolla estroversa e disimpegnata e la sciarpetta un po’ largona. Ci sono le quarantenni con poco trucco e l’acconciatura da affiliata veltroniana, gli studenti con la giacca di pelle e un libro o una rivista per le mani. Insomma una cosa seria, ma non seriosa. E, soprattutto, sono tutti lì per vedere il film. Strano, no?. Non come al Warner Village, specie nei weekend, che ti sembra di andare in una discoteca che fra le sue attrazioni ha anche una sala attrezzata per la proiezione. Ed è più facile trovare qualche mascalzone, tamarro pezzo di cacca che durante il film squarcia il buio con il display del telefonino. Gli altri miei cinema preferiti sono il Nuovo Sacher (per gli stessi motivi del 4 fontane), l’Eurcine e il Trianon (entrambi con sala ad anfiteatro, ideale per i verticalmente svantaggiati come me; entrambi garantiscono proiezioni nitide e accurate). Poi direi la Sala Troisi perché non trovi mai la massa di gente e dopo il film hai tutta Trastevere a disposizione per fare quello che ti pare. I cinema che invece cerco di evitare sono, oltre al Warner Village, frequentato da gente che arriva lì e poi sceglie il film (una persona normodotata fa il contrario): l’Atlantic, per colpa della signora con la permanente alla cassa che sbaglia a dare il resto e dice sempre che il film non è iniziato perché “ci sono i titoli di testa” (ma che sei scema!). I proiezionisti dell’Atlantic sono dei cani patentati e ogni film è una via crucis. Tra gli evitabili devo mettere a malincuore anche il Greenwich che sarebbe carino, ma Testaccio per il parcheggio è un castigo a meno che tu non abbia la macchina di Supercar che puoi lasciar scorrazzare da sola per due ore mentre sei in sala. Nell’elenco inserisco poi il Lux che è questa multisala con le pareti di compensato ad effetto rimbombo: ti vedi un film e ne ascolti sette-otto contemporaneamente. E pure il Madison, che per carità ha di buono che tiene i film fino all’usura della pellicola e fino alla morte naturale di tutti gli attori, così se hai perso un film che ti interessa, lì sei sicuro di recuperarlo. Ma ha delle sale anguste e proiezioni ipersfocate. E per sette euro e mezzo la cosa fa incazzare.

I film dei fratelli Dardenne sono un viaggio nelle deformità delle democrazie occidentali, in quei luoghi in cui le regole amorali e aberranti del capitalismo vengono applicate dai poveri Cristi, e in cui i connotati del carnefice e della vittima sono ambigui: sbiaditi e cedevoli, sono pronti ad essere stravolti da un evento, una presa di coscienza, un tradimento con conseguente ribaltamento dei ruoli. Tutto è in vendita nei film dei Dardenne, persino i neonati (L’enfant), ma soprattutto le coordinate etiche. Esiste una società basata sul mercato e ne esiste un’altra obliqua e intersecante, basata sul mercato nero dove il denaro è in contanti, insanguinato e lurido, e viaggia di mano in mano, senza sosta e in biglietti di piccolo taglio, per acquistare un compromesso, raggirare la legge, garantirsi una’esistenza minuscola. I Dardenne riescono ad infilarsi in una fessura e ad osservare una realtà in cui la morale è drasticamente sottomessa alle leggi dell’economia. A filmarne l’incedere discontinuo e affannato. Un po’ quello che fa Ken Loach ma con una regia meno neutra. Il punto di forza di “Il matrimonio di Lorna” (sebbene sia stato premiato per la sceneggiatura a Cannes) sta proprio nella messa in scena che produce quello scatto che fa la differenza tra una robusta inchiesta documentaristica e un film di fiction che sprizza sangue, sudore e lacrime. C’è sempre lei in scena: Lorna. Col suo corpo, la sua frenesia, la coscienza messa a nudo, i dubbi, i patimenti, i sensi di colpa e la follia. Lorna, insistentemente Lorna, personaggio-attrito fra i molteplici strati della comunità, simile a una ferita che non si rimargina mai perché costretta alla bugia e al sotterfugio, infiammata dagli incontri al buio e dai conflitti interiori che rendono le azioni meno fluide e le facili soluzioni, sbagliate. Lorna come granello nell’ingranaggio che (si) manda fuori giri e costringe un mondo nascosto a mostrare il suo volto ignobile, come una creatura mostruosa che sfiora il pelo dell’acqua. Un film sull’istinto di conservazione, magistralmente reale e realistico senza essere accademico; brutale e diretto ma senza intenti moraleggianti. E’ nelle pieghe del reale, negli intervalli poco sorvegliati in cui lo sguardo fatica a posarsi e dove esplodono le contraddizioni che i fratelli Dardenne costruiscono il luogo del loro cinema rigoroso, carico di dolore ma assolutamente necessario.

lunedì 20 ottobre 2008

La malattia e le donne (di Woody Allen)


E’ facile, su. Lo fanno tutti i bloggers di questo mondo. Ci si siede e si scrive, senza dover aspettare chissà quale ispirazione. Nel segno del relax e senza troppo lavoro di cesello. Il problema è che non mi interessa parlare tanto di me stesso. Equivale a citofonare a qualcuno per dirgli: “Ehi, ho appeso la mia carcassa sul muro del tuo cesso. Puoi azzannarla come farebbe un avvoltoio”. Che potrei dire? Uhm, vediamo. Ah, sì, ecco io appartengo ad una delle categorie più repellenti di questo mondo, gli ex-ipocondriaci. Da piccolo ero terrorizzato dalla possibilità di avere l’appendicite. E adesso che l’ho rivelato qui sul blog, so per certo che sarò costretto ad operarmi di appendicite prossimamente. Perché è vero che sono un ex ipocondriaco, ma rimango un ‘non ex scaramantico’. Per cui è fatta, avrò dolori lancinanti e una cicatrice all’inguine, molto presto. Ovviamente, col passare degli anni sono stato assalito da paranoie ben peggiori che una semplice appendicite. Poi con un bel po’ di lavoro su me stesso, sono migliorato e rientrato nella normalità. Tutti hanno paura delle malattie. Però gli ex-ipocondriaci sono terribili, perché provenienti da un passato in cui temevano il tumore al primo segnale anomalo del proprio organismo, mentre adesso tendono a sdrammatizzare qualsiasi sintomo, specie se riguarda gli altri (ma lo facciamo per rinsaldare le nostre sicurezze e il nostro atteggiamento disimpegnato nuovo di zecca). Per cui abbiamo la tendenza, in presenza di un cadavere, di sussurragli all’orecchio: “Non ti preoccupare, niente di grave è solo un calo di zuccheri!” Stranamente non mi ha mai spaventato l’Aids. Credo perché tendo a non sopravvalutare la mia vita sessuale. Sono due cose che vanno a braccetto. A questo punto dovrei stilare una top 5 delle mie principali paure, ma essendo scaramantico rinuncio molto volentieri. Diciamo che nelle fasi della mia vita in cui ho un umore piuttosto sostenuto, la morte non mi tange granché. Anzi, se le condizioni rimarranno queste, verso i 45-46 anni potrei anche abbandonare questo mondo simpatico e un po’ avaro.
Mi è venuto in mente di parlare di ipocondria perché ho letto sul corriere un’intervista a Woody Allen in concomitanza con l’uscita del suo ultimo film. Quando un giornalista non sa che scrivere su Woody Allen, spara le solite cazzate sul fatto che non si muove mai da Manhattan e che si misura la febbre tre volte al giorno. Lo stani subito un giornalista pessimo quando allunga il brodo con queste curiosità trite e patetiche. Dell’intervista estraggo questo stralcio:


D: Col passare degli anni, lei appare sempre più ipnotizzato dalla bellezza femminile.
R: Sempre stato! Anche quando avevo cinque anni... anche quando ero un bimbo sono sempre stato attratto dalle donne. Sa, io sono molto superficiale... Al contrario di ciò che alcuni potrebbero pensare... Lo so, ci sono molte persone che credono che io sia più profondo... o più intellettuale o più sensibile. Ma non lo sono. Sono superficiale. E uno degli aspetti della mia superficialità è l’ossessione per la bellezza.

In effetti, capita anche a me, che non posseggo nemmeno un centesimo dell’acume intellettuale e della profondità di Woody Allen. Rimanere concentrato su una donna e sulle sue parti più sporgenti o sullo stacco delle loro gambe è una cosa che mi rimane facilissima e di cui non mi pento mai. Non è tempo sprecato. E’ come guardare una partita di calcio; mi ci appassiono e tutto il resto passa in secondo piano. L’arte, la politica, l’economia e il resto dell’universo scalano alla pagina successiva della mia agenda. Persino la paura delle malattie. Sulla superficialità secondo l’occhio maschile e sulla superficialità secondo l’occhio femminile ci sarebbe un po’ da dire, ma lascio in sospeso per il post successivo. Ma essendo superficiale potrei non trovare mai la concentrazione giusta per intraprendere la discussione.


La filmografia di Woody Allen è zeppa di protagoniste femminili belle e indimenticabili. Le mie cinque preferite sono: la Diane Keaton di “Io e Annie”; per la svampitezza, la stravaganza del guardaroba e perché Io e Annie è una commedia romantica meravigliosa che non mi stancherei mai e poi mai di rivedere. E perché anche io ho bisogno di uova.
Poi, Scarlett Johansson di Matchpoint per la scena del bacio e dell’ammucchiamento sotto la pioggia, per la sua espressione assassina, per la semplicità con cui sa cambiare registro nella recitazione ( e per le tette e le labbra carnose, cazzarola!). Scarlett è come la cassiera più carina del supermercato da cui andresti sempre a pagare anche se c’è da fare più fila. Questa non è mia, è una citazione. Mi sa proprio di Woody Allen.
Al terzo posto la Barbara Hershey di Hannah e le sue sorelle, perché ‘nessuno, nemmeno la pioggia ha così piccole mani’. E perché con quel maglioncino collezione autunno 1986 è più sexy di una modella in minigonna.
In Tutti dicono I Love You c’è anche Julia Roberts, ma faccio outing e confesso che al suo sorriso e alla sua avvenenza preferisco di gran lunga il disegno della bocca di Drew Barrymore nella quale trovo anche una maggiore dose di spirito ed autoironia.
Vorrei chiudere con un ex aequo ma invece piazzo al 5° posto la Mira Sorvino, madre, prostituta e attrice hard di La dea dell’amore che per quel film ha anche vinto l’Oscar. Perché la battuta: “Non hai voluto un pompino per il tuo compleanno così ti ho comprato una cravatta” fa troppo ridere. E anche se l’ha scritta Allen, sembra davvero concepita da una come la Mira Sorvino del film.
Per l’ex aequo avrei scelto la Judy Davis di Mariti e mogli.
Ora vi aspettereste che io parlassi dell’ultimo film di Woody Allen, ma non l’ho ancora visto. Per cui vi parlerò del formidabile Il matrimonio di Lorna dei fratelli Dardenne. Ma un'altra volta, sennò qui il post si allunga. E almeno ho già un argomento (anzi due) per il prossimo aggiornamento.

domenica 12 ottobre 2008

Dei concerti in piazza


Le mie cinque canzoni preferite dei Cure sono: In Between Days, Just Like Heaven, Lullaby (adoro il video, poi!), A Forest. Al primo posto c’è Boys Don’t Cry, canzone fantastica la cui metrica scarna conserva ancora un impatto devastante, con la voce insolente d Robert Smith posseduta dal Belzebù adolescenziale. Non conosco i Cure a menadito. Qualsiasi fan scatenato se ne accorgerebbe dalla top 5 convenzionale che ho stilato. Ma li apprezzo enormemente per ciò che hanno rappresentato, per la solennità delle loro atmosfere, per la chiave gotica con cui hanno letto le ansie esistenziali di una generazione, per il romanticismo cupo e nervoso, per il sound esclusivo.
Prometto di mettermi di buzzo buono ad ascoltare i loro primi lavori. Intanto sono andato al concerto a San Giovanni. Uno di questi concerti di piazza ‘patrocinati da’…(nel caso in questione: Comune di Roma, Coca Cola, Mtv). I concerti gratuiti sono una manna dal cielo per chi ama la musica, ma come rovescio della medaglia risultano essere dispersivi ed eccessivamente informali. Mi spiego. Se io pago il biglietto, acquistandolo spesso con mesi di anticipo per vedere un artista o una band, mi reco al concerto con una carica ed un’esaltazione che condivido con il resto del pubblico (pagante). Si crea una sorta di concentrazione, di esclusività, di rispetto e di adorazione verso chi sta suonando sul palco. C’è una simbiosi carnale tra chi fa spettacolo e chi lo fruisce. E c’è una considerazione maggiore per i momenti solenni. Quando Robert Smith e company ripercorrevano il loro (e il nostro) passato snocciolando i vari bis, autentico ritratto di un’epoca, c’era gente che fluiva e defluiva, si distraeva, faceva altro. La stragrande maggioranza delle persone che partecipano ai concerti di piazza gratuiti ci va perché è un evento che ha luogo in città. Sta lì per esserci. E anche per dire di esserci stato. Il concerto diventa un luogo di appuntamento dove spesso si decide cosa fare più tardi. Sono la proiezione in scala delle feste di paese. Tutti escono di casa dopo cena per andare a dare un’occhiata. Sono momenti di passaggio. Quando lo show è a pagamento e hai scelto in maniera premeditata di esserci, lo show diventa per te il principale evento della giornata, il motivo per cui quella mattina hai deciso di alzarti dal letto. L’arte per tutti è una cosa eccezionale ma determina una mancanza di selezione nei fruitori. Se facessero una mostra di Picasso per le strade, tutti andrebbero a vederla. Perché è gratis. A molti di Picasso non fregherebbe nulla né durante né soprattutto dopo. E’ vero che la grande arte arriva prima o poi. Un capolavoro è tale perché riesce a toccare le corde di tutti, anche di chi non ha disposizione né gli strumenti per apprezzarla, né la voglia e il tempo di metterli a punto tali strumenti. E’ giusto. Ma non è giusto allo stesso tempo. E ora che ci ripenso, non credo che alla pischella coatta o alla casalinga in libera uscita, abituata alle pacchianate ebeti della De Filippi o ai voyeurismi di serie C dell’Isola dei famosi, la visione del Guernica susciti un granché. La sensibilità artistica va allenata, cresciuta, coccolata. Se non ti piace non te ne faccio una colpa, ma non venire a rompere il cazzo. Chi mi accusasse di snobismo avrebbe le sue ragioni. Un pizzico di snobismo c’è. Ma c’è anche un’eterna voglia di imparare e una forma di rispetto verso chi ha più talento di noi e ci racconta e ci ha raccontato come siamo. In realtà sei tu, indifferente e presenzialista, ad impedire a me di godermi quello che ho scelto di godermi in santa pace.
Al concerto al Colosseo di Simon & Garfunkel di alcuni anni fa, nel gruppo di persone che erano con me ce n’era una che non sapeva nemmeno chi fossero. Non sapeva nemmeno i loro nomi. Se ti fingi appassionato di musica (e nel momento in cu schiodi le chiappe dalla poltrona per stare in piedi due ore nella calca vorrei sperare almeno che tu lo sia) e non sai chi sono Simon e Garfunkel, è come saper leggere e non sapere chi è Alessandro Manzoni. Ma comunque ti perdono. Ma se durante The Sound of Silence (cazzo di budda, The Sound of Silence) mi rompi i coglioni parlando al telefonino o mi chiami per farmi vedere un mms del cazzo che ti hanno spedito, allora meriti la pena di morte.
Ci sono momenti solenni. Durante il concerto (a pagamento) di Springsteen del tour della Seeger Session nel 2006, un venditore ambulante mi è passato a fianco e mi strillava nelle orecchie “acqua, coca, birra” mentre il Boss ci regalava una versione commovente di The River (The River, limortaccitua, hai capito ambulante del cazzo ignorante, abusivo che nemmeno potresti stare lì a vendere l’acqua?) arrangiata con sonorità folk. Io spero che quell’ambulante filgio di puttana sia morto di fame. Ma tra mille tormenti.
Al concerto dei Genesis al Circo Massimo vedevo persone anzianotte e palesemente a digiuno di musica che si erano portate le sedie da casa e stavano lì non so a fare che. Dubito a godersi il repertorio progressive anni Settanta. Forse avranno mosso le zampe durante l'orecchiabilissima Invisible Touch.
E ancora, sempre al Colosseo, sempre gratuito, la chiusura del tour di Billy Joel. Io adoro Billy Joel ma in Italia non se l’è mai cagato nessuno. C’èra un fottio di gente. Ok. Bene.
Billy Joel chiude lo show con Piano Man che è la canzone che più lo caratterizza come artista e che racconta un mood di sogni infranti ma di illusioni ancora testardamente intatte. C’è un intero pianeta di caratteri, paure, di solitudini che collidono nelle notti non solo newyorchesi dietro quelle note e quelle parole.
Billy Joel è The Piano Man. Dal 1973, o giù di lì, Billy Joel lascia che sia il pubblico ad intonare a squarciagola il ritornello (Sing us a song, you’re the Piano Man, Sing us a song tonight…ecc ecc.). Ecco, io ero l’unico che stava lì a strillarlo circondato da decine di persone ammutolite, alcune delle quali mi guardavano come fossi un alieno. Ero io l’alieno? Billy Joel mancava dall'Italia dal 1990 e me lo stavo finalmente godendo.
Oltre a Piano Man, le mie sue cinque canzoni preferite sono: She’s Always a Woman, Scenes from an Italian restaurant, You May be Right, You’re Only Human e New York State of Mind.


Chiudo:
Ormai è palese che io non riesca ad aggiornare il blog frequentemente. Me tapino, me sanguisuga, direbbe Zio Paperone. I motivi sono che ultimamente sono stato a Londra (ne scriverò). Poi che ci sono cose che scrivo di mio pugno sul mio diario personale, altre che scriverei, ad esempio, solo su facebook (ne scriverò…oddio, facebook…micidiale!), altre che porterei solo in una conversazione con amici intimi e altre che sono da blog. Ecco, ancora non sono riuscito a tracciare con precisione il perimetro che delimita gli argomenti da blog.
Poi questo periodo è stato un periodo del cazzo. Ho lo “shining” a mille. Ovvero sono in una di quelle fasi in cui ho la consapevolezza assoluta di quello che ho fatto e non ho fatto, che sto facendo e non sto facendo. Del perché e del percome. Delle scelte sbagliate e del tempo perduto. Sto cercando qualcosa che riesca a salvarmi la vita. Forse l’ho trovata, e forse no. E di questo non so e non credo che ne parlerò.