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domenica 28 aprile 2013

L'uomo del caffè



Si presentò alla porta fradicio dalla testa ai piedi.
La pioggia, martellante, aveva incominciato a ruggire dalla sera prima, mentre il treno che lo aveva portato in città fischiava il suo ingresso alla stazione.
Solomon ci aveva avvertito del suo arrivo con una telefonata stringata: poche parole, quasi uno scarno comunicato, pronunciato come se avesse un graffio alle corde vocali.
In quell’istante un lampo illuminò antenne e comignoli; svelò reticoli di crepe sull’asfalto e sciami di insetti senza nome: ad ogni cosa fu negato il pudore della penombra.  
Dio aveva acceso un fiammifero, lassù nel cielo.
Solomon era venuto a prendere il caffè.  Noi lo avevamo invitato a pranzo. Lo avremmo fatto altre volte. Ma lui rispondeva sempre allo stesso modo: “No, vengo solo per il caffè”. Lapidario e inattaccabile, col sul lessico ristretto.
Ci sedemmo a tavola, in silenzio, incuriositi e sulle spine. Il nostro rito quotidiano aveva un ospite: il più atteso e il più temuto.
“Che notizie ci porti, Solomon?”
La domanda di mio marito Joe separò il tintinnio dei cucchiaini dal borbottio di Solomon.
“Per me molto zucchero”.
Non c’era nulla di strano in quella risposta. Ogni volta che gli facevi una domanda, Solomon spostava il bersaglio, spiazzandoti.
Sorseggiammo i caffè.
Portando la tazzina alle labbra, Solomon esibì il suo gomito scorticato. E io immaginai il resto del corpo, infittito di cicatrici, macchie del destino, punte di pugnali e briciole di vetro sottopelle.
“Hai trovato lavoro?” chiese Joe, interessato al prossimo depistaggio.
“ Ci vediamo domani per il caffè”.
E intanto grattava lo zucchero dal fondo della tazzina con un’unghia sporgente dal polpastrello carnoso.
Io non potevo fare a meno di galleggiare nel flusso vischioso lanciato dal suo sguardo.
“A domani”, disse.
E si alzò, pronto a scaraventarsi nella pioggia; la camicia, ancora bagnata, si era appiccicata alla schiena. Una manciata di rimasugli di fango gli si staccavano dalle scarpe ammucchiandosi sul pavimento.
Sul collo il tatuaggio di una strega.
Io e Joe non ne parlammo quella sera. Ma la notte si affollò di risvegli brevi e frequenti. Il preludio nervoso di altri pomeriggi a venire.
Per noi Solomon era come una foto compromettente dentro uno scatolone in soffitta. Ti ci imbattevi quando ti eri scordato della sua esistenza, cercando altro, e riscoprivi la dissolutezza di quella testimonianza inconfessabile che non avevi mai avuto il coraggio di buttare. E continuavi a non buttarla.
Solomon la posa sconveniente, la recidiva di una malattia, una filastrocca perversa in un angolo della memoria.


Joe

Il telefono ringhiò alle prime luci dell’alba. Avevo gli occhi già sbarrati. Da dieci giorni Solomon chiamava puntualmente a quell’ora.
“Pronto, Joe”.
“Ciao Solomon”.
“Vengo a prendere il caffè oggi pomeriggio”.
“Sì, ci vediamo più tardi”.
Dieci telefonate clonate. Il timbro di voce di un burocrate, e io: la pelle d’oca, il cuore in affanno.
Dieci notti in cima al letto a rimuginare concetti senza forma, pensieri stropicciati e lisi.
Conobbi Solomon in un vicolo nei paraggi del porto. Un teppistello da quatto soldi e cento chili mi aveva appena rubato il portafogli.
Solomon lo raccolse da terra mentre il delinquente sputava i denti fra i rifiuti.
Rientrai nel locale insieme al misterioso giustiziere.
“La ringrazio signore per aver recuperato i miei soldi e i miei documenti, posso fare qualcosa per sdebitarmi?”
“Io prendo un caffè” rispose; le sue mani pesanti e ruvide bloccavano il tavolo impiastrato di alcol e saliva.
Rimanemmo in silenzio. E in silenzio lo vidi svanire nell’ombra dalla quale era comparso.
Quel pomeriggio, quando si sedette in soggiorno con me e Martha, fissai il suo viso rugoso, concentrandomi sulle palpebre rigonfie e illividite che coprivano con una piega irregolare la parte inferiore della pupilla.
Un incisivo spezzato godeva dell’umidità della sua lingua: un gesto che faceva di continuo, muovendo in fuori le labbra serrate, come se stesse masticando uno spillo.
Solomon non aveva data di scadenza.
Per come la vedevo io, Solomon era immortale.
Vidi la sua fotografia sul giornale una mattina di tanti anni fa.
L’unico sopravvissuto ad un pauroso incidente ferroviario.
Immaginai la sua flemma mentre tutt’attorno i visi si schiantavano sul pavimento, le teste fracassavano i finestrini, pezzi appuntiti di soffitti e pareti bucavano occhi
e squarciavano gole; mucchi di corpi senza vita ammassati fra il sangue e la sporcizia e lui, incolume, che trovava un varco nella morte.
La polizia lo interrogò invano; lui rimase zitto, le narici larghe come crateri annusavano una tazza di caffè fumante.
Per Solomon non esistono i punti interrogativi.
Notte dopo notte mi rigiravo nel letto. Conoscevo a memoria ogni centimetro del mio lenzuolo sgualcito e arroventato.
Quando decidevo orgogliosamente di arrendermi all’appiccicosa realtà insonne, mi ritrovavo a pregare. Con le mani giunte e gli occhi verso il soffitto, facevo uscire un sospiro di parole dalla mia bocca secca.
Farfugliavo. Ma il fragore del temporale complicava anche il più interiore dei dialoghi.
Pregavo che Solomon non tornasse mai più.
Ma Solomon è un uomo che ritorna, non un uomo che se ne va.
La testa e il cuore speravano solamente che scomparisse per un po’.
Un giorno, un mese, un anno.
E invece, di nuovo, mentre il primo chiarore aizzava i galli contro il cielo pallido, allungai la mano sulla cornetta del telefono.
Un altro giorno infinito chiedeva il suo dazio.
Un altro giorno ribadiva la mia resa.


Martha

Che Dio mi perdoni.
Con queste parole apro e chiudo ogni pagina di questo diario.
Tremo.
Oggi Solomon non si è presentato.
Sparito nel nulla. Via. Andato. Per chissà quanto.
Un giorno, un mese, un anno.
Ha smesso di piovere.
Anche oggi mi ero preparata ad accoglierlo.
Da padrona di casa, da moglie, da donna.
Speravo che il mio sonno profondo e i miei sogni inabissati nel fervore mi avessero impedito di sentire il telefono.
“Non ha chiamato” mi ha detto Joe, mentre preparavo il caffè, dopo il pranzo.
Ma certe consuetudini ti rendono imperterrita, in sospeso fra speranza e terrore.
Mi sforzavo di non fissare la porta a vetri, ma la visualizzavo con la mente immaginando l’ombra di quell’uomo; l’ombra che lo precedeva allungandosi e ingrossandosi fin su la tenda trasparente, dopo aver strisciato, oltraggiosa e liquida, sul viottolo del giardino.
La testa, il collo, il torace, le braccia, il ventre, le gambe, la forma delle scarpe.
Il prologo muto del suo ingresso in casa.
Poi il campanello suonava.
Aprivo sempre io; una mano sull’impugnatura della maniglia, l’altra che invece scivolava sulle cosce a disciplinare le pieghe della gonna.
Solomon entrava senza sorridere, mi camminava davanti, in direzione del soggiorno e io mi specchiavo nel nulla aggiustandomi i capelli.
Mi sentivo impettita. Ero impettita.
Lo vidi per la prima volta il giorno delle mie nozze con Joe.
Era seduto in un angolo del ristorante; con la lingua scavava il vuoto zuccherato di una tazza di caffè.
Chi è? Da dove viene? Quanti anni ha?
Lo chiesi a Joe qualche settimana più tardi.
“Si chiama Solomon. E’ l’uomo del porto”.
Non seppi più nulla di lui per molto tempo.
Lo lasciai impolverare in uno scatolone in soffitta, finché un giorno riapparve all’improvviso: eccolo, in mezzo alla strada, come partorito da una botola immaginaria.
L’uomo del porto. L’uomo del caffè.
Un neo minuscolo fra le sopracciglia. Sul polso destro il tatuaggio di un serpente. Sul mignolo un anello enorme e nero ammansiva i raggi del sole.
Lo invitai a casa per un caffè. Vidi Joe sorridere impallidito, aveva il colorito di una bambola di cera.
Fu in quell’occasione che ascoltai i dettagli sparsi e lacunosi della sua vita.
Il porto, il treno, gli incontri occasionali con Joe, i tanti caffè bevuti assieme.
Ma era Joe a parlare. Solomon stringeva un cucchiaino nel pugno e se ne stava in silenzio. Le labbra polpose e screpolate si muovevano come se stesse succhiando  uno spillo.
Io non riuscivo a stare ferma.
Solomon non mi guardò mai, ma io provavo imbarazzo, vergogna.
Percepivo la pelle che rivestiva la mia carne viva; la sentivo nell’atto di aderire, di combaciare. E per un istante ebbi un flash: la visione di me stessa dall’esterno. La pelle che avvolgeva come un guanto una donna. Me.
Ero agitata.
Univo e socchiudevo le gambe frementi e nervose; e ad ogni nuovo contatto tra le cosce ero sempre meno asciutta.
Avevo voglia di fumare una sigaretta sebbene non l’avessi mai fatto.  
Avevo voglia di sfilarmi le scarpe ed intrecciare le dita dei piedi.
Avevo voglia di ghiaccio sul mio seno rovente.
Avevo voglia di caffè.
Mi alzai dal divano con una scusa e mi precipitai in bagno.
Volevo che lo scroscio dell’acqua della doccia mi rendesse sorda. Che non avessi modo di ascoltare la mia ansia incontrollata. Volevo azzittire i palpiti.
Entrai nella doccia vestita e provai piacere nel sentire la stoffa attorcigliarsi sul mio corpo sotto il getto d’acqua bollente.
Non riuscivo a placarmi.
Lasciai scivolare la schiena lungo la parete e mi sedetti a gambe spalancate.
Le labbra si bagnavano di acqua e di saliva.
Gustavo il sapore dolce sulle mie dita molli.
Ero me stessa.
Rimasi lì a lungo, a piacermi e compiacermi fra le gocce e il vapore.
Quando riapparsi in soggiorno, Solomon non c’era più.
Il mio respiro era normale. Avevo la sensazione di aver tagliato un traguardo nel profondo dello spazio e che non sarei più tornata indietro.
“Lo rivediamo domani per un caffè” mi disse Joe.
“Potevi invitarlo a pranzo”.
“No, ha detto che vuole solo il caffè”.
Ora i miei sogni sono ritornati ad essere anonimi. Fra qualche mese smetterò di voltarmi verso la porta, di spiare le ombre in giardino, di sbirciare i polsi e i mignoli degli uomini.
La smetterò anche di origliare il mio corpo che ancora adesso mi sorprende coi suoi sbalzi incontrollati e mi fa precipitare nella doccia.
Acqua bollente. Stoffa. Un traguardo da tagliare.
Joe fa finta di niente.
Io ho ricominciato ad indossare la biancheria intima sotto il vestito.
Solomon è un uomo che ritorna.
Che Dio mi perdoni.




























giovedì 2 luglio 2009

Misantropia e stereotipia

Quando ho visto che aveva la barba e quando ho sentito la cadenza bolognese e quando ho notato il gesto morbido con cui ci offriva del vino usando la frase “volete bere una cosa?” mentre indicava la tavola, non ho esitato a guardargli i piedi. Oh, yes, aveva i sandali. Ovvio.
Era l’inizio di una serata choc. I gesti erano quelli visti e rivisti dell’alternativo dai ritmi blandi, quello che “io senza una bottiglia di vino, la sera, non mi rilasso”, quello che almeno una volta ha pensato a trovarsi una dimensione. Vecchio, roba vecchia. Muffa.
Bene. Anzi male, perché ci sono dentro. Continuiamo. Quando mi siedo accanto agli altri commensali, la cerco. Non può non esserci. Se guardate un film western, deve esserci una pistola. Se guardate un film romantico, alla fine il bacio ci scappa. Ed infatti, eccola lì, appoggiata sul bracciolo del divano. La chitarra. Pronta all’uso, da lì a poco. Il bolognese (in bolognese) ci annuncia che la sera successiva ci sarebbe stata ancora bisboccia, perché la coinquilina americana avrebbe lasciato la casa. Noi eravamo invitati. MI dico: “lo dirà?”. Non userà proprio quella parola. E invece. “Domani sera se vi va di passare, c’è un festino perché Kris va via”.
La barba, i sandali, la chitarra. Il festino. E in bolognese. Lessico scontato. Quel lessico che ti spalanca la porta della cantina degli orrori. Perché in realtà tu vivi sperando che gente del genere si sia estinta. E invece c’è ancora.
Quando mi trovo al cospetto di stereotipi tendo a mettermi la mano sul mento e a roteare gli occhi, almeno finché non sopraggiunge il mio tic che si impenna davanti ai discorsi di cui già conosco inizio, itinerario dialettico e conclusione, quei discorsi che ti vengono spacciati per un filo perle di saggezza. Muffa.
Per la cronaca, Kris non c’e’. La valchiria bionda con due grattacieli al posto delle gambe. Peccato. Già per questo, ci vorrebbe una sigaretta. Me la faccio. La prima di una lunga serie. E chi li regge a questi. Sicuramente il mio sarà l’unico pacchetto sul tavolo. A occhio e croce questi usano il tabacco sciolto (che in qualche negozio vendono insieme ai sandali). Il tabacco sciolto con rollata disinvolta e sandalo accavallato fa un sacco musicista con orari spagnoli. Il musicista con orari spagnoli è un giovane esemplare della razza umana che non lavora e si dedica alla sua passione, la musica, tenendosi in allenamento durante i festini. Non lavorando, le sue attività fisiologiche tendono a traslarsi nel futuro con un ritardo di circa un paio d’ore rispetto alla tabella di marcia. Un po’ come fanno gli spagnoli che pranzano, cenano, cacano più tardi rispetto a noi, insomma sul davanzale della notte.
Nel libro “Piero Angela e l’umanità che avete sempre conosciuto pur non avendola mai incontrata”, è scritto in grassetto che i musicisti con orari spagnoli fumano tabacco sciolto e sono soliti commentare un’informazione esclamando “dai, che storia!” con la “o” un po’ aperta, quasi invidiosa della “a”, a cui la “o” tende la mano pur senza toccarla. Finto interesse tipico del finto alternativo.
Di Kris, nemmeno l’ombra. Niente pratica di inglese, stasera. Niente cosce americane.
Oltre al bolognese barbuto (barba ispida che sembra non curata mentre è curata affinché sembri ispida) e sandaloso ci sono altri due musicisti (siamo tutti musicisti…) di cui mi sfugge la sfumatura geografica borbonica, uno dei quali, mentre sistema con le unghie un po’ di tabacco (per gli amanti della statistica e di Piero Angela, era tabacco Golden Virginia, confezione verde) e umetta la cartina, mi rivolge la fatidica domanda. Del resto, non ci siamo mai visti, deve pur farmela.
La mia accompagnatrice, nota appassionata di stereotipi - tanto che dovrò consultare il suddetto libro per vedere a quale stereotipo appartengo io – è tutta occhi, sorrisi e orecchie. Finge pure lei, almeno lo spero.
E il bolognese ci sta spudoratamente provando con la tattica del “sono curioso e voglio davvero sapere che hai fatto oggi” (tradotto: voglio infilarti una mano tabaccosa tra le cosce e faremo giochini proibiti coi sandali e la bottiglia di vino). Per cui, dato che domandare e lecito e rispondere è cortesia, io e la mia normalissima, conformista e preconfezionata chesterfield light, a cui non ho mai voluto così bene, sintetizziamo la mia attività cercando di evitare le parole scatenanti. Ma essendo impossibile, mi tocca pronunciarle. Per smorzare un po’ l’ansia tengo d’occhio la chitarra sul divano sperando che rimanga lì assieme al suo strascico di vecchi successi di Battisti, degli Eagles e di De Andrè. Sì, roba buona, ma vecchia. Muffa. Che palle.
“Scrivo di cinema” dico. “Dio mi perdoni, anzi mi fulmini e poi mi perdoni”, penso.
Sia il bolognese che Golden Virginia, all’unisono: “Ma dai, che storia…”.
Pausa di riflessione psico-motoria. Sospiro. Che ora è? Presto, maledettamente presto. E di Kris, il sogno americano, nemmeno l’ombra.
Pur non sapendo nel dettaglio quale sarà la domanda successiva, ho idea dell’orbita attorno alla quale essa girerà. I miei automatismi mentali nel giro di un secondo stilano il seguente elenco: Nanni Moretti, Moretti Nanni, Nanni, Moretti. Intanto il terzo tace. E’ riccioluto, con gli occhiali e un po’ pallido, tanto che l’ho subito etichettato come l’ideologo del gruppo, il carismatico leader occulto, il Charles Manson dei musicisti con orari spagnoli, il bancomat di papà e il curriculum universitario che recita: esami fatti, 1.
E mentre il bolognese si interessa ai prossimi viaggi della mia accompagnatrice, Golden Virginia, con lo spino di tabacco infilato in un angolo delle labbra mi chiede, non senza un filo di perversione, “Lo hai visto Ecce Bombo?”. Sì, dice proprio così. Ci vorrebbe un festival di puntini di sospensione. Giuro che è tutto vero. Fa male, ma è vero.
Dov’è Kris? Dov’è il suo profumo? E le sue tette?
Io che non mento mai, perché è peccato, dico “sì”, ma quello che non dico è che Ecce Bombo è un film di Nanni Moretti del 1978 che è passato di moda nelle conversazioni a tavola dal 1979 e appartiene al periodo neolitico della mia formazione mentale, come il bondì a colazione, le figurine panini e “Tre nipoti e un maggiordomo”. Invece in pienissimo 2009 eccolo riemergere dalle tombe di un immaginario collettivo tramortito. E per bocca di uno che, credo, tenga sul comodino le memorie di Lenin, le ricette di Trotzsky, gli inestetismi del partito dei lavoratori combattenti, perché lo aiuta a costruirsi il suo personaggio. Ecce Bombo è un gusto che ha ereditato, una filastrocca mandata a memoria.
Ma più che altro. Che cazzo c’entra?
Roba vecchia, muffa. Finzione. Da universitari fuorisede del cazzo.
Non mi arrabbio, e non perché sia a casa di ospiti, ma perché in presenza di stereotipi bisogna agire con moltissima cautela.
La cautela che non si confà alla mia accompagnatrice ingenua che incalzata dal secondo bicchiere di Cannonau e dall’ispido bolognese con la sua tattica del di-vin festino, rivela alla gentile platea che l’ultimo film che ha visto al cinema è “Milk” con Sean Penn.
Purtroppo bisogna pur far conversazione. E le conversazioni sul cinema sono le più tremende in assoluto.
Comunque, non l’avesse mai detto.
L’ideologo occulto afferra la chitarra (… Ecce Lucio…) e, scuro in volto, con le “o” che tendono alle “a”, e le “e” che tendono alle “i”, afferma con la solennità di un verdetto supremo (rullo di tamburi e fiato alle trombe…) “ Io detesto il cinema americano”
Ah! Ecco Me mancava. Ma mica lo penso, lo dico proprio. E lo dico in romano con cadenza romana, strafottenza romana, e sguardo romano. Lo prendo per il culo. Tanto lo so che sta per strimpellare una cazzo di canzone di Battisti.
Con lo sdegno che si dedica solitamente ai maltrattatori di bambini, l’ideologo continua, sciorinando, tra congiunzioni e verbi, termini come imperialista, fallocentrico (questo non lo sentivo da prima che l’omo inventò il pisello), politico. E nel frattempo, il primo accordo parte.
Seguono vari commenti superficialissimi a cui io non partecipo.
Seguono ridde di nomi e di titoli a cui io annuisco o sorrido come avessi una paresi.
Seguono cambi di posizione tattica: sedia-divano; sedia-sedia; sedia-finestra.
Seguono le note di una canzone di Battisti. Come te sbagli. Mi si gela il sangue.
Mi alzo e vado al cesso.
Kris, dove sei?

mercoledì 23 luglio 2008

Evelyn. (quinta e ultima parte)


Confesso di averci pensato. Un flash. C’è Evelyn che entra nel mio appartamento, vede T. sdraiato sul pavimento, capisce al volo tutto e lancia una proposta. La proposta. Quella proposta lì. Ammetto che nel novero delle mie fantasie sessuali non rientra quella che si chiama “cosa a tre”. Non ci rientra perché, nella costruzione della fantasia stessa, dovrei immaginarmi la presenza di un altro uccello oltre al mio. Poiché nelle fantasie ritengo opportuno dare un volto agli attori in scena, non sarebbe un uccello qualsiasi, ma l’uccello di un amico. E in erezione, per giunta. Brrr…! I miei sogni ad occhi aperti hanno un divieto d’accesso affisso a delle stanze chiuse a chiave dietro le quali ci sono i genitali maschili. Non voglio nemmeno passarci davanti a quelle porte. Sono off limits. E nella vita reale quelle porte hanno un lucchetto in più. Nella vita reale, se capitasse, non mi lascerei mai e poi mai coinvolgere in questo tipo di miniorgia (il termine tecnico è ‘threesome’, così, per rispetto dei cultori del genere). Non è solamente una questione fallica: Sì, ovvio, c’è un altro pisello che vaga nella mia stessa orbita, decisamente troppo nei pressi di qualsiasi parte del mio corpo. E non intendo solamente gli orifizi. Un pisello in erezione che non sia il mio è troppo vicino anche alle mie mani, al mio ombelico, ai miei polpacci e persino alle mie nozioni di filosofia. E’ del tutto secondaria anche la faccenda delle misure e del confronto. Voglio dire, si sta lì per fare sesso, non per scatenare un dibattito sulla lunghezza e la grossezza, organizzando per l’occasione un confronto all’americana. E, non ci crederete, non è nemmeno una questione di secrezioni, schizzi, e sgocciolamenti. Certo, lo sperma è sperma (ed anche questa è filosofia). Sia io, che la narrativa tutta, apprezziamo il patto di sangue che ha sempre la sua inarrivabile solennità. Il patto di sangue possiede una sua epica. Per cui, senza problemi, facciamoci un bel taglio e uniamo i nostri polsi recitando slogan di alleanza, unione, fraternità. Tutti per uno e baggianate varie. Ma il patto di sperma no. Quello è fuori discussione. Anche se, se si escludono interventi della Buoncostume, nella suddetta miniorgia quel momento dovrà pure arrivare, a suggello del trasgressivo e affollatissimo amplesso. Per andare fino in fondo nella discussione sull’eiaculazione dovrei mettere in gioco anche altre variabili (ne dico solo due: preservativo e ingoio. Ma le precisazioni andrebbero troppo per le lunghe e io ho un amico svenuto in casa mia). Dunque, è mia premura accantonare lo sperma, che ripeto è secondario (e chi glielo avrebbe mai detto, un giorno, allo sperma che era secondario?) per arrivare al nocciolo (stavo per scrivere ‘succo’). Il motivo principale per cui non farei mai sesso con una ragazza insieme ad un amico è il seguente: le facce. Sì, le facce. Le espressioni, le smorfie, le increspature della fronte, le bocche aperte e affannate, i denti che mordono il labbro inferiore e tutte le altre molteplici combinazioni mimiche, che saremmo, io e lui, costretti a guardare uno nel viso dell’altro nel corso del godimento. Di un mio amico sono disposto a vedere le lacrime. Non avrò problemi ad osservarlo togliersi la dentiera. Sono pronto a trovarmi di fronte alla sua agonia. Vorrò accarezzare il suo volto quando sarà una salma. Ma non me lo fate vedere quando sta scopando. E soprattutto quando ci stiamo scopando la stessa ragazza. Perché arriverà un momento in cui, io e lui, durante questa troppo gremita festa dei sensi, incroceremo i nostri sguardi. Io avrò una faccia da coglione. Lui avrà una faccia da coglione. E non riuscirei a smettere di ridere.



Fortunatamente (solo per questa volta) la vita non è un film hard. Ma sa sorprenderti con delle imprevedibili incursioni nel grottesco che sanno lasciarti di stucco. Per cui Evelyn entra in casa. Rapidamente. Una furia. Lascia cadere tutto quello che tiene in mano. Scavalca il corpo svenuto di T. e si infila di corsa in bagno. Niente scenate, né espressioni di sorpresa: solo i movimenti fieri e automatici di chi sa sempre cosa vuole. Evelyn riesce a spiazzarti anche nelle situazioni cruciali. E niente come un'impetuosa diarrea sa mettere la giusta punteggiatura alle situazioni cruciali. La sento parlare, dietro la porta del bagno. Non capisco cosa dice. Non vorrei, ma per saperne di più sono costretto ad avvicinarmi assumendo la posa di chi sta origliando. Ed è così che apprendo la notizia che Evelyn è incinta. In un trambusto di brontolii scatologici. Mentre lei mi sta devastando la tazza del gabinetto. Sono incinta. Plonf. Non so se il bambino è tuo. Plonf Plonf. Non so se lo voglio tenere. Plonf!Plonf!Plonf! Mi sembra quasi di sentire la puzza. No. Non quasi. Sento la puzza, già prima che Evelyn apra la porta del cesso. La sento vicinissima, come se qualcuno l’avesse ficcata nel mio naso. Del resto, può succedere. In concomitanza della perdita di coscienza per svenimento, che ci sia un rilasciamento muscolare e ci si ritrovi le mutande piene zeppe di feci. Quando Evelyn apre la porta del cesso, T. è alle mie spalle, che mi sventola davanti i risultati dell’ecografia di Evelyn. Con le mutande piene di cacca. Evelyn mi guarda fisso e aspetta che dica qualcosa. T. mi guarda fisso e non c’è niente che io possa dire. Sto pensando alla puzza. Sto arricciando il naso e non penso né al bambino, né al tradimento di un amico, né a tutta questa dannata storia. Solo la puzza. Mi rendo conto di essere in mezzo alla merda. Figurativamente, e non solo.

Un anno dopo.
Evelyn ha deciso di non tenere il bambino. La ragazza di T. ha deciso di non tenere in considerazione le sue patetiche scuse. Io ho deciso di tenere un atteggiamento distaccato sulla paternità del figlio mai nato. Evelyn è sparita. La rabbia di T. nei miei confronti è sparita. E’ sparito anche l’epicentro. Lo capisco dai capelli di T. che mi sembrano più radi nella zona delle tempie. Pure il colorito è un po’ più pallido. Ha l’aria dimessa di chi non ha più cartucce. A volte un uomo assomiglia alla sua delusione come assomiglia a suo zio. Quando era innamorato, o meglio ossessionato da Evelyn, T. abitava dentro l’epicentro di un terremoto. I suoi giorni erano agitati dai nervi, esplodevano di strategie, fiammeggiavano di illusioni. Le notti insonni erano scosse di assestamento in cui raccoglieva le macerie. Ma l’alba lo spingeva di nuovo giù dove la terra si fende e si sbriciola, lo incastrava nelle spaccature di un sogno che ogni giorno vacillava con più impeto, ma senza mai crollare del tutto. Ora, fuori dall’epicentro, T. cammina su una coperta di polvere che ha seppellito tutti i dubbi e le domande rimaste senza risposta. Non mi ha mai chiesto nulla. Si è ammalato di quel silenzio morboso che ti fa sudare freddo mentre sogni. Lo vedo alzarsi per prendere l’ennesima birra. Ha l'andatura e il contegno composto di una giovane vedova. Le sue mani frugano nelle tasche, le gonfiano in cerca di monete. Io lo osservo con commiserazione e con la speranza di vederlo scuotersi di nuovo. Mi soffermo sul display del suo telefono che giace come un intruso tra bottiglie e bicchieri sul tavolo impantanato. Lo fisso con ferocia, come se volessi ipnotizzarlo. Ed ecco che finalmente si illumina, squilla, si riempie di cifre. Evelyn sa sempre cosa vuole.

lunedì 7 luglio 2008

Evelyn. Quarta parte


La vedo scendere dalla macchina, incurante dei suoi movimenti sbadati. Me ne accorgo dal repentino voltarsi di due ragazzi che, appoggiando il suo tacco sull’asfalto, Evelyn ha lasciato intravedere parecchia carne e pelle sotto la sua minigonna. E così adesso siamo in quattro a sapere che il perizoma di Evelyn oggi è verde: Io (me lo dice sempre prima di arrivare, è fatta così la ragazza!) lei e i due fortunati passanti. Io la chiamo malizia involontaria. Del resto gli ormoni sono organi impulsivi come ragazzini ed apprezzano la spontaneità. Questo tipo di malizia è molto più eccitante di quando una ragazza decide di cambiarsi d’abito davanti a te. Quella è malizia volontaria. E chi ne fa uso, non lo sa, ma innalza un separé tra sé e colui che guarda. Non sto parlando di quando una donna si spoglia e sai che da lì a poco inizierete a fare l’amore. Intendo invece quelle situazioni in cui sei talmente in confidenza con una tua amica o con tua cugina, che il proibito non ha più sapore e, vederla sfilarsi una gonna o cambiarsi il reggiseno, corrisponde ad osservare i fuochi d’artificio ad una festa paesana. Li guardi solo con i tuoi occhi, ma sei circondato da una platea di centinaia di persone. E poi i fuochi d’artificio sempre quelli sono. Mica arrapano. Invece, l’indole distratta di Evelyn ti fa tremare le vene ai polsi. Altro che fuochi d’artificio. E’ come se in quel cielo buio apparisse una mappa del tesoro. Ti dà l’idea che il guardiano del Santo Graal abbia chiuso gli occhi per uno sbadiglio e tu sia stato l'unico a vederlo luccicare, quel benedetto calice, a carpirne il segreto divino invisibile a tutti gli altri, persino al guardiano. Evelyn percorre le strisce pedonali con falcate ariose e rapide. Sembra agguerrita e vogliosa. Ha una lettera in mano.



Spalanco la porta e T. è lì. Avrei voluto che l’ascensore precipitasse piuttosto che sopportare quell’espressione. Certo, sarebbe una soluzione piuttosto drastica. Ma scriverei un commovente epitaffio. Lo giuro. Credo che la morte sia un modo eccellente per far sentire in colpa i tuoi amori non corrisposti. Immaginatevi pensieri colposi del tipo: “ah, se gli avessi fatto un pompino adesso non sarebbe in quella bara”, oppure: “che mi costava passare una serata con lui per spiegargli semplicemente che non mi piaceva, invece di snobbarlo?” Morire è molto più efficace che cambiare domicilio e cancellare un numero dalla rubrica. Ti risparmi mesi e mesi di canzoni pop meditabonde ed uggiose che parlano di come lei ti abbia preferito un energumeno più misterioso del deserto. Ed inoltre per un paio d’ore sei al centro dell’attenzione. Gratis. Considerando che quando ti infilano là dentro, sei anche vestito piuttosto elegante, non è detto che Evelyn non ci avrebbe ripensato: “non male questo damerino col viso pallido, chissà com’era a letto”. Non so se Evelyn verrebbe al suo funerale. Di sicuro non rinuncerebbe al suo telefonino durante la funzione. Nei miei sogni più goderecci e macabri vedo Evelyn comporre un numero di telefono in fondo alla navata della chiesa e sento il trillo del cellulare di T. dentro la cassa da morto. Cento a uno che T. avrebbe un’erezione. E anche il prete, guardando il culo di Evelyn sfilare tra i banchi.



Mi dice: “Ho lasciato la mia ragazza. Voglio dedicarmi solo alla conquista di Evelyn” .


Sto per dirgli: “Evelyn sta salendo in ascensore e tra un minuto sarà qui. E’ la mia amante, da tre mesi”.


Sto per dirgli: “Richiama la tua ragazza e confessa. Dille: ‘sono stato pagato a peso d’oro da Candid Camera per organizzare uno scherzo alla mia fidanzata. E’ riuscito. Con quei soldi andremo in vacanza a Parigi”.


Sto per dirgli: “ Evelyn non ti vorrà mai perché sei mediamente brutto, mediamente rompicoglioni, mediamente povero. Non ti incazzare, ho detto mediamente”.


Sto per dirgli: “Ti ho mentito: conosco Evelyn da anni. Lei ama fare sesso con uomini ultrasettantenni sdentati e dopati di viagra, donne in menopausa, animali morti e manichini dei grandi magazzini forniti di voluminosi falli di ghisa. Tu non rientri in nessuna delle categorie suddette”.


Sto per dirgli: “Sono gay e ti amo”.


Gli dico: “Ciao, entra. Dammi il giacchetto. Vuoi una vodka, un whisky, una grappa?”


“Lo sai che non bevo più, mi fa svenire. Come le emozioni forti.”



Mi sembra di avvertire già il profumo di Evelyn. Ogni volta che entra qui si stravacca sulla poltrona, si toglie le scarpe, si accende una sigaretta e sbircia tra le mie cose. E’ una sensazione piacevole quando una donna si sente a suo agio a casa tua. Molte chiedono permesso anche dopo che hanno fatto cento scorregge nella tua vasca da bagno. Evelyn non è così. E non si è mai fatta il bagno qui. Ma stavolta ci sarà un intruso. Sì, un intruso. Cos’altro rappresenta uno spasimante agitato che si tormenta quotidianamente nello scegliere la strategia giusta e non accetta di essere stato snobbato? E’ un ruolo che starebbe di traverso a chiunque.


Solitamente, quando sei attratto da una persona, ci entri gradualmente in complicità, cominci a mettere il naso nel suo mondo, fai delle ipotesi, cuci le toppe, illumini le zone oscure. Le informazioni ti arrivano alla spicciolata. Finché non ti ci metti insieme e hai un quadro pressoché completo. E senza accorgertene ti ritrovi ad organizzarti per accompagnare sua zia ad una comunione. Chi te lo avrebbe mai detto, la sera del primo appuntamento? il drink, il cinema, la pizza e, se sei stato fortunato un bacio sulle labbra, che un giorno avresti aiutato suo cognato a fare un trasloco?


Nel caso dello spasimante sul ciglio di un burrone, invece, sei condannato all'approssimazione, alle paranoie. Fai delle ipotesi ma né il tempo né le circostanze ti permettono di completare, nemmeno parzialmente, il mosaico. Per cui devi combattere sia con i tuoi spettri interiori che conosci, che con questa interruzione di un percorso. E puoi solo immaginare cosa ci sia mai in quel mondo a cui tu non hai avuto accesso, e se proprio quel mondo non sia in realtà proprio la causa del tuo divieto di accesso, oltre alla volontà del suo custode. E rumini, mastichi, digerisci pezzi, ne vomiti altri, altri ancora li sputi. E' come una malattia che deve fare il suo corso ma che dopo ti lascia lì, al tappeto, diverso da prima, con cicatrici che puoi rimarginare solo allontanandoti. Se ti puoi allontanare. Per superare una separazione, la fine di un fidanzamento, la scoperta di un tradimento, devi morire un po’. E quindi andare all’inferno, dare il cinque a Satana e tornare fra i vivi. Per superare questo divieto d’accesso non ti puoi permettere di morire. Perché Satana nemmeno ti riceve, dato che non hai nulla da raccontargli. Gli faresti schifo, e avrebbe ragione. In Paradiso non ci puoi andare perché dopo due minuti scoprono che ti sei fatto mille seghe sull’argomento. E ai cattolici, sulle seghe, guai ad ammetterlo. No. Gli spasimanti snobbati e tormentati sono come i fantasmi. Vagano su questa terra balbettando dubbi. Non esiste esilio. E nessun Ghostbuster ti metterebbe in agenda. Il tuo fallimento possiede un’ignavia di fondo che ti rende un pessimo compagno di conversazione. Il divorzio? sì, parliamone; hai trovato la tua ragazza a letto con un altro? Raccontami, ti offro un drink. Come? Ti piaceva una ragazza e non ti rispondeva ai messaggi? Vattene affanculo. Anzi, se ti avanza tempo, non è che accompagneresti una vecchia signora ad una comunione?


Gli dico: “Evelyn è passata di qui e ha lasciato una lettera per te”.

E poi due suoni sovrapposti: il campanello che suona e la testa di T. che batte sul pavimento. Svenuto.

lunedì 16 giugno 2008

Evelyn. Terza parte.


La vedrò stasera a cena. E poi il resto. Evelyn. Il suo carattere salta subito all’occhio. E’ angoloso e appuntito come una Citroen Anni ’70. E poi è buffamente sfasata. Lei vi dirà di no. Ma in realtà sta rispondendo ad un suo dubbio infantile che le ha arrovellato il cervello giusto un minuto prima. Evelyn è una che può permettersi di aspettare. Può passare a casa in pigiama tutti i sabato sera di questo mondo, ma con la coscienza di essere la più desiderata. E’ una che può scegliere. Forse non sa farlo, però può permetterselo. Ed è involontaria nel modo di fare, per cui ti spiazza. Quando pensi che stia per trafiggerti gli ormoni con la frase più maliziosa e sconcia del mondo, ecco che ti presenta il conto con il gesto, lo sguardo e la parola più romantica; incontaminata come il sonno di un monaco. E quando ti aspetti un segnale del suo retaggio infantile più candido, allora la vedrai sgusciarti alle spalle e pugnalarti con un sussurro vizioso. Il più proibito di tutti. Evelyn sa arpionarti anche se stai pensando ad altro. Ti sorride, ti fissa e aspetta. Lei può aspettare. E tu ti volti, come quando un ticchettio arpeggia il vetro della finestra. Lo ha fatto con me. Così ho capito. Non l’ha fatto con T. Che ancora non ha capito. E si è smarrito in inutili ed insistenti corteggiamenti, perdendo la bussola tra le bugie di Evelyn.


Gli ho detto: Il corteggiamento serve per alimentare un fuoco che già ruggisce e scintilla. Puoi essere il corteggiatore più originale ed implacabile di questo mondo, ma non ti servirà a nulla. Puoi scrivere lettere, affittare dirigibili, girare film, essere matto, simpatico, profondo, enigmatico, espressivo.


Mi ha detto: Ma io ci so fare.


Gli ho detto: E’ vero. Ci metti costanza, tempo, energia. E hai tempi giusti, la battuta spietata, l’idea lampante quando per gli altri è buio. Ma non basta. Anzi, non ha nessuna importanza.


Non gli ho detto: Io non ho corteggiato Evelyn. Lo stava facendo T. per me facendole crescere l’ego a dismisura. Io ho sentito semplicemente arpeggiare il vetro della finestra. E la notte stessa è successo. Sentivo il brusio elettrico della voce del fidanzato al telefono mentre lei si toglieva il mio sperma dalla pancia. Rispondevo all’ennesima paranoia di T. mentre lei usciva dalla doccia e si inginocchiava davanti a me. Queste cose succedono solitamente senza spargimenti di sangue. Perché ci sono le vittime e i carnefici. I perdenti e i vincenti. Ma ad un certo punto, le vittime e i perdenti arretrano. Fanno un passo indietro e si mettono lì, buoni, a digerire il rospo all’interno del loro perimetro incazzato. Mentre i carnefici proseguono nella loro voluttuosa e malandrina invisibilità. Finché finisce. Prima o poi. Ma con T. è impossibile. Lui non farà mai un passo indietro. Lui vuole sapere, scoprire, assaggiare il suo sangue che scorre. Vuole arrivare fino al punto più estremo. Ecco perché sta salendo in ascensore, mentre io sono affacciato alla finestra e vedo Evelyn parcheggiare.

lunedì 2 giugno 2008

Evelyn. Seconda parte


Vedrò Evelyn domani a cena. Non lo dico a T. Non credo che lei mi parlerà di questa storia. Primo, perché non sa che io so. Secondo, perché da quanto ho capito nella sua mente e nel suo cuore T. non ci è entrato nemmeno per sbaglio. Figuriamoci la storia ruvida e selvaggia tutta sesso, incontri clandestini e reggiseni presi a morsi.
C’è questa geniale canzone di Johnny Cash che si intitola “Flushed from the bathroom of your heart” che tra le varie strofe dice: “At the table of your love I got the brush off” e ancora “On the calendar of your events I’m last week”. Questo è il quadro. Briciole. Succede, no? Che non abbiate nemmeno voglia di sprecare inchiostro per far entrare qualcuno nella vostra agenda. Certo, il punto di vista di Evelyn potrebbe riservare sorprese. Ma non voglio prestarmi a patetiche cuciture di rapporti in cui manca persino la stoffa. Ma chi è Evelyn? Chi è questo sogno proibito che scrive messaggi alle tre di notte e porta la minigonna anche per andare in chiesa?
Ecco un breve identikit:
Stato civile: Fidanzata. Da un paio d’anni, con un tale che non ho mai visto. I suoi standard variano dall’esemplare tronista con berretto con visiera, al barista da spiaggia con ambizioni da animatore. Tipi asciutti, glabri e con le domeniche impegnate dalla squadra del cuore. Evelyn è il tipo di fidanzata mediamente presa. Di quelle che il rapporto se lo comandano. Di quelle mai costrette ad inseguire e col fucile ben saldo tra le braccia. Sa trattarti come un cesso ma senza tirare la catena.
La sua paura più grande: essere filmata di nascosto mentre fa sesso e venire a sapere che il video piccante sta girando su You Porn.
Fantasia sessuale: fare un pompino ad un Tuareg (rigorosamente Sagittario ascendente Capricorno) durante un concerto di Vasco Rossi. Sperando che qualcuno la riprenda e faccia girare il video su You Porn.
Tic ed idiosincrasie: Si fa leggere le carte da un’amica una volta al mese. Scarica da emule tutti i file che contengano il suo nome nel titolo per scongiurare la sua paura più grande. Ha un amico immaginario col quale si confessa quotidianamente ad alta voce. Ha un amico non immaginario con cui dorme almeno una volta al mese senza fare sesso. Il suo fidanzato ha cercato di spiegarle che la condivisione di uno spazio così intimo e circoscritto come un letto matrimoniale lo destabilizza e lo rende rabbioso di gelosia. Ma non ha avuto mai il coraggio di lasciarla per questo. Evidentemente crede alla storia della ronfata platonica. Lei invece è convinta di essere stata tradita con una donna che il suo tale ha conosciuto via chat. Ma non ha mai avuto voglia di tirare la catena suddetta.
Ho smesso di controllare l’orologio e ho spiaccicato il filtro della canna nel posacenere quando T. ha stravinto la gara della maglietta.
La gara della maglietta è una competizione nata una sera a cena con T. ed altri nostri amici. Ognuno di noi ha ricevuto i suoi bei due di picche da varie ragazze corteggiate senza ricevere in cambio nemmeno il minimo sindacale (vi lascio immaginare cosa sia). E quella sera pensammo che sarebbe stato divertente scrivere tutte queste grottesche frasi di rifiuto su una t-shirt.
Da “tu non mi meriti” a “ Stasera non posso più uscire perché devo dare da mangiare al mio coniglio”, da “con te ci parlo bene e basta ” a “farei sesso con te ma sono in un momento di transizione e ho giurato a me stessa che la prossima persona sarebbe stata una donna”.
Ce ne sono a bizzeffe, ma stanotte T. si merita la corona.
Mi dice: Evelyn mi ha scritto queste parole: “Ho fatto bene a non incoraggiarti per mettere le cose a posto e infatti adesso tutto funziona. Tu pensi alla tua fidanzata e non hai più distrazioni”.
Gli dico: Quindi ha salvaguardato la tua vita privata.
Mi dice: Sì, ma io mica glielo avevo chiesto.
Gli dico. Mi sa che è una cazzata.
Mi dice: Certo. Ma ad una che se ne esce con una motivazione del genere, che gli rispondi? Che gli fai?
Gli dico: un palo acceso nel culo?
Avevo dimenticato di dirvi che T. è fidanzato? Lo è. Mediamente preso, come Evelyn, ma senza la mano sul tasto dello sciacquone. I suoi standard variano dal tipo lotitesco con viso grazioso da bambina, al tipo barricadero che non mette la gonna nemmeno alla madonnina del presepe. Solitamente T. inizia un corteggiamento all’insegna del disimpegno e poi finisce per entrare in un tunnel di sofferenza senza vie d’uscita. Sa passare dal sogno del libertinaggio estremo, degno di un macho sciupafemmine, alla penombra esistenziale in cui si guarda allo specchio e si vede come uno schifoso freak da circo.
A volte penso che lui preferisca più essere desiderato che mettere in atto il desiderio stesso. Cioè, alla seguente situazione: ci sono due ragazze di cui una lo vuole e riesce ad andarci a letto e una che non lo vuole, preferisce quest’altra situazione: ci sono due ragazze che lo desiderano, lo chiamano e lo cercano e con cui può andare a letto in qualsiasi momento. Poi magari non ci va con nessuna delle due per eventi collaterali, però sente il suo ego irrobustirsi.
Tra l’ego robusto sempre e il pisello duro una volta sola, T. sceglie la prima opzione.
In quanto a fantasie sessuali, sia io che lui ne abbiamo da scriverci un libro.
Il suo immaginario erotico è decisamente prolifico. Ma lui ora è tutto concentrato sulla minigonna di Evelyn, da sollevare per un’incandescente scopata doggy-style in ascensore, in macchina, in un confessionale, nel bagno di un cinema (nel caso si sceglie un film italiano).
T. ride per la battuta del palo acceso nel culo. Io rido insieme a lui ma per le parole di Evelyn. Non è la sola cazzata che Evelyn gli ha detto secondo me, ma T. dovrebbe indossare una maglietta XXXL per contenerle tutte.

Metto su il caffè. E rispondo ad Evelyn.

venerdì 16 maggio 2008

Evelyn. Prima parte


Gli dico: Interrompere un gioco di seduzione è come scendere da un taxi prima di essere giunti a destinazione. Ad un certo punto succede qualcosa, si accende un lampo e la corsa finisce. Seducente e abbandonato. E ci si ritrova in mezzo alla strada indecisi se inseguire quel tubo di scappamento fumante o trovare il modo più veloce e indolore per tornarsene a casa.

Mi dice: Non male. Parole sagge considerato l’orario.

Il mio amico mi chiama alle due di notte. Il tubo di scappamento ha già voltato l’angolo. Lui è in mezzo alla strada. E capisco che sarà una lunga notte senza bussola. Del mio amico non posso rivelare il nome. Ne userò uno di fantasia, come negli articoli di giornale in cui si racconta lo stupro di una ragazza. Un’accortezza che non ho mai capito fino in fondo. Anche se la ragazza in questione si chiamasse, che so, Ester, e fosse stata stuprata, direi che il suo problema principale non sarebbe certamente quello di vedere il suo nome di battesimo stampato sui giornali. E quindi: “ma noi la chiameremo Michela”. Bene. Adesso Ester/Michela avrà risolto la metà dei suoi problemi. Potrà fare a meno di un supporto psicologico per superare il trauma e si sentirà più sicura di sé la prossima volta che svolterà in una via buia e deserta. Tanto varrebbe, allora, usare dei nomi indiani, tipo Orso Ferito, o uno di quelli islandesi lunghissimi e zeppi di lettere strambe come Guðmundsdóttir.
Ecco, io il mio amico lo chiamerò Tonacatecuhtli. Un bel nome azteco che peraltro gli si addice parecchio.

Riporto pari pari da Wikipedia:
Tonacatecuhtli ("colui che è al centro"), secondo la mitologia azteca, era un dio della fertilità. Fu lui ad organizzare la divisione tra terra ed oceani e la creazione del mondo. Ometecuhtli e Omecihuatl erano i creatori della vita, ma fu lui a creare loro ed il pianeta.

Chi altri se non uno che si sente al centro, potrebbe chiamarvi a quest’ora per rovesciarvi addosso una di quelle laboriose, indigeribili e pesantissime storie di amore non corrisposto? Che poi sono tutte uguali e conservano un minimo di interesse solamente per il protagonista, cioè il non corrisposto. Già la femmina, la non corrispondente, faticherebbe a mantenere alta la concentrazione. Sarebbe un segnale di interesse ed incoraggiamento. Figuriamoci dunque io, e alle due di notte. Anche se ormai sono quasi le tre e mi sono già sorbito un bel delirio di farneticazioni. E ho una sola certezza: il tassametro per Tonacatecuhtli ancora sta girando e lui è molto distante dalla fase cruciale, quella in cui la cicatrice comincia a prudere perché la ferita è in avanzato stato di rimarginazione; la fase in cui si pensa e si dice: “Ma come cazzo ha fatto a piacermi una così?”.
Vi risparmierò comunque. Non agirò sotto dettatura. E’ l’unica chance che ho per tenervi svegli. Se raccontassi per filo e per segno la storia di Tonacatecuhtli gli farei un torto.
Troppo scheletrica e troppo noiosa.
C’è questa ragazza che piace a Tonacatecuhtli...

Gli dico: come si chiama?
Mi dice: Userò un nome di fantasia.
Gli dico: Ok!
Mi dice: Evelyn.

Dunque, la storia, anzi la fabula: A Tonacatecuhtli piace Evelyn. Ma a Evelyn non piace Tonacatecuhtli, ma non vuole dirglielo. Il dio azteco fa le sue le avances. Evelyn non accetta. Il dio azteco scende dal taxi. Stop.
Scarna e soporifera, ve lo avevo detto. Sono tutte così, queste faccende. Insipide. La polpa sta in quello che succede nel taxi e nei pensieri di chi è a bordo.
Col culo sul sedile posteriore, Evelyn pensava:
Devo passare in profumeria. Devo passare in profumeria. Devo passare in…
Con la testa fra le mani, Tonacatecuhtli, pensava:
Sto studiando il linguaggio del corpo. I segnali sono inequivocabili: mi vuole. Adesso lo so. Le scriverò una lettera. Ma non voglio essere il suo fidanzato. Voglio essere il suo amante. Voglio la storia ruvida e selvaggia. Voglio la clandestinità. Secondo me oggi ha il perizoma nero.

Sì, insomma, cose del genere. Niente resoconto compilativo. Solo aneddoti e qualche ispezione interna sbirciando nel finestrino dell’abitacolo. Anche perché di sostanza ce n’è poca. Erano le due e mezzo quando ho capito che tra il "dio della fertilità" ed Evelyn non c’è stato il minimo contatto fisico. Il “creatore dei pianeti”, “colui che è al centro”, non è riuscito nemmeno a darle un bacio. Né una palpata scherzosa. Nemmeno un appuntamento. Allora di cosa stiamo parlando? Di un monologo. Di un soliloquio ormonale. Di una traiettoria invisibile?


Gli dico: Tonacatecuhtli, mi giro una canna.
Mi dice: a quest’ora?
Gli dico: passati i 35 anni, ci sono due regole di ferro: 1) Salire su un taxi solo se si è certi di arrivare alla meta. 2) Non farsi le canne in pubblico.

Alle tre passate non ho ancora capito chi guidava il taxi.
Sono le tre e mezzo quando mi arriva un messaggio di Evelyn.