Visualizzazione post con etichetta Rage Against the Regime. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rage Against the Regime. Mostra tutti i post

domenica 13 settembre 2009

Canne e torsi nudi

Una cosa era certa: nel corso della serata mi avrebbero passato una canna e io avrei rifiutato. Non è facile rifiutare una canna. E come lasciare un amico. Che gli dici? Ho bisogno di vedere altri uomini? Non che sia imbarazzante, però quando rifiuti una canna, ti notano, perché rendi discontinuo un rituale. Durante il cerimoniale del fumo è sottinteso che tutti debbano partecipare. Cazzo, ci stiamo drogando qui, è una cosa seria. Per questo, durante la Messa non è che il prete va a offrire l’ostia tra i banchi, ma sono i fedeli che si recano all’altare. Altrimenti, come potresti rifiutate l’ostia senza passare per un peccaminoso miscredente? E che ci sei venuto a fare in chiesa se non ingoi il corpo e il sangue di Cristo? Per questo i cerimoniali cattolici sono di una perfezione teatrale assoluta. Troppi secoli di canne dovranno passare, per avvicinarsi alla perfezione di quel meccanismo. E poi, c’è un comandamento che recita: “la canna si passa e non si chiede”. Nessun comma, invece, è stato ancora pubblicato sul rifiuto della canna. Nemmeno puoi dirlo prima che non hai intenzione di fumare. Non si può, non è previsto dal rito. Rifiutare una canna è come andare a un matrimonio in jeans e scarpe da ginnastica. Ti notano. Quando le canne non le rifiutavo, non è che poi ne traessi beneficio. Non ne ho mai tratto beneficio. Anzi. Una volta mi ha scatenato un attacco di panico, ho perso i sensi, avevo il cuore a tremila. Certo, dentro c’era tutta marijuana, ma vaglielo a spiegare a quello che certosinamente ha ammucchiato, squagliato, rollato, acceso, aspirato. Quello che gira la canna è il number one della fase della serata in cui, per un tacito accordo, ci si allenta, tra sorrisi e ammiccamenti, secondo uno schema ben consolidato. Dopo tanti anni ti rendi conto che è una grossa bufala, una simulazione di libertà e clandestinità. Frottole. Non scambierei più un minuto di lucidità con un grammo di hashish. Ormai è roba da pischelli che almeno non sembrano patetici. Quando vedo ultratrentenni, madri di famiglia con l’abbigliamento ormai inopportuno e il culo svaccato dichiarare che ogni tanto ci vorrebbe una canna, penso subito: “spero di non essere lì quando accadrà”, perché è uno spettacolo pietoso. Meglio la chimica, le pasticche, il valium. Più decoroso, e non devi aprire le finestre. Cinquantenni col riporto bianco e i mocassini che si danno un tono sfiammeggiando un tozzetto di fumo; oppure zitellone con pappagorgia incipiente che si appoggiano di fianco sul divano, si levano le scarpe e mugolano aspettando il loro turno. Inadeguati. Per farsi le canne bisogna avere l’età giusta, il fisico giusto, l’abbigliamento giusto. Non ti puoi fare una canna in giacca e cravatta, se sei presbite, se hai gli addominali flosci, se sei calvo (non rasato, rasato va bene), se hai passato la giornata tra scartoffie e pannolini, se l’ultima volta che hai letto che dopo una certa età devi controllare la prostata ti sei ricordato di ricordartelo. Il fatto è che quando rifiuti di farti un tiro, non è che ti porti appresso il tuo curriculum di giovinastro scavezzacollo che una volta si faceva le canne. Conta il presente. E il presente dice che tu sei uno sfigato, un po’ asociale, che passa molte serate in casa, ha un lavoro che non lo soddisfa e una vita sessuale frustrante. E’ un “chi ti credi di essere?” col segno cambiato. Agli occhi delle femmine del gruppo fai la figura del rammollito. Chi rolla e squaglia è il guerriero con cui fare un figlio, che sarà vigoroso, cazzuto, fumato e parecchio figlio di mignotta. Tutto questo lo pensavo in attesa che aprissero la porta di ingresso. Arrivare tardi a serate del genere ti fa sentire un intruso. La cena è storia ormai, e hai mancato il momento per sfoggiare un po’ chi sei veramente, e metterti al riparo dai giudizi. Se arrivi con gli avanzi nei piatti, le macchie di vino sulla tovaglia e le fiammelle della candele dondolanti come unica fonte di luce, sei perduto, non puoi passare inosservato e forse dovresti farti controllare la prostata.

La mia amica mi accoglie con uno strascico di risata, prova inoppugnabile che ci si sta allentando a dovere. Dico: “ah, siete sul terrazzo”, e lei: “certo, come sempre e tu sei l’unico con la maglietta”. Ecco. Tanto per mettermi a mio agio, mi ricorda che sta avendo luogo un rito, e ogni rito esige una maschera. Tanto per farmi sentire a mio agio, mi sta dicendo che dovevo uscire a torso nudo da casa e che se da lì a cinque minuti non mi toglierò la maglietta sarò il solito che non riesce e lasciarsi andare in un coinvolgimento coinvolgente. Questa me l’ero persa, cazzo: la maglietta. Ero troppo concentrato sulle canne. Esco in terrazzo. Tutti gli uomini sono a torso nudo e le donne sono tutte, tutte, sedute a gambe incrociate, tipo posizione yoga. Si stanno facendo una canna. Imprevedibili. Quello che ha squagliato, rollato, acceso, aspirato lo noti subito. La ragazza che sta fumando in quel momento, sta aspirando e strizza gli occhi, ascoltando con devota concentrazione i discorsi profondi di un tizio. Lo guarda come se davvero stesse dando sostanza al suo momento: - sono allentata, libera, sto fumando dell’ottimo fumo, cioè, alla fine di una gustosa cena (etnica), tra gente un po’ alternativa, cioè, e partecipo a questa condivisione cioè, di pensieri, cioè, opinioni, fuori dagli schemi, in una dimensione che cioè finalmente è la mia, cioè.

E annuisce. Si sta proprio facendo una canna in una serata senza difetti. Per lei il sole oggi è sorto e tramontato esclusivamente per questo.

Io ho altri problemi. La maglietta. Se adesso non mi tolgo la maglietta, ci faccio una figura da cazzo che si impennerà nel momento in cui mi passeranno la canna, e io dirò “no, grazie!”. Sono circondato. Ma uno che nella vita fatica per toccare un livello minimo di dignità, può sopraggiungere in un momento del genere e togliersi la maglietta? A serata iniziata, a cena conclusa, con tutte le femmine con le gambe incrociate e le infradito illanguidite fra le gambe del tavolo? Il fatto è che se sei l’unico che tiene la maglietta, stai a tuo agio più o meno come se all’improvviso ti mascherassero da testimone di Geova e, col calzino bianco che occhieggia dal risvolto dei pantaloni e l’opuscolo in una mano, ti costringessero a ballare sul cubo. Ma se decidi di tenerla c’è il rischio enorme che qualcuno ti indichi, in un momento di pausa, ribadendo “ma sei l’unico con la maglietta”. E’ semplice. Se sei a torso nudo sei rilassato e fico, se tieni la maglietta ostenti involontariamente disagio.

Nel frattempo, prima di sedermi, voglio capire la direzione del passaggio della canna. Senso orario o antiorario? Così mi sistemo nella direzione opposta e spero che prima che il giro termini succeda qualcosa: si esauriscano tutti gli accendini, inizi a piovere, ci sia una qualsiasi calamità naturale, compresa un’insurrezione delle infradito e delle magliette ammucchiate chissà dove.

La ragazza che ha trovato una dimensione, con gesto calcolatissimo e allentatissimo allunga il cartoccio fumante e fragrante alla sua destra. Afferro una sedia e mi accomodo alla sua sinistra. Per far vedere che sono un po’ fico anche io, sistemo la sedia al contrario e mi appoggio con i gomiti sullo schienale. Certo, sembro un po’ un cowboy in un western anni cinquanta, ma mi garantisce un minimo di protezione. Urge prendere tempo, calarsi nel buio, scomparire. Quello che sta fumando adesso ha una faccia da cazzo e atteggiamenti da leader e un kit di ordinanza che prevede: chitarra, capello spettinato, addominali rigidi, occhi azzurri e niente peli sul torace. E’ lui che ha cucinato l’etnico e rollato la canna. Altro da dichiarare? Che ne so, sei pure ricco e col cazzo grosso? Hai pubblicato due romanzi, sei cintura nera di qualcosa, fai l’attore, c’hai tre amanti, me voi menà? Quando vedo che passa il mozzicone bruciacchiato e ormai minuscolo della canna e si accinge a rollarne un’altra, giuro a me stesso che la prossima volta rimango a casa e mi faccio cento fotografie in cui sto fumando una sveglia di canna da mezzo metro, a torso nudo, col tatuaggio sulla schiena e le pubblico su facebook, dopo accurata manipolazione con photoshop. Ok, si ricomincia, penso. Dopo un paio di boccate sapienti, Mister Terrazzino 2009 porge lo spinello (sì, me so rotto di dire canna, almeno se devo sembrare sfigato, uso pure il termine sfigato!) alla mia amica, che nel frattempo, guardando Il Guerriero del Calumet, ha sbattuto talmente forte le ciglia che ha sparecchiato pure la tavola della signora dell’ultimo piano. Il giro è stato invertito, io mi abbraccio alla mia sedia da cowboy come se stessi per annegare.

E la ragazza che ha trovato una dimensione, con la voce impastata, fa: “no, no, dalla a lui. Lui non ha ancora fumato. Lui. Quello con la maglietta”.

In cielo nemmeno una cazzo di nuvola.

giovedì 2 luglio 2009

Misantropia e stereotipia

Quando ho visto che aveva la barba e quando ho sentito la cadenza bolognese e quando ho notato il gesto morbido con cui ci offriva del vino usando la frase “volete bere una cosa?” mentre indicava la tavola, non ho esitato a guardargli i piedi. Oh, yes, aveva i sandali. Ovvio.
Era l’inizio di una serata choc. I gesti erano quelli visti e rivisti dell’alternativo dai ritmi blandi, quello che “io senza una bottiglia di vino, la sera, non mi rilasso”, quello che almeno una volta ha pensato a trovarsi una dimensione. Vecchio, roba vecchia. Muffa.
Bene. Anzi male, perché ci sono dentro. Continuiamo. Quando mi siedo accanto agli altri commensali, la cerco. Non può non esserci. Se guardate un film western, deve esserci una pistola. Se guardate un film romantico, alla fine il bacio ci scappa. Ed infatti, eccola lì, appoggiata sul bracciolo del divano. La chitarra. Pronta all’uso, da lì a poco. Il bolognese (in bolognese) ci annuncia che la sera successiva ci sarebbe stata ancora bisboccia, perché la coinquilina americana avrebbe lasciato la casa. Noi eravamo invitati. MI dico: “lo dirà?”. Non userà proprio quella parola. E invece. “Domani sera se vi va di passare, c’è un festino perché Kris va via”.
La barba, i sandali, la chitarra. Il festino. E in bolognese. Lessico scontato. Quel lessico che ti spalanca la porta della cantina degli orrori. Perché in realtà tu vivi sperando che gente del genere si sia estinta. E invece c’è ancora.
Quando mi trovo al cospetto di stereotipi tendo a mettermi la mano sul mento e a roteare gli occhi, almeno finché non sopraggiunge il mio tic che si impenna davanti ai discorsi di cui già conosco inizio, itinerario dialettico e conclusione, quei discorsi che ti vengono spacciati per un filo perle di saggezza. Muffa.
Per la cronaca, Kris non c’e’. La valchiria bionda con due grattacieli al posto delle gambe. Peccato. Già per questo, ci vorrebbe una sigaretta. Me la faccio. La prima di una lunga serie. E chi li regge a questi. Sicuramente il mio sarà l’unico pacchetto sul tavolo. A occhio e croce questi usano il tabacco sciolto (che in qualche negozio vendono insieme ai sandali). Il tabacco sciolto con rollata disinvolta e sandalo accavallato fa un sacco musicista con orari spagnoli. Il musicista con orari spagnoli è un giovane esemplare della razza umana che non lavora e si dedica alla sua passione, la musica, tenendosi in allenamento durante i festini. Non lavorando, le sue attività fisiologiche tendono a traslarsi nel futuro con un ritardo di circa un paio d’ore rispetto alla tabella di marcia. Un po’ come fanno gli spagnoli che pranzano, cenano, cacano più tardi rispetto a noi, insomma sul davanzale della notte.
Nel libro “Piero Angela e l’umanità che avete sempre conosciuto pur non avendola mai incontrata”, è scritto in grassetto che i musicisti con orari spagnoli fumano tabacco sciolto e sono soliti commentare un’informazione esclamando “dai, che storia!” con la “o” un po’ aperta, quasi invidiosa della “a”, a cui la “o” tende la mano pur senza toccarla. Finto interesse tipico del finto alternativo.
Di Kris, nemmeno l’ombra. Niente pratica di inglese, stasera. Niente cosce americane.
Oltre al bolognese barbuto (barba ispida che sembra non curata mentre è curata affinché sembri ispida) e sandaloso ci sono altri due musicisti (siamo tutti musicisti…) di cui mi sfugge la sfumatura geografica borbonica, uno dei quali, mentre sistema con le unghie un po’ di tabacco (per gli amanti della statistica e di Piero Angela, era tabacco Golden Virginia, confezione verde) e umetta la cartina, mi rivolge la fatidica domanda. Del resto, non ci siamo mai visti, deve pur farmela.
La mia accompagnatrice, nota appassionata di stereotipi - tanto che dovrò consultare il suddetto libro per vedere a quale stereotipo appartengo io – è tutta occhi, sorrisi e orecchie. Finge pure lei, almeno lo spero.
E il bolognese ci sta spudoratamente provando con la tattica del “sono curioso e voglio davvero sapere che hai fatto oggi” (tradotto: voglio infilarti una mano tabaccosa tra le cosce e faremo giochini proibiti coi sandali e la bottiglia di vino). Per cui, dato che domandare e lecito e rispondere è cortesia, io e la mia normalissima, conformista e preconfezionata chesterfield light, a cui non ho mai voluto così bene, sintetizziamo la mia attività cercando di evitare le parole scatenanti. Ma essendo impossibile, mi tocca pronunciarle. Per smorzare un po’ l’ansia tengo d’occhio la chitarra sul divano sperando che rimanga lì assieme al suo strascico di vecchi successi di Battisti, degli Eagles e di De Andrè. Sì, roba buona, ma vecchia. Muffa. Che palle.
“Scrivo di cinema” dico. “Dio mi perdoni, anzi mi fulmini e poi mi perdoni”, penso.
Sia il bolognese che Golden Virginia, all’unisono: “Ma dai, che storia…”.
Pausa di riflessione psico-motoria. Sospiro. Che ora è? Presto, maledettamente presto. E di Kris, il sogno americano, nemmeno l’ombra.
Pur non sapendo nel dettaglio quale sarà la domanda successiva, ho idea dell’orbita attorno alla quale essa girerà. I miei automatismi mentali nel giro di un secondo stilano il seguente elenco: Nanni Moretti, Moretti Nanni, Nanni, Moretti. Intanto il terzo tace. E’ riccioluto, con gli occhiali e un po’ pallido, tanto che l’ho subito etichettato come l’ideologo del gruppo, il carismatico leader occulto, il Charles Manson dei musicisti con orari spagnoli, il bancomat di papà e il curriculum universitario che recita: esami fatti, 1.
E mentre il bolognese si interessa ai prossimi viaggi della mia accompagnatrice, Golden Virginia, con lo spino di tabacco infilato in un angolo delle labbra mi chiede, non senza un filo di perversione, “Lo hai visto Ecce Bombo?”. Sì, dice proprio così. Ci vorrebbe un festival di puntini di sospensione. Giuro che è tutto vero. Fa male, ma è vero.
Dov’è Kris? Dov’è il suo profumo? E le sue tette?
Io che non mento mai, perché è peccato, dico “sì”, ma quello che non dico è che Ecce Bombo è un film di Nanni Moretti del 1978 che è passato di moda nelle conversazioni a tavola dal 1979 e appartiene al periodo neolitico della mia formazione mentale, come il bondì a colazione, le figurine panini e “Tre nipoti e un maggiordomo”. Invece in pienissimo 2009 eccolo riemergere dalle tombe di un immaginario collettivo tramortito. E per bocca di uno che, credo, tenga sul comodino le memorie di Lenin, le ricette di Trotzsky, gli inestetismi del partito dei lavoratori combattenti, perché lo aiuta a costruirsi il suo personaggio. Ecce Bombo è un gusto che ha ereditato, una filastrocca mandata a memoria.
Ma più che altro. Che cazzo c’entra?
Roba vecchia, muffa. Finzione. Da universitari fuorisede del cazzo.
Non mi arrabbio, e non perché sia a casa di ospiti, ma perché in presenza di stereotipi bisogna agire con moltissima cautela.
La cautela che non si confà alla mia accompagnatrice ingenua che incalzata dal secondo bicchiere di Cannonau e dall’ispido bolognese con la sua tattica del di-vin festino, rivela alla gentile platea che l’ultimo film che ha visto al cinema è “Milk” con Sean Penn.
Purtroppo bisogna pur far conversazione. E le conversazioni sul cinema sono le più tremende in assoluto.
Comunque, non l’avesse mai detto.
L’ideologo occulto afferra la chitarra (… Ecce Lucio…) e, scuro in volto, con le “o” che tendono alle “a”, e le “e” che tendono alle “i”, afferma con la solennità di un verdetto supremo (rullo di tamburi e fiato alle trombe…) “ Io detesto il cinema americano”
Ah! Ecco Me mancava. Ma mica lo penso, lo dico proprio. E lo dico in romano con cadenza romana, strafottenza romana, e sguardo romano. Lo prendo per il culo. Tanto lo so che sta per strimpellare una cazzo di canzone di Battisti.
Con lo sdegno che si dedica solitamente ai maltrattatori di bambini, l’ideologo continua, sciorinando, tra congiunzioni e verbi, termini come imperialista, fallocentrico (questo non lo sentivo da prima che l’omo inventò il pisello), politico. E nel frattempo, il primo accordo parte.
Seguono vari commenti superficialissimi a cui io non partecipo.
Seguono ridde di nomi e di titoli a cui io annuisco o sorrido come avessi una paresi.
Seguono cambi di posizione tattica: sedia-divano; sedia-sedia; sedia-finestra.
Seguono le note di una canzone di Battisti. Come te sbagli. Mi si gela il sangue.
Mi alzo e vado al cesso.
Kris, dove sei?

domenica 22 febbraio 2009

Una vittoria che viene da lontano

Premesso che non me ne frega una fava sbrodolona di Sanremo, di cui quest'anno ho seguito, sì e no, mezz'ora della prima puntata (dopo un digiuno volontario di circa vent’anni). E sorvolando sul valore (nullo) della canzone vincitrice che mi è capitato di ascoltare 'obtortocollo' per radio, impossibilitato a cambiare stazione perché impegnato nella toletta quotidiana, ammetto che la vittoria di questo marco carta è emblematica del disarmo estetico di questo paese del cacchio. Che una volta era di santi, poeti e navigatori. Adesso è di animatori, venditori e patetici fan di reality show.
Chiariamo subito. Da appassionato di musica non sono spaventato dalla possibile inaugurazione di un trend; figuriamoci, marco carta sta alla musica come i pruriti di una suocera in menopausa alla storia della pornografia: niente, nada, nothing, zero. E' il come ci si è arrivati che mi provoca un insano sgomento. Non ha vinto un cantante dalla faccia pulita e dall’acconciatura aerodinamica. Non ha vinto una canzonetta insipida dal testo smielato attorno a quattro note messe in croce. No, ha vinto una community. Ha vinto il ticchettio sui tasti dei telefonini della wind; ha trionfato il passaparola tra i guerrieri degli sms della Tim Tribù. Ha vinto lo stile di vita "lifeisnau". Ha vinto la televisione di Maria De Filippi e di sua moglie Maurizio Costanzo che in due hanno fatto più danni cerebrali agli spettatori italiani di un carosello di elettrochoc, specie a quella fascia d’età che va dai 12-13 anni ai 20-21 (sono ottimista…) e che rappresenta la fetta più sostanziosa del mercato. Non esiste un consumista più consumista di un adolescente consumista. E non esiste un conformista più conformista di un adolescente conformista. Ha vinto il gusto di quel mostro a due teste e tre telecomandi che è il telespettatore medio italico forgiatosi in anni di visioni di programmi insulsi come “uomini e donne”, “amici”, “saranno famosi”; quel telespettatore che si appassiona alle gare di “xfactor” e commenta con morbosa ed empatica passione le vicende di quattro esibizionisti reclusi dentro la casa del grande fratello. La tv spazzatura viene da lontano, lontanissimo. Miete le sue vittime dai tempi del Drive In, dalla nascita delle tv commerciali. Ha seminato bassi profili e opinioni semplicistiche, ha segato in mille pezzi il tempo medio di concentrazione e reso asfittiche le capacità critiche. Ha reso possibile la triplice elezione di un presidente del consiglio che quelle televisioni le possiede, creando un’anomalia unica nella storia della politica mondiale. Ammetto che qualsiasi sociologo considererebbe queste mie dissertazioni alquanto semplicistiche, non a torto, per carità. E’ come giocare a “che cosa apparirà?” sulla Settimana Enigmistica, unendo dei punti lontanissimi tra loro e sperare che sbuchi una figura che abbia un senso. Però. Però la domanda perversa che mi pongo è questa: quanti di quel milione e passa di votanti che hanno decretato vincitore marco carta si è sentito davvero parte di una comunità, ha sentito il suo apporto decisivo per la vittoria di un amico, di uno di loro, di un compagno di vita quotidiana, e ha provato la sensazione di essere in vetrina, di partecipare attivamente all’esito di una gara che, a conti fatti, era già decisa in partenza? E inoltre, che significato ha la presenza di Maria De Filippi nel contesto della serata finale? Io la mia risposta ce l’ho. Mi sembrano i dati di un teorema di cui non conosco la tesi, ma sicuramente l’ipotesi: omologazione.

domenica 4 gennaio 2009

Saldi!

Propaganda, e pure della specie più infima. Giustificata dalla parola più banale del momento: crisi. Intervistano i soliti quattro-cinque cerebrolesi che annunciano di aver acquistato due camicie e un paio di scarpe; inquadrano le file di vili parameci invertebrati che si accalcano davanti ai negozi; si rilasciano dichiarazioni di circostanza in cui un paio di signore dall'acconciatura benpensante affermano che quest'anno hanno dovuto risparmiare, infatti hanno tirato fuori dal portafogli solo 500 euro. Il fatto è che vogliono spingere la gente a comprare; è la prima regola del consumismo. Se alla gente viene fatta vedere altra gente che compra, si innesca il meccanismo d'imitazione. Davanti alla tv qualche altro cerebroleso si convince che forse in crisi non siamo. E sicuramente se scatta la molla del consumismo, l'economia ne risente in positivo. Questo succede al paese. Ma individualmente? E poi, ma non è che diciamo di essere in crisi perché ci hanno indotto a dirlo? Un paranoico, complottista e malfidato penserebbe che sia una mossa pianificata a tavolino con la connivenza dei mass media. Il fatto è che io sono paranoico, complottista e malfidato.
Mi sciocca che il servizio sui saldi sia la notizia di apertura dei Tg in questi giorni. Ma non dovrei essere scioccato più di tanto, visto che vivo in un paese in cui la tv di stato (rai due) censura un film come "Brokeback Mountain" (peraltro premiato col Leone d'Oro a Venezia: una nazione che censura se stessa e i suoi criteri di giudizio estetico, siamo alla pura follia) mentre, contemporaneamente, sempre su un'altra tv di stato (rai uno - Porta a porta) andava in onda un teatrino grottesco con un salottino di ospiti che si era convertito dopo aver incontrato Gesù (bravi!) e un'intervista ad un uomo anzianotto a cui in passato era apparsa la Madonna e ora raccontava di aver assistito al miracolo dei due soli e baggianate del genere.
Propaganda. Non scordiamoci della diretta per l'esposizione della salma di Padre Pio che è servita a riportare un po' di soldi di gente ignorante nelle casse di quell'Eldorado religioso che risponde al nome di Pietrelcina. Leggetevi "La questua" di Curzio Maltese e vi farete un'idea del potere economico della Chiesa in Italia, della figura di Padre Pio e di rimbalzo anche del potere manipolatorio della tv e dei giornali.
Tornando ai saldi, non accetto il fatto che una notizia del genere possa superare nella gerarchia delle informazioni, gli attacchi israeliani alla striscia di Gaza. Ma non lamentiamoci. Se la Ferrari avesse vinto un Gran premio, la cronaca di guerra e il conto dei civili palestinesi morti sarebbe slittata al terzo posto.

sabato 27 dicembre 2008

Cronache natalizie

Non è un caso che il Natale sia la summa di tutte le feste cattoliche. Aho, nasce Gesù, mica cazzi. Già i rituali cattolici sono delle trappole teatrali scrupolosissime: reiterazione di formule, solennità dei gesti, morbidi increspamenti di abiti talari. Sentenze secche e taglienti, suono d’organo e profumo marcato d’incenso. Perfezione pura. Una messa in scena coercitiva scritta a tavolino che esercita una suggestione super e simula un’interattività che in realtà non esiste. Il teatro è ipnosi e trasmissione di regole al pubblico. Poche regole ma di ferro, collaudate nel corso di centinaia di anni. Lo stesso rigore di cui brilla il natale consumista-occidentale-borghese. Affermare che si sia perso lo spirito natalizio in nome del consumismo sfrenato è una panzana. Il mercato non ha fatto altro che imitare la chiesa: regole. E aspettative, luoghi deputati, liturgia delle azioni. Il natale è esagerazione, distruzione di schemi e abitudini consolidate nel quotidiano, sostituite da comportamenti extra-ordinari che, paradossalmente, quel giorno sono comuni a tutti e perciò smettono di essere extra.
Ve ne accorgete dagli avanzi in frigorifero e dalla spossatezza mentale successiva agli affollati rendez-vous familiari: extra. Quando siamo sottoposti ad una serie di condotte indotte e discontinuità obbligatorie, andiamo in tilt. Del resto chi uscirebbe completamente indenne dal festival delle aggregazioni forzate? Per un anno scegliamo di non incontrare un certo gruppo di persone e, all’improvviso, tac: ce li troviamo fianco a fianco, ci puliamo per sbaglio con la stessa salvietta, gli versiamo il vino, ci chiedono di noi. Che fai, chi sei, come stai? Una vita da sintetizzare con la porta d’ingresso ancora aperta, pianerottolo a vista. Una messa in scena.
Un promiscuo miscuglio di bambini, anziani, giovani e medi adulti (che sono come le piccole e medie imprese: indefinibili). Col corridoio unica via di fuga verso il cesso unica oasi di pace con lo sciacquone unica soave melodia. Le regole andrebbero sovvertite e i commensali riuniti per categorie. Anziani con anziani, bambini coi bambini. E ancora tavolate di giovani e medi adulti suddivisi a loro volta per indole, hobby e perversioni: fachiri, rabdomanti, feticisti del piede, poligami. E invece no. il Natale è la festa del monoteismo sessuale per eccellenza. Un unico comandamento: “Non avrai altro interlocutore intimo al di fuori di me”. L’unico vantaggio è che si annullano pure paranoie e gelosie. Tua moglie sta lì con te, la tua fidanzata sta là con la sua famiglia, la tua amante dei sogni è imprigionata tra zii logorroici e le carte del Mercante in Fiera. Tra il cenone e il pranzo ogni squilibrio ormonale cede il passo al cliché e allo schema. Sì, schemi. Il Natale è la festa con più schemi da rispettare e allo stesso tempo quella che innesca i comportamenti più fuori dagli schemi. Dite di no? Ditelo a mia madre che non esce mai di sera specie d’inverno. Né lei né i suoi acciacchi e i dolori reumatici. La città è troppo aggressiva per una casalinga non disperata e un fegato disabituato ai fritti; ditelo a mia zia L. che ha faticato mesi per mettere a punto il suo apparecchio acustico che adesso rimbomba e fischia tempestato dalle urla di piccole furie e dai dibattiti retorici sulla crisi da parte di superficiali giovani e medi adulti; ditelo a me che al terzo grappino devo sostenere l’annuale discussione di cinema con mio cugino S. il quale da circa quindici anni sostiene che l’unico film che merita di essere visto sia “Kramer contro Kramer”, cioè un battibecco coniugale lungo due ore con Dustin Hoffman e Meryl Streep datato 1979 che sta alla storia del cinema come questo blog alla storia dell’enigmistica. Ditelo di nuovo a me, costretto a dribblare soldatini e limoncelli (il cui abbandono dalle tavole degli italiani sarà sempre tardivo, oltre che un enorme balzo culturale in avanti) per sopravvivere a raccapriccianti ballottaggi salva-conversazioni, del tipo: è meglio Obama o Kennedy? Ibrahimovic o Cristiano Ronaldo? Michelle Hunziker o Vanessa Incontrada (per me Vanessa, per inciso). Cliché, schemi, regole, regali. Da scegliere per qualcuno che non si frequenta mai (due anni fa per me una cravatta!) o che si presume inchiodato per sempre ai suoi gusti (per me quest’anno un altro maglione nero. Sì, lo so, indosso vestiti scuri, ma cazzo…). Natale, cliché, schemi, formule verbali. Gli ospiti un po’ più estranei che dicono “squisito” per complimentarsi con la padrona di casa. Meschini risentimenti mai sopiti che grattano le orecchie con frasi sibilline ed etichette appiccicate. Natale e la porta che si chiude dopo l’accompagnamento all’ascensore di prammatica. Io e mia madre che torniamo di notte, su strade trafficate dove sfilano le acconciature delle puttane. Cos’è? Un gioco di ruolo riuscito male? Sbircio negli abitacoli altrui dove si compongono schieramenti assurdi: nonne aggrappate al sedile davanti, adolescenti inquiete che sembrano prese in ostaggio, buste gonfie di scatole di panettoni. E poi capannelli di cappotti e sciarpe nei dintorni delle chiese, pedoni barcollanti impegnati in brevi esodi. Cliché, schemi, regole, liturgie. Si recita. Cronache natalizie. Cronache marziane.

mercoledì 3 settembre 2008

Summertime


E anche quest’estate ce la siamo levata dal cazzo. Tana libera tutti. Manca poco, ma i timbri nel passaporto di settembre ci sono già. Ne elenco 5: è ricominciato il campionato; le ragazze cambiano colore dei capelli, pettinatura e si iscrivono a Yoga, ad acquagym o a un corso di fotografia ; al cinema si affacciano film decenti e non solo horror o teen comedy di serie Z; al tg non si sentono più quelle espressioni odiose del tipo “esodo”, “controesodo”, “bollino rosso”; ho finito di scaricare quasi 500 messaggi di posta. E sono mancato solamente una settimana. La prima cosa che detesto di più dell’estate è che riesce a contagiare col virus delle banalità anche un povero blogger che si intestardisce a trovare una chiave insolita per scrivere le sue baggianate. Per cui la lettura di questo pezzo vi sembrerà un monologo di Giorgio Panariello che, per mettere due battute in croce, buca col trapano un fondo di barile arrugginito. Panariello è Fiorello comprato al Discount. Ma io odio pure Fiorello che invece è universalmente riconosciuto come bravo. Almeno una volta nella vostra vita avrete sentito qualcuno dire: “Quanto è bravo Fiorello”. Un cazzo. E’ bravo in un paese di animatori, venditori e cultori di reality show come il nostro. Fa le battute e ride da solo. Nemmeno la claque gli sta appresso. Se vi piace Fiorello vi puzza il culo. Non scherzo. Andate a controllare. Fatto? Puzza? Bene. Fine della digressione. Mi serviva per prendere tempo e mettere le mani avanti. Solo una settimana di ferie. Ma fossero state pure due, non avrebbe avuto lo stesso alcun significato. Ma c’è chi ci casca. Davvero. C’è chi organizza le vacanze con l’entusiasmo di chi sta per cambiare vita. Come se bastasse infilarsi un paio di infradito, mettersi i pantaloni più larghi e spostare le lancette della copula un’ora indietro. Ovviamente io parlo dalla sedia girevole di un ufficio. E la moquette, l’aria condizionata, la collega rompicazzo, la macchinetta del caffè e le otto ore di lavoro sono uguali. Ad agosto come a febbraio. E uguale rimane anche l’ottica piccolo-impiegatizia dell’osservatore e dell’osservato. Un’altra cosa che detesto dell’estate è questa pubblicità ininterrotta che gli viene fatta. Mentre a Natale l’impennata consumista è recintata in un breve periodo, in estate dura quattro mesi. Se non vai in vacanza, non vali una ceppa. E’ come non fare i regali a Natale. Se ci fate caso poi, non si parla mai di vacanze in senso generale. Si parla di vacanze al mare. La montagna non è mai contemplata. Se uno si azzarda a dire che passerà le vacanze in montagna viene subito bollato come “out”. Ma io conosco decine di persone che vanno in vacanza in montagna. E vi giuro che sono persone perbene. Il fatto è che la montagna esclude tutta una serie di cliché che con l’estate vanno a braccetto: la dieta, la prova costume, la cellulite, i giochi sulla spiaggia, la canzone-tormentone. Perché, vi chiederete, chi va in montagna forse non ascolta la canzone-tormentone? Sembra di no. Io quest’anno sono stato al mare. Quindi sono “in”. Quindi non rompete le palle. I cinque tormentoni che ho più odiato nella storia dei tormentoni sono: “Viva la mamma” di Edoardo Bennato, “La regola dell’amico” degli 883, “Tre parole” di Valeria nunmericordocomesechiama, “Chihuaha” di nonmiricordonemmenoilnomedibattesimo, “Siamo una squadra fortissimi” di boh. Tutto parte dal presupposto che in estate è vietato pensare. Per cui esistono le letture da sotto l’ombrellone, i discorsi da sotto l’ombrellone, le canzoni da sotto l’ombrellone. Come se a settembre quelli che in agosto hanno letto “I love Shopping” di Sophie Kinsella infileranno il naso tra le pagine di “Il concetto dell’angoscia” di Soren Kierkegaard. Io non ho letto né l’uno né l’altro. Quindi non rompete le palle. A proposito di angoscia, ecco le cinque cose che mi mettono più angoscia in estate. Prima però mi rileggo il pezzo.

Maledetto me, maledetto Panariello e pure maledetta estate. Tutto diventa luogo comune. Potevo scrivere, che ne so, che Venezia è una bella città ma non ci vivrei mai. Che Pippo Baudo è un professionista. O peggio ancora che Fiorello è proprio bravo. Questo non vale la pena leggerlo nemmeno sotto l’ombrellone. Alla prossima.