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sabato 9 ottobre 2010

L'anestesista e il culo



Non è il mio culo.
Ci mancherebbe altro. E non di certo per i punti di sutura che sono la parte più bella. E' proprio il resto che non va, e meno male che hanno messo la striscia nera della censura.
Questa è la prima immagine che trovate su google digitando le parole "cisti pilonidale". Ed è come mi ridurranno tra esattamente 11 giorni.
Ma avendo un culo molto più bello di quello nella foto che appartiene a qualche ciccione puzzolente onanista (io sono solo onanista), semmai dovessi pubblicare la mia foto post-operatoria (lo farò? non lo farò? con la striscia? senza striscia?) vi accorgerete della netta differenza.
Ma attenzione. La foto sopra è un taglio con applicazione di punti di sutura dopo un'operazione di rimozione di una cisti pilonidale (o sacro-coccigea) a cielo chiuso. Poi c'è quella a cielo aperto, cioè in pratica lasciano un buco talmente profondo dentro il quale, con un po' di fortuna, si intravedono persino le vostre pulsioni omicide, le fantasie sessuali più sfrenate e la locazione del cervello dove avete memorizzato la password di facebook.
Non vi posto la foto del doppio buco (c'è anche l'ano, don't forget) ma è una delle immagini in fila sempre su google. (Fatemi un favore: se siete stati così curiosi da andarla a sbirciare, mandatemi un commento...).

Ho conosciuto l'anestesista, che assomiglia a John Malkovich nella versione giocatore di poker nel film "Rounders".
Mi ha fissato col suo sguardo ad ago (deformazione professionale), masticando un biscotto, proprio come nel film.

Domanda: hai subito altri interventi?
Risposta: sì, mi hanno tolto un dente del giudizio occluso
Domanda: quando
Risposta: nel 1989
Domanda: a destra o a sinistra
Risposta: non me lo ricordo
Domanda: Non si ricorda?
Risposta: no.
risposta pensata: Mi pare a destra.
Ma non potevo uscirmente con "mi pare a destra", cazzo sono due le parti, o a destra o a sinistra.
Non puoi dire, "mi pare a destra". Non mi ricordo che ci posso fare.

Domanda: Le dà fastidio l'anestesia? E' allergico?
Risposta pensata: Ma io che cazzo ne so? Che dipende da me? vabbè l'anamnesi, però non posso mica prendermi queste pesanti responsabilità.
E allora se ti arriva un paziente urgente al pronto soccorso che non può parlare? Che fai, come capisci se gli dà fastidio?
Ci sarà un'anestesia speciale per gli astenuti? Beh, se sì, allora usi quella.
Non è che se poi MUOIO, la colpa è la mia perché su quella cartella maledetta ho dichiarato (ho firmato...) che non sono allergico all'anestesia.
Risposta ufficiale: no.

Domanda: E' allergico agli antibiotici?
Risposta pensata: Allora, John Malkovich di questa solennissima fava, ma qui chi è il paziente e chi il medico?
A quali antibiotici? E che vuol dire allergico? Qualche volta ho preso gli antibiotici per i denti o per la gola e il primo giorno mi sono cagato anche l'anima. La diarrea rientra nella casistica? E se sì, quanti spruzzi? E se è diarrea al fischio, quanti fischi sono necessari affinché io possa definirmi allergico?
Tanto gli antibiotici io li prenderò prima di operarmi, ma andrò lì a digiuno, e giuro sul Grande Spirito che la sera prima mi tengo leggero. Non ho intenzione di farmi scappare nulla dal buco ufficialmente messo lì dal Padreterno, prima dell'apparizione dell'altro buco messo lì dal chirurgo con la complicità di Malkovich.
E dopo?
Se le mie condizioni saranno come quelle del culo nella foto, voglio dire, ma come faccio a sedermi sulla tazza?
Su questo aspetto c'è un muro (del cesso) di omertà.
La cosa assolutamente più importante non me l'ha spiegata nessuno.
Sì, ok, non potrò sedermi per molti giorni. Dormirò di fianco, mangerò a pancia in giù, vedrò la tv in piedi, mi accompagneranno a fare le medicazioni. Mi scorderò come si guida una macchina.
Ma quando mi scapperà la cacca, cosa dice in merito la letteratura?
Come ci si organizza? Ho cercato pure su internet ma in nessun forum se ne parla, poi mi sono rotto, disgustato dalla valanga di culi maschili che ho dovuto visionare.
Esistono donne con un bel lato b che si sono sottoposte a questo intervento chirurgico?
Nessun segno.

Risposta ufficiale: no

Domanda: Fuma?
Risposta pensata: ma figuriamoci, che domanda, la farà giusto per routine. Poteva chiedermi anche se fossi appassionato di pesca subacquea o se mi piace spiare i canguri in calore.

Risposta ufficiale: sì, un pacchetto al giorno.

L'anestesista scrive 20 sigarette sulla cartella con serietà e zelo, marcando ben bene la penna sul foglio; l'inchiostro scivolava vivido. Pure la sottolineatura ci ha messo.
Ma è così importante? Io una cosa sola faccio nella vita... fumo...e questo comprometterà l'esito dell'operazione? Il mio culo si risveglierà dall'anestesia? Oppure ho fumato troppo? E io che pensavo che facesse male ai polmoni...

Integrazione della risposta: sì, ma sigarette leggere.
Questo non l'ha aggiunto.

Comunque mi tranquillizzo. Lo zelo, la passione per la propria professione, la scrupolosità delle domande, l'occhio di ghiaccio e il biscotto masticato mi confermano che questo è uno serio, uno che ci sa fare.
Questo è uno che mi farà un culo così.

Ultima domanda: Ma lei scusi, quanti anni ha?
Risposta: 39

L'anestesista: sulla cartella c'è scritto 59... si saranno sbagliati...
risposta pensata: Si saranno sbagliati? Ma che ti sembro uno di 59 anni? Ma che hai visto solamente culi nella tua vita di anestesista? Vuoi che te lo faccio vedere? Ti sembra il sedere di un quasi sessantenne?

Risposta: No, no, 39...si sono...sbagliati. (rido, in realtà tremo. Tutto quanto di buono avevo pensato su questo burocrate del sonno profondo va a farsi benedire.)

Esco dall'ospedale rassegnato. E decido di riaprire il blog dopo quasi un anno.
Perché sicuramente io MORIRO' sotto i ferri.
Fumo troppo. Ho 59 anni. Non mi ricordo qual è la destra e quale la sinistra. Gi antibiotici mi mandano in coma. Non potrò cagare per un mese.
Speriamo di lasciare un bel cadavere e soprattutto un bel culo.

lunedì 30 novembre 2009

La lingua rovente di Salisburgo

Freud diceva che le due cose più importanti della vita sono il sesso e il lavoro. In realtà non so nemmeno se tale affermazione corrisponda al vero, e google non mi aiuta a verificarlo. Ma avevo deciso di cominciare il post così, quindi, parto: sesso e lavoro. Detto da uno che per guadagnarsi da vivere se ne stava seduto a fumare il sigaro davanti a un divano a fissare capigliature unte c’è da riflettere. Però è anche vero che se non fosse esistito il sesso, probabilmente Freud avrebbe aperto un chiosco di zucchero filato nel centro di Vienna.

Sono sicuro però che, se fosse vissuto oltre il 1939 (google mi ha aiutato…) non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di osservare le dinamiche di gruppo che vanno in scena all’interno degli uffici o in qualsiasi altro posto dove è previsto un lavoro d’equipe.

E sono convinto che, tra un trattato sulla masturbazione e un saggio sull’uso dello zucchero filato nel trattamento contro gli stati depressivi, il vecchio Freud avrebbe sentenziato: “non permettere mai al tuo lavoro di limitare i tuoi orizzonti all’interno di quattro pareti, scimmiottando penosi diritti e inseguendo minuscole ambizioni”.

E avrebbe capito che l’imperativo è sapersi vendere. Vendere atteggiamenti, parole, ricatti, finzioni. E ogni ‘vendente’ deve saper individuare il ‘comprante’: quello che se la beve, che non sa osservare, che subisce.

I vendenti sono una macrocategoria che può essere suddivisa in vari microgruppi.

Ci sono i ‘Paraculi’: quelli che con le parole e gli atteggiamenti danno l’idea di lavorare molto più di quanto in realtà non facciano. Sono una specie di parassita che si attacca alle caviglie degli ‘encomiabili’(microgruppo appartenente alla macrocategoria dei compranti, quelli che solitamente lavorano di più ma a cui non viene attribuito il giusto merito), ne seguono la scia industriosa salvo superarli in prossimità del traguardo e davanti alle telecamere.

Solitamente i paraculi parassiti passano il tempo a fare riunioni o ad usare il telefono per effettuare richieste che fanno perdere tempo agli encomiabili e ad accollarsi meriti che non hanno. I paraculi sono quelli fingono di avere un senso del dovere, di essere encomiabili; quelli che sanno ‘non essere al posto giusto nel momento giusto’.

Tra i vendenti ci sono anche i ‘Fanatici ossessivi’. I fanatici ossessivi non fanno parte del gruppo di comando di un’azienda ma riescono ad influenzarne le decisioni usando le armi della superbia e del ricatto, finendo per vantarsi di essere una sorta di leader occulti. Per superbia si intende una esagerata stima di sé e dei propri meriti (a volte reali, molto spesso presunti), manifestata con un continuo senso di superiorità verso gli altri.

Per ricatto si intende l’insistenza e il chiasso con cui il fanatico ossessivo mette in evidenza una mancanza nell’organizzazione dell’azienda affinché essa venga colmata per il suo tornaconto personale. Una sorta di atto di destabilizzazione continuato, durante il quale il fanatico finge di non aver ottenuto ciò che invece otterrà in maniera tripla rispetto ai compranti.

Speculare alla figura del Fanatico ossessivo c’è la figura dell’ ‘Allisciante’, che tra i compranti è colui che si beve le sue cazzate al punto da assumere un atteggiamento ruffiano e genuflettente nei confronti di colui che l'allisciante ha individuato erroneamente come leader occulto per entrare nelle sue viscide grazie, nella speranza, un giorno, di poterne sfruttare la capacità di muovere le fila e di incidere su decisioni e cambiamenti.

Il canale di comunicazione tra un fanatico e un allisciante è protetto dalle ombre dei corridoi, dalla schermata di una chat, dai minuscoli caratteri di un sms, perciò da uno scambio di battute all’esterno dell’epicentro lavorativo, in un altrove in cui un invasato ossessivo può far valere al meglio la sua dialettica torbida.

Il comprante allisciante si convincerà che si tratta di scelte strategiche per il miglioramento della situazione.


Una volta Freud, sulla tazza del cesso, scrisse a Jung:

“Caro Carl Gustav, ogni volta che qualcuno userà con te le parole ‘scelta strategica’, grattati le palle e recita una filastrocca antimalocchio.

Tuo Sigmund”.



I vendenti posseggono geneticamente un’astuzia che sa operare chirurgicamente nella scelta delle amicizie all’interno dei compranti. Questo è essenziale per impedire il compattamento dei compranti, i quali, se si alleassero, farebbero saltare i piani dei vendenti che sono: lavorare meno, ottenere più giorni di ferie, mettersi in prima fila nell’attribuzione dei meriti, ottenere premi in denaro, natura, cesti natalizi.

Ovviamente, per un comprante, persino per un encomiabile, stringere amicizia con un vendente, sia esso parassita o fanatico ossessivo, comporta il rischio di ritrovarsi nella categoria dei ‘Grotteschi’. I Grotteschi sono coloro che, pur irreprensibili dal punto di vista lavorativo, eclissano la loro identità dietro quella dei vendenti e impediscono ai compranti di tradurre la coscienza di classe in rivoluzione.

Il grottesco è infatti amico sia di un comprante che di un vendente, creando disagio al primo e favorendo il gioco del secondo, creando un’interruzione nel gruppo buono a favore di quello cattivo.


Una volta Sandor Ferenczi, mentre strofinava la sua bambola gonfiabile con una spugna insaponata, elaborò una lettera che avrebbe scritto a Freud una volta che si fosse asciugato le mani:

“Caro Sigmy.

Innanzitutto ti suggerisco di non annusare questa mia, in quanto ci ho sbadatamente fatto cadere della cocaina e non credo di essere riuscito a sniffarmela tutta, per cui il foglio potrebbe contenerne tracce.

[…] questa teoria che suddivide i gruppi di lavoro in ‘vendenti’ e ‘compranti’ non mi convince, sebbene ci abbia studiato su parecchio. Mi chiedevo se, in quel bordello che frequenti il martedì a Salisburgo, ci potesse essere una ragazza disposta a fare da prestanome come autrice del saggio per prevenire il dissenso fazioso di quei merdosi drogati della critica accademica”.

Nasalmente con te

Sandj”



Può succedere che, casualmente o per merito di un comprante più anarchico e illuminato (della categoria degli ‘Indispensabili’) il gioco di uno dei vendenti venga scoperto.

Se il vendente è geneticamente astuto saprà rigirarsi la situazione a suo comodo, facendo finta di entrare nel gruppo dei compranti, persino in quello degli encomiabili, pur proseguendo ad agire palesemente come vendente, perpetuando i suoi vantaggi con la complicità involontaria di un’altra categoria di compranti: i Supervisori Guerci, i quali a loro volta si dividono in Supervisori Guerci Logorroici (SGL) e Supervisori Guerci Taciturni (SGT o ‘sergenti di piuma’ secondo una definizione colorita nata in un bordello austriaco ai primi del Novecento).

Il Supervisore Guercio Logorroico è un sedicente psicologo autodidatta che,pur accorgendosi degli atteggiamenti controproducenti di un vendente, ne minimizza il tornaconto individuale in nome di un presunto giovamento collettivo. Considera cioè i vendenti come una sorta di male necessario che comunque per la legge dei grandi numeri non intralcerà il cammino dell’azienda verso un futuro radioso.

L’effetto collaterale numero uno della presenza di un SGL in un ufficio è lo sproloquio. Spesso un SGL condivide con un Fanatico ossessivo la convinzione di sentirsi Dio, o più furbo degli altri. Ma mentre un SGL auspica un miglioramento collettivo, un leader occulto pensa solo alle sue tasche e alla sua libido. Entrambi tendono a parlare a voce alta e a fare riunioni.

Il ‘Sergente di Piuma’, pur essendo uno psicologo migliore del SGL e pur convinto della necessità dell’eliminazione di un vendente per consentire un armonioso prosieguo del lavoro, conserva delle remore umane. Vorrebbe agire nel concreto, con cinismo, ma si trattiene dal farlo. E’ di piuma, dunque e non di ferro, pur essendo un osservatore acuto e consapevole.

Il rischio numero uno per un Sergente di Piuma è finire nella categoria dei Grotteschi.



Quindi, ricapitolando:


VENDENTI: Paraculi, Fanatici ossessivi

COMPRANTI: Encomiabili, Alliscianti, Grotteschi, Sgl, Sergenti di Piuma, Indispensabili



Con una precisazione. Gli alliscianti, nel loro diabolico perseverare la complicità con un Fanatico ossessivo e i Grotteschi nella loro debolezza che li spinge nelle grinfie dei Paraculi, finiscono per (de)meriti nella categoria dei vendenti. Sono colpevoli senza carisma, controproducenti senza astuzia.



Gli indispensabili sono coloro che hanno uno spiccato senso dell’osservazione, capiscono che il loro senso del dovere, la loro sensibilità e il loro senso della responsabilità possono ritorcersi contro.

Si accorgono della disonestà dei Paraculi, dello squallore dei Fanatici ossessivi, della trappola in cui finiscono i Grotteschi, del basso profilo degli Alliscianti, della confusione mentale degli Sgl, del buonismo inutile dei Sergenti di Piuma. E sanno di sostare su un crinale. Possono precipitare o salvarsi.


Per loro vale il virgolettato di cui sopra: “non permettere mai al tuo lavoro di limitare i tuoi orizzonti all’interno di quattro pareti, scimmiottando penosi diritti e inseguendo minuscole ambizioni”


Per loro vale il rilievo empirico effettuato da Jung e così riportato a Freud che lesse e conservò la lettera dell’allievo nel suo quaderno di appunti “Le mie perversioni preferite”



“Caro Maestro

Sono costretto a contravvenire ad una regola fondamentale della seduta analitica.

Ho qui un paziente che rientra nella categoria degli Indispensabili, secondo la ripartizione teorizzata da Olga ‘la lingua rovente di Salisburgo’, che per bruciori allo sfintere vorrebbe accomodarsi sul divano a pancia sotto.

Ho acconsentito, ma sentivo il dovere di avvertirla.

Analmente devoto

C.G. Jung”

martedì 6 ottobre 2009

Affittasi appartamento

Affittasi appartamento zona San Giovanni/Manzoni. Camera angolo cottura bagno vista panoramica. 550 euro. Tel. ****

Prima telefonata. Risponde una signora anziana.
- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Lavoro per un’azienda editoriale che vende servizi ai canali televisivi
- Eh?
- Faccio il giornalista
- Ah. Uhm. Richiami domani sera. La signora che ci stava si è portata via le chiavi.


La vecchina possiede probabilmente un curriculum da portinaia, ed è poco avvezza a quei mestieri che non si descrivono con una parola secca: idraulico, fornaio, elettricista, magnaccia. Appena ho letto l’annuncio su Porta Portese ho avuto subito il sospetto che fosse un appartamentino adatto a una squillo, ma considerando il prezzo e la zona, ho pensato di fare comunque un tentativo. Questo appartamento me lo immagino più come una mansarda, un buco da 20 mq coi bacarozzi striscianti dietro la carta da parati, l’odore stantio di una videoteca porno senza finestre e una abat jour col coprilume spelacchiato sul comodino.

Seconda Telefonata. Risponde la stessa persona.

- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, ho già chiamato ieri, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Lavoro per un’azienda editoriale che vende servizi ai canali televisivi
- Eh?
- Faccio il giornalista
- Ah. Uhm. Richiami lunedì, che torna mia figlia.


La zona San Giovanni è affollata di prostitute. Questo lo so grazie alla pagina con l’elenco delle massaggiatrici sul Messaggero che è stata per anni una delle mie letture preferite. Una lettura rilassante, essendo un elenco di annunci, e una miniera d’oro per fervide fantasie. Dopo un po’ si comincia ad entrare in confidenza con il lessico scarno che in tre righe cerca di descriverti il tipo di prestazione che ti aspetta: esplosiva, completa, piedini dolcissimi, giochini meravigliosi.
Altri termini in voga negli annunci: statuaria, senza taboo, severa (per chi ama il siparietto padrona-schiavo), massaggio cinese, snella (questa mi è sempre piaciuta, perché per anni l’immaginario delle prostitute visualizzava quelle matrone ciccione sedute a via di Tor di Quinto su una sediola di legno accanto al fuocherello. Sono personaggi che ormai sono stati spazzati via ma che rendevano il ‘puttan tour’ l’equivalente di un safari felliniano). Sapere che troverai una snella è una garanzia, sebbene la snellezza sia relativa e trattandosi di vendita del corpo, è anche normale gonfiare il prodotto o, nel caso in questione sgonfiarlo. Mi fa ridere quando leggo la parola “disponibile” e penso: ci mancherebbe altro. Come se su un ipotetico annuncio di una funzione religiosa scrivessero “è prevista la comunione”. Qualcuna scrive anche “coccole”. Credo che sia per tranquillizzare il cliente timoroso di trovarsi una belva feroce che ti scaraventa sul letto e cinque minuti dopo ti dà un calcio in culo dopo averti spillato 100 euro . La parola coccole presuppone una certa calma, un incontro di sesso con tisana e chiacchierata incorporate, e curiosità sul cosa farai domani, come va il lavoro e fammi vedere una foto dei tuoi bambini. Insomma una scopata in santa pace, parcheggio blu permettendo.


Terza Telefonata. Ancora la vecchia

- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, ho già chiamato ieri, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Lavoro per un’azienda editoriale che vende servizi ai canali televisivi
- Eh?
- Faccio il giornalista
- Le passo mia figlia
- Ah, è tornata! Grazie mille


- Sì?

- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, ho già chiamato ieri, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
(giuro di aver ripetuto sempre la stessa frase e sempre con lo stesso tono di voce)

- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Faccio il giornalista
- No, guardi NOI NON ABBIAMO BUONI RAPPORTI CON I GIORNALISTI. Arrivederci e buona ricerca.

Ecco, non so se mi ha fatto più ridere la mia disperata insistenza conclusasi con questa frase da rotocalco o la frase in sé. Per qualche minuto mi sono anche vantato con me stesso: al telefono devo proprio sembrare uno di quei reporter cazzutissimi che stanno portando avanti un’inchiesta sul campo. La signora avrà pensato di finire in una puntata de “Le Iene” con la voce contraffatta e le immagini supersgranate. Forse nemmeno era un appartamento per le prostitute, chissà. La voce della figlia suonava più come quella di un usuraia, una cravattara come si dice a Roma. Ma certe convinzioni è giusto conservarle e quindi so che per qualche giorno ho sfiorato l’ingresso in uno di questi luoghi leggendari, in cui, quando sei un adolescente, vorresti capitare per sbaglio o visitare solamente per vedere come sono fatte le ragazze, un puttan tour casalingo alla fine del quale poter scegliere la tua preferita.
Sarei proprio curioso di conoscere la prossima affittuaria di quell’appartamento. Sarà una frizzantissima moretta? Una severa con strepitoso decolletè? O una simpatica (due risate non guastano mai…) bolognese (da cui la barzelletta sui tortellini…)?
Meglio non indagare. Niente giornalismo d’inchiesta. Non si sa mai, potrei suonare il campanello e trovarmi di fronte una “Trans nera grandissime emozioni”. Quel grandissime lascia davvero poco spazio alla fantasie. E camminare rasente il muro con tutti quei bacarozzi non sarebbe davvero un’esperienza da sballo.

domenica 13 settembre 2009

Canne e torsi nudi

Una cosa era certa: nel corso della serata mi avrebbero passato una canna e io avrei rifiutato. Non è facile rifiutare una canna. E come lasciare un amico. Che gli dici? Ho bisogno di vedere altri uomini? Non che sia imbarazzante, però quando rifiuti una canna, ti notano, perché rendi discontinuo un rituale. Durante il cerimoniale del fumo è sottinteso che tutti debbano partecipare. Cazzo, ci stiamo drogando qui, è una cosa seria. Per questo, durante la Messa non è che il prete va a offrire l’ostia tra i banchi, ma sono i fedeli che si recano all’altare. Altrimenti, come potresti rifiutate l’ostia senza passare per un peccaminoso miscredente? E che ci sei venuto a fare in chiesa se non ingoi il corpo e il sangue di Cristo? Per questo i cerimoniali cattolici sono di una perfezione teatrale assoluta. Troppi secoli di canne dovranno passare, per avvicinarsi alla perfezione di quel meccanismo. E poi, c’è un comandamento che recita: “la canna si passa e non si chiede”. Nessun comma, invece, è stato ancora pubblicato sul rifiuto della canna. Nemmeno puoi dirlo prima che non hai intenzione di fumare. Non si può, non è previsto dal rito. Rifiutare una canna è come andare a un matrimonio in jeans e scarpe da ginnastica. Ti notano. Quando le canne non le rifiutavo, non è che poi ne traessi beneficio. Non ne ho mai tratto beneficio. Anzi. Una volta mi ha scatenato un attacco di panico, ho perso i sensi, avevo il cuore a tremila. Certo, dentro c’era tutta marijuana, ma vaglielo a spiegare a quello che certosinamente ha ammucchiato, squagliato, rollato, acceso, aspirato. Quello che gira la canna è il number one della fase della serata in cui, per un tacito accordo, ci si allenta, tra sorrisi e ammiccamenti, secondo uno schema ben consolidato. Dopo tanti anni ti rendi conto che è una grossa bufala, una simulazione di libertà e clandestinità. Frottole. Non scambierei più un minuto di lucidità con un grammo di hashish. Ormai è roba da pischelli che almeno non sembrano patetici. Quando vedo ultratrentenni, madri di famiglia con l’abbigliamento ormai inopportuno e il culo svaccato dichiarare che ogni tanto ci vorrebbe una canna, penso subito: “spero di non essere lì quando accadrà”, perché è uno spettacolo pietoso. Meglio la chimica, le pasticche, il valium. Più decoroso, e non devi aprire le finestre. Cinquantenni col riporto bianco e i mocassini che si danno un tono sfiammeggiando un tozzetto di fumo; oppure zitellone con pappagorgia incipiente che si appoggiano di fianco sul divano, si levano le scarpe e mugolano aspettando il loro turno. Inadeguati. Per farsi le canne bisogna avere l’età giusta, il fisico giusto, l’abbigliamento giusto. Non ti puoi fare una canna in giacca e cravatta, se sei presbite, se hai gli addominali flosci, se sei calvo (non rasato, rasato va bene), se hai passato la giornata tra scartoffie e pannolini, se l’ultima volta che hai letto che dopo una certa età devi controllare la prostata ti sei ricordato di ricordartelo. Il fatto è che quando rifiuti di farti un tiro, non è che ti porti appresso il tuo curriculum di giovinastro scavezzacollo che una volta si faceva le canne. Conta il presente. E il presente dice che tu sei uno sfigato, un po’ asociale, che passa molte serate in casa, ha un lavoro che non lo soddisfa e una vita sessuale frustrante. E’ un “chi ti credi di essere?” col segno cambiato. Agli occhi delle femmine del gruppo fai la figura del rammollito. Chi rolla e squaglia è il guerriero con cui fare un figlio, che sarà vigoroso, cazzuto, fumato e parecchio figlio di mignotta. Tutto questo lo pensavo in attesa che aprissero la porta di ingresso. Arrivare tardi a serate del genere ti fa sentire un intruso. La cena è storia ormai, e hai mancato il momento per sfoggiare un po’ chi sei veramente, e metterti al riparo dai giudizi. Se arrivi con gli avanzi nei piatti, le macchie di vino sulla tovaglia e le fiammelle della candele dondolanti come unica fonte di luce, sei perduto, non puoi passare inosservato e forse dovresti farti controllare la prostata.

La mia amica mi accoglie con uno strascico di risata, prova inoppugnabile che ci si sta allentando a dovere. Dico: “ah, siete sul terrazzo”, e lei: “certo, come sempre e tu sei l’unico con la maglietta”. Ecco. Tanto per mettermi a mio agio, mi ricorda che sta avendo luogo un rito, e ogni rito esige una maschera. Tanto per farmi sentire a mio agio, mi sta dicendo che dovevo uscire a torso nudo da casa e che se da lì a cinque minuti non mi toglierò la maglietta sarò il solito che non riesce e lasciarsi andare in un coinvolgimento coinvolgente. Questa me l’ero persa, cazzo: la maglietta. Ero troppo concentrato sulle canne. Esco in terrazzo. Tutti gli uomini sono a torso nudo e le donne sono tutte, tutte, sedute a gambe incrociate, tipo posizione yoga. Si stanno facendo una canna. Imprevedibili. Quello che ha squagliato, rollato, acceso, aspirato lo noti subito. La ragazza che sta fumando in quel momento, sta aspirando e strizza gli occhi, ascoltando con devota concentrazione i discorsi profondi di un tizio. Lo guarda come se davvero stesse dando sostanza al suo momento: - sono allentata, libera, sto fumando dell’ottimo fumo, cioè, alla fine di una gustosa cena (etnica), tra gente un po’ alternativa, cioè, e partecipo a questa condivisione cioè, di pensieri, cioè, opinioni, fuori dagli schemi, in una dimensione che cioè finalmente è la mia, cioè.

E annuisce. Si sta proprio facendo una canna in una serata senza difetti. Per lei il sole oggi è sorto e tramontato esclusivamente per questo.

Io ho altri problemi. La maglietta. Se adesso non mi tolgo la maglietta, ci faccio una figura da cazzo che si impennerà nel momento in cui mi passeranno la canna, e io dirò “no, grazie!”. Sono circondato. Ma uno che nella vita fatica per toccare un livello minimo di dignità, può sopraggiungere in un momento del genere e togliersi la maglietta? A serata iniziata, a cena conclusa, con tutte le femmine con le gambe incrociate e le infradito illanguidite fra le gambe del tavolo? Il fatto è che se sei l’unico che tiene la maglietta, stai a tuo agio più o meno come se all’improvviso ti mascherassero da testimone di Geova e, col calzino bianco che occhieggia dal risvolto dei pantaloni e l’opuscolo in una mano, ti costringessero a ballare sul cubo. Ma se decidi di tenerla c’è il rischio enorme che qualcuno ti indichi, in un momento di pausa, ribadendo “ma sei l’unico con la maglietta”. E’ semplice. Se sei a torso nudo sei rilassato e fico, se tieni la maglietta ostenti involontariamente disagio.

Nel frattempo, prima di sedermi, voglio capire la direzione del passaggio della canna. Senso orario o antiorario? Così mi sistemo nella direzione opposta e spero che prima che il giro termini succeda qualcosa: si esauriscano tutti gli accendini, inizi a piovere, ci sia una qualsiasi calamità naturale, compresa un’insurrezione delle infradito e delle magliette ammucchiate chissà dove.

La ragazza che ha trovato una dimensione, con gesto calcolatissimo e allentatissimo allunga il cartoccio fumante e fragrante alla sua destra. Afferro una sedia e mi accomodo alla sua sinistra. Per far vedere che sono un po’ fico anche io, sistemo la sedia al contrario e mi appoggio con i gomiti sullo schienale. Certo, sembro un po’ un cowboy in un western anni cinquanta, ma mi garantisce un minimo di protezione. Urge prendere tempo, calarsi nel buio, scomparire. Quello che sta fumando adesso ha una faccia da cazzo e atteggiamenti da leader e un kit di ordinanza che prevede: chitarra, capello spettinato, addominali rigidi, occhi azzurri e niente peli sul torace. E’ lui che ha cucinato l’etnico e rollato la canna. Altro da dichiarare? Che ne so, sei pure ricco e col cazzo grosso? Hai pubblicato due romanzi, sei cintura nera di qualcosa, fai l’attore, c’hai tre amanti, me voi menà? Quando vedo che passa il mozzicone bruciacchiato e ormai minuscolo della canna e si accinge a rollarne un’altra, giuro a me stesso che la prossima volta rimango a casa e mi faccio cento fotografie in cui sto fumando una sveglia di canna da mezzo metro, a torso nudo, col tatuaggio sulla schiena e le pubblico su facebook, dopo accurata manipolazione con photoshop. Ok, si ricomincia, penso. Dopo un paio di boccate sapienti, Mister Terrazzino 2009 porge lo spinello (sì, me so rotto di dire canna, almeno se devo sembrare sfigato, uso pure il termine sfigato!) alla mia amica, che nel frattempo, guardando Il Guerriero del Calumet, ha sbattuto talmente forte le ciglia che ha sparecchiato pure la tavola della signora dell’ultimo piano. Il giro è stato invertito, io mi abbraccio alla mia sedia da cowboy come se stessi per annegare.

E la ragazza che ha trovato una dimensione, con la voce impastata, fa: “no, no, dalla a lui. Lui non ha ancora fumato. Lui. Quello con la maglietta”.

In cielo nemmeno una cazzo di nuvola.

giovedì 2 luglio 2009

Misantropia e stereotipia

Quando ho visto che aveva la barba e quando ho sentito la cadenza bolognese e quando ho notato il gesto morbido con cui ci offriva del vino usando la frase “volete bere una cosa?” mentre indicava la tavola, non ho esitato a guardargli i piedi. Oh, yes, aveva i sandali. Ovvio.
Era l’inizio di una serata choc. I gesti erano quelli visti e rivisti dell’alternativo dai ritmi blandi, quello che “io senza una bottiglia di vino, la sera, non mi rilasso”, quello che almeno una volta ha pensato a trovarsi una dimensione. Vecchio, roba vecchia. Muffa.
Bene. Anzi male, perché ci sono dentro. Continuiamo. Quando mi siedo accanto agli altri commensali, la cerco. Non può non esserci. Se guardate un film western, deve esserci una pistola. Se guardate un film romantico, alla fine il bacio ci scappa. Ed infatti, eccola lì, appoggiata sul bracciolo del divano. La chitarra. Pronta all’uso, da lì a poco. Il bolognese (in bolognese) ci annuncia che la sera successiva ci sarebbe stata ancora bisboccia, perché la coinquilina americana avrebbe lasciato la casa. Noi eravamo invitati. MI dico: “lo dirà?”. Non userà proprio quella parola. E invece. “Domani sera se vi va di passare, c’è un festino perché Kris va via”.
La barba, i sandali, la chitarra. Il festino. E in bolognese. Lessico scontato. Quel lessico che ti spalanca la porta della cantina degli orrori. Perché in realtà tu vivi sperando che gente del genere si sia estinta. E invece c’è ancora.
Quando mi trovo al cospetto di stereotipi tendo a mettermi la mano sul mento e a roteare gli occhi, almeno finché non sopraggiunge il mio tic che si impenna davanti ai discorsi di cui già conosco inizio, itinerario dialettico e conclusione, quei discorsi che ti vengono spacciati per un filo perle di saggezza. Muffa.
Per la cronaca, Kris non c’e’. La valchiria bionda con due grattacieli al posto delle gambe. Peccato. Già per questo, ci vorrebbe una sigaretta. Me la faccio. La prima di una lunga serie. E chi li regge a questi. Sicuramente il mio sarà l’unico pacchetto sul tavolo. A occhio e croce questi usano il tabacco sciolto (che in qualche negozio vendono insieme ai sandali). Il tabacco sciolto con rollata disinvolta e sandalo accavallato fa un sacco musicista con orari spagnoli. Il musicista con orari spagnoli è un giovane esemplare della razza umana che non lavora e si dedica alla sua passione, la musica, tenendosi in allenamento durante i festini. Non lavorando, le sue attività fisiologiche tendono a traslarsi nel futuro con un ritardo di circa un paio d’ore rispetto alla tabella di marcia. Un po’ come fanno gli spagnoli che pranzano, cenano, cacano più tardi rispetto a noi, insomma sul davanzale della notte.
Nel libro “Piero Angela e l’umanità che avete sempre conosciuto pur non avendola mai incontrata”, è scritto in grassetto che i musicisti con orari spagnoli fumano tabacco sciolto e sono soliti commentare un’informazione esclamando “dai, che storia!” con la “o” un po’ aperta, quasi invidiosa della “a”, a cui la “o” tende la mano pur senza toccarla. Finto interesse tipico del finto alternativo.
Di Kris, nemmeno l’ombra. Niente pratica di inglese, stasera. Niente cosce americane.
Oltre al bolognese barbuto (barba ispida che sembra non curata mentre è curata affinché sembri ispida) e sandaloso ci sono altri due musicisti (siamo tutti musicisti…) di cui mi sfugge la sfumatura geografica borbonica, uno dei quali, mentre sistema con le unghie un po’ di tabacco (per gli amanti della statistica e di Piero Angela, era tabacco Golden Virginia, confezione verde) e umetta la cartina, mi rivolge la fatidica domanda. Del resto, non ci siamo mai visti, deve pur farmela.
La mia accompagnatrice, nota appassionata di stereotipi - tanto che dovrò consultare il suddetto libro per vedere a quale stereotipo appartengo io – è tutta occhi, sorrisi e orecchie. Finge pure lei, almeno lo spero.
E il bolognese ci sta spudoratamente provando con la tattica del “sono curioso e voglio davvero sapere che hai fatto oggi” (tradotto: voglio infilarti una mano tabaccosa tra le cosce e faremo giochini proibiti coi sandali e la bottiglia di vino). Per cui, dato che domandare e lecito e rispondere è cortesia, io e la mia normalissima, conformista e preconfezionata chesterfield light, a cui non ho mai voluto così bene, sintetizziamo la mia attività cercando di evitare le parole scatenanti. Ma essendo impossibile, mi tocca pronunciarle. Per smorzare un po’ l’ansia tengo d’occhio la chitarra sul divano sperando che rimanga lì assieme al suo strascico di vecchi successi di Battisti, degli Eagles e di De Andrè. Sì, roba buona, ma vecchia. Muffa. Che palle.
“Scrivo di cinema” dico. “Dio mi perdoni, anzi mi fulmini e poi mi perdoni”, penso.
Sia il bolognese che Golden Virginia, all’unisono: “Ma dai, che storia…”.
Pausa di riflessione psico-motoria. Sospiro. Che ora è? Presto, maledettamente presto. E di Kris, il sogno americano, nemmeno l’ombra.
Pur non sapendo nel dettaglio quale sarà la domanda successiva, ho idea dell’orbita attorno alla quale essa girerà. I miei automatismi mentali nel giro di un secondo stilano il seguente elenco: Nanni Moretti, Moretti Nanni, Nanni, Moretti. Intanto il terzo tace. E’ riccioluto, con gli occhiali e un po’ pallido, tanto che l’ho subito etichettato come l’ideologo del gruppo, il carismatico leader occulto, il Charles Manson dei musicisti con orari spagnoli, il bancomat di papà e il curriculum universitario che recita: esami fatti, 1.
E mentre il bolognese si interessa ai prossimi viaggi della mia accompagnatrice, Golden Virginia, con lo spino di tabacco infilato in un angolo delle labbra mi chiede, non senza un filo di perversione, “Lo hai visto Ecce Bombo?”. Sì, dice proprio così. Ci vorrebbe un festival di puntini di sospensione. Giuro che è tutto vero. Fa male, ma è vero.
Dov’è Kris? Dov’è il suo profumo? E le sue tette?
Io che non mento mai, perché è peccato, dico “sì”, ma quello che non dico è che Ecce Bombo è un film di Nanni Moretti del 1978 che è passato di moda nelle conversazioni a tavola dal 1979 e appartiene al periodo neolitico della mia formazione mentale, come il bondì a colazione, le figurine panini e “Tre nipoti e un maggiordomo”. Invece in pienissimo 2009 eccolo riemergere dalle tombe di un immaginario collettivo tramortito. E per bocca di uno che, credo, tenga sul comodino le memorie di Lenin, le ricette di Trotzsky, gli inestetismi del partito dei lavoratori combattenti, perché lo aiuta a costruirsi il suo personaggio. Ecce Bombo è un gusto che ha ereditato, una filastrocca mandata a memoria.
Ma più che altro. Che cazzo c’entra?
Roba vecchia, muffa. Finzione. Da universitari fuorisede del cazzo.
Non mi arrabbio, e non perché sia a casa di ospiti, ma perché in presenza di stereotipi bisogna agire con moltissima cautela.
La cautela che non si confà alla mia accompagnatrice ingenua che incalzata dal secondo bicchiere di Cannonau e dall’ispido bolognese con la sua tattica del di-vin festino, rivela alla gentile platea che l’ultimo film che ha visto al cinema è “Milk” con Sean Penn.
Purtroppo bisogna pur far conversazione. E le conversazioni sul cinema sono le più tremende in assoluto.
Comunque, non l’avesse mai detto.
L’ideologo occulto afferra la chitarra (… Ecce Lucio…) e, scuro in volto, con le “o” che tendono alle “a”, e le “e” che tendono alle “i”, afferma con la solennità di un verdetto supremo (rullo di tamburi e fiato alle trombe…) “ Io detesto il cinema americano”
Ah! Ecco Me mancava. Ma mica lo penso, lo dico proprio. E lo dico in romano con cadenza romana, strafottenza romana, e sguardo romano. Lo prendo per il culo. Tanto lo so che sta per strimpellare una cazzo di canzone di Battisti.
Con lo sdegno che si dedica solitamente ai maltrattatori di bambini, l’ideologo continua, sciorinando, tra congiunzioni e verbi, termini come imperialista, fallocentrico (questo non lo sentivo da prima che l’omo inventò il pisello), politico. E nel frattempo, il primo accordo parte.
Seguono vari commenti superficialissimi a cui io non partecipo.
Seguono ridde di nomi e di titoli a cui io annuisco o sorrido come avessi una paresi.
Seguono cambi di posizione tattica: sedia-divano; sedia-sedia; sedia-finestra.
Seguono le note di una canzone di Battisti. Come te sbagli. Mi si gela il sangue.
Mi alzo e vado al cesso.
Kris, dove sei?

martedì 23 giugno 2009

Consigli utili se volete acquistare una macchina


1) Scegliere la macchina da acquistare è una seconda attività che spesso ti obbliga a togliere tempo alla tua attività principale.


2) Non esiste la macchina che vuoi tu. Non c’è il colore, oppure se c’è arriva tra sei mesi, quella molto bella è solo a benzina ma consuma troppo, quella che consuma poco è brutta, quella che consuma poco ed è bella ha gli interni in plastica schifosa, quella bella che consuma poco e ha gli interni eleganti ha uno stereo da serie c.


3) È utile dotarsi di un secondo numero di telefono, avere quindi un cellulare per il resto del mondo e uno da dare ai venditori di macchine, anzi consulenti all’acquisto – pure la definizione del loro mestiere porta la cravatta. Io ho commesso l’errore di dare il mio numero di telefono principale al concessionario della Citroen, che ancora mi cerca.
P.s. Ricordatevi di staccare la segreteria telefonica.


4) Non perdere troppo tempo nel prendere una decisione. Qualsiasi giorno di ritardo comporta la vendita della macchina che piaceva a te e che avevi finalmente deciso di acquistare dopo una notte insonne di troppo.


5) Esiste il safety pack, cioè una serie di optional di sicurezza che però sono a pagamento. In un mondo normale – quello del mercato delle automobili non lo è – ogni macchina dovrebbe avere di serie tutti i dispositivi di sicurezza immaginabili. Così come ha volante, ruote e freno a mano. Invece la tua vita può costarti 700 euro in più.


6) Il valore di uno stereo di serie, di qualità nettamente inferiore a quelli che compri “sciolti”, parte da 300 euro. Cioè circa il doppio di uno superstereo spaziale che compreresti da Euronics.


7) Capisci che nel mercato del lavoro manca un mestiere. Dovrebbe esistere una figura professionale a cui ti rivolgi elencandogli le automobili di tuo interesse. Questo cortese maggiordomo dei motori te li riunisce tutti in un autosalone preposto, con tanto di preventivo ben in vista sul parabrezza. Il maggiordomo dovrebbe sapere tutte le risposte riguardo a consumi, rumori, valore della macchina negli anni, accessori di serie, optional e possibilmente aggiungere bonariamente un consiglio da amico. Poi tu valuti, ti prendi mezza giornata e decidi a colpo sicuro. Invece no, sei tu che devi andare dalla macchina. Ecco perché Maometto andava a piedi (e del resto il profeta cercava una jeep…)


8) Nel momento in cui decidi quale macchina vuoi, attendi una ventina di minuti e ti verranno in mente mille difetti.


9) Tu e il consulente all’acquisto parlate una lingua diversa e ogni tentativo di unire promiscuamente i due lessici è vano.


10) Quando cominci a sentire una voce che afferma che è inutile acquistare una macchina che costa come dieci stipendi quando l’uso principale che ne fai è proprio andare al lavoro, beh, ignorala. Ma sappi che ha ragione.


11) Cercheranno sempre di propinarvi un motore diesel.

lunedì 1 giugno 2009

Essi vivono...ed entrano in libreria


Trastevere. Sera tardi. Una libreria minuscola. C’è poca gente che sbircia dorsi e accarezza copertine con disimpegnata premura. Le luci al neon ti accorgi che friggono solo se giuri di non ascoltarle. Così come il fruscio delle pagine. Fuori, l’onda della folla urta morbida contro i riflessi rossastri, e frulla voci e risate. L’atmosfera è sommessa e in agguato, tra ebbrezza e riserbo. Ognuno sembra possedere il suo spazio, come postille a margine.
Poi.
Entra.
lui.
Ovvio l’abbigliamento. Ovvi i lineamenti. Ovvia la postura. E' la prima pagina del corso per corrispondenza di identikit.
Strilla.
E’ euforico.
Dice (al telefono. Ovvio).
“Ahoooo!...me sto ppe compraaa ‘a bbbibbia”
Continua.
“...Siii…iorocco…er libbro deroccosiffredi”.
Attacca.
Un passo verso la cassa.
“Che cce l’hai er libbro de roccosiffredi (…qui metterei un punto interrogativo…cioè un segno che, convenzionalmente, nella punteggiatura, sta a significare che si è fatta una domanda…ma non sono sicuro che lui utilizzi le stesse convenzioni…).
Il cassiere è un tipo flemmatico col piercing al sopracciglio e la barba incolta.
E’ vestito come un cassiere flemmatico col piercing al sopracciglio e la barba incolta.
“Ora controllo” dice con lo sguardo fisso sul monitor del computer.
Mente, sapendo di mentire.
Ostenta indifferenza ma sta sfogliando nella sua testa un booklet di mostri preistorici.
“No, non ce l’abbiamo, mi dispiace" (...mammuth...pterodattilo...velociraptor...).
"eh...Eccecredo, vavvia come erpane...vabbè...cciaooo..."
"Arrivederci", (...tirannosauro...tigre dai denti a sciabola...) risponde il cassiere con calma mesozoica.

Una ragazza spagnola stringe tra le mani una colonna di libri. Ha un vestito corto e le gambe abbronzate.

Un uomo anziano e una donna coi capelli tinti parlottano vicini con gli occhiali sulla punta del naso.

Il cassiere accavalla le gambe e si gratta la barba sul mento.

"Aho...l'hanno finito...ooosapevooo..."

Io respiro il profumo saggio della polvere. Sono tranquillo e ho le mani in tasca.






domenica 24 maggio 2009

Essi vivono...(purtroppo)


Quelli che… “ma scusa, invece di affittarla casa, perché non te la compri?”

Quelli che… “scusa ma vai a convivere, no?”

Quelli che…”ma non senti caldo? ma non senti freddo?”

Quelli che… “ Non ascolto la musica straniera perché non capisco le parole”

Quelli che… “ ah, no, io domenica vado al mare”

Quelli che… “io vado al cinema per non pensare”

Quelli che… “ al cinema ci vado per passare due ore”

Quelli che… “no, al cinema d’estate no, perché fa caldo”

Quelli che… “ma io avevo capito subito come andava a finire”

Quelli che… “come mai non avete giocato a calcetto anche se eravate 9”?

Quelli che… “scusa, ma fatte il mac”

Quelli che… “scusa, ma fatte il bmw”

Quelli che… “io senza una settimana di mare non so stare”

Quelli che… “ma perché non ti fai un viaggio?”

Quelli che… “ perché non fai un figlio?”

Quelli che… “beh dai un altro paio d’anni poi ti sposi”

Quelli che… “le hai fatte le foto?”

Quelli che… “ho fatto un sacco di foto, poi te le faccio vedere”

Quelli che… “le vuoi vedere le foto?”

Quelli che… “il libro scorre, è scritto facile, te lo leggi in due ore”

Quelli che… “com’è il film?” “carino”

Quelli che… “scusa, ma fatte la smart”

Quelli che… “scusa, ma fatte lo scooter”

Quelli che… “gli animali sono meglio degli esseri umani”

Quelli che… “ma perché non mandi il curriculum?”

Quelli che… “l’hai vista la partita?” “sì, ogni tanto giravo”

Quelli che… “i politici so’ tutti uguali”

Quelli che…”io non sono razzista, però…”

Quelli che… “ma perché non scrivi un libro?”

Quelli che… “ah, io oggi solo frutta”

Quelli che…” ah, io da adesso solo insalata”

Quelli che… “ io non fumo però mi faccio le canne”

Quelli che… “no, io solo viaggi organizzati nei villaggi”

Quelli che… “Ti do i soldi, però la fila la fai te”

lunedì 30 marzo 2009

Al diavolo il senso di colpa

Il più bel regalo di compleanno me lo ha fatto una celebre sconosciuta.
Pulsatilla - la blogger verde acida più chiacchierata nei bunker degli hikikimori nostrani e che riceve centinaia di commenti pure se posta che ha finito la carta igienica o che il fornaio sotto casa ha un bel pacco– annuncia che avrà molto meno tempo da dedicare al blog perché ha trovato un lavoro dalle 10 alle 19.
Pfui! Io e la mia stupida, martellante autocritica. Sempre a tormentarmi l’anima con le palpebre ostili dopo una giornata in ufficio perché non ce la faccio a rimanere lucido e scrivere qualche cazzata. Finalmente il mio lavoro ha un significato che va oltre i 1000 euro insanguinati mensili: impedire di sentirmi in torto per mancanza di zelo bloggistico, o bloggivero, bloggofilo. Insomma quella cosa lì.
La gente che lavora non ha mica sempre tempo per inchiostrare il monitor di sarcastiche ed egocentriche osservazioni su stesso e il globo terracqueo con tutti i suoi minuscoli (in confronto al globo nonché al pacco del fornaio di Pulsatilla) abitanti.
Per cui posso fregarmene altamente e ri-la-SSA-RMI. E al diavolo il senso di colpa.

Peccato, proprio oggi che la commessa del supermercato aveva un cleavage abbacinante, roba da scriverci minimo mezza pagina.

Peccato perché ci voleva una bella disquisizione sull’ora migliore per consumare un sano amplesso. Meglio in mattinata per dare subito un senso a una giornata che non riserverà imprevedibili godurie? Oppure in zona preserale, come aperitivo prima dell’abbuffata e per facilitare la visione del film avendo ridotto gli ormoni a più miti consigli?
Certo il pomeriggio del sabato sembra che sia stato inventato apposta per arroventati spasmi pelvici, sinceramente molto più eccitanti di un tristissimo tour all’ikea.
E della notte ne vogliamo parlare? Magari dopo un breve pisolino per recuperare le forze? Meglio non parlarne perché già siamo arrivati a quattro. E quattro volte al giorno cominciano ad essere impegnative quando hai solcato un certo confine anagrafico.

Ci sarebbe da scrivere sull’ennesima, sostanziosa lezione di cinema di Clint Eastwood con “Gran Torino”. Sto cominciando a fargli il tifo contro. Se continua a sfornare opere di questa caratura, mi occupa sempre un posto per la top 5 dei migliori film della stagione. Sebbene c’è da dire che un minimo di compiacenza verso il pubblico in “Gran Torino” l’ho notata; molto meglio la subdola cattiveria di “Changeling”. Ma siamo sempre nei paraggi del sontuoso.

Un mio amico, cattolico accanito praticante papaboy antiabortista antidico ecc - insomma con l’identikit completo del supporter vaticanista, esclusa la scarlattina e l’evasione fiscale - ha chiosato la discussione post-calcetto che verteva sulle frasi di Benedetto XVI a proposito dell’uso dei profilattici in Africa consigliandoci di voler bene al papa perché questo è il papa di tutti.
Io invece il papa non me lo inculo di pezzo e anzi nei miei momenti più rabbiosi comincio a considerarlo anche un pazzo criminale se ha la faccia come il culo di andare lì dove i morti arrivano dal suo dio a frotte proprio per colpa dell’HIV e in pratica consigliare a quella povera gente di suicidarsi.
Sempre dal Vaticano è arrivato puntuale il rimbrotto a Barack Obama per la legge che facilita la sperimentazione sulle staminali. Chissà come si dice “sti cazzi” dalle parti di Washington.
Mi sa che il Vaticano sta ai mezzi con le imprese di pompe funebri se continua a lavorare affinché la gente si ammali e muoia. Al diavolo il senso di colpa.
Ovviamente per bacchettare con una pacca sulla spalla il vescovo negazionista William Richardson per il quale l’Olocausto è solamente un refuso sui libri di storia non segnalato dai correttori di bozze ci sono voluti venti giorni e si sono fatti pure rodere il culo perché tirati per la giacchetta da un drappello di pignoli che corrisponde numericamente all’intera opinione pubblica mondiale.
Del resto a Galileo Galilei gli ci sono voluti quasi quattrocento anni per essere riabilitato dalla chiesa. E che diamine! Un po’ di pazienza. E al diavolo il Vaticano.

mercoledì 25 marzo 2009

one step up

When I look at myself I don't see
The man I wanted to be
Somewhere along the line I slipped off track
I'm caught movin' one step up and two steps back



Bruce Springsteen - One Step Up (Official Music Video) - Watch the best video clips here

sabato 31 gennaio 2009

Confidenze intime

Una mia amica mi confida di aver scoperto che il fidanzato la tradisce. Non con una, non con due, ma con tre donne: almeno quelle che risultano dalle tracce lasciate sul computer dal tale; in effetti potrebbero essere anche di più. Sbirciare nell’hard disk del partner può avere conseguenze atroci, ma è sempre meglio sapere. Il fascino brutale e macho della verità. Mi sorprende il fatto che sia dubbiosa sul da farsi, considerando che stando insieme da circa un anno, tutto il loro rapporto è stato basato sulle bugie e sul tradimento. In pratica, lei non è mai stata la sua unica ragazza. Si è innamorata strada facendo di una persona che non era quello che pensava: uno sconosciuto. Si piange. Non io. Loro. Lei per le corna che sbattono violentemente contro la stratosfera e perché non può fare a meno di lui (lui quale?). Lui pure piange (il tizio ci sa fare…) perché sa che le donne sono tutte diverse ma due cose le hanno in comune: la fica e l’istinto materno. E l’istinto materno si bagna più facilmente. Il mio consiglio è: “cara, aspetta. Qualsiasi decisione tu prenda, fa che non sia affrettata”. In realtà il mio pronostico è che entro una settimana lei cederà, scatterà la scopatina impulsiva al suono di languide melodie da melodramma patinato e ritorneranno insieme. All’ormon non si comanda. Come nelle peggiori telenovelas. Chiamo un mio amico, gli racconto il misfatto e mi dice due cose. Sacrosante. Primo: “quando ti ha chiesto di confidarsi gli dovevi dare una capocciata sul naso”.Secondo: “tra una settimana si sposano”. Il silenzio dei giorni successivi mi insospettisce. Non la vedo e non la sento. Nelle pagine di cronaca non c’è traccia di suicidi né di setti nasali frantumati. La stratosfera assorbe con millenaria dignità le cornute collusioni. La incontro una settimana più tardi, sorridente come un cervo, pardon come uno stambecco, pardon come un’alce. Insomma ride e sorride. Sfoggia come sempre il suo lui: ne parla con le amiche, infilando il suo nome nelle frasi, tra paragoni, dolci inclinazioni della personalità, scampanellii di romanticismo, richiami a coccolosi rendez-vous notturni. Andranno a vivere insieme e poi si sposeranno. Due cuori e una capanna. O due corna e un hard disk, fate voi. Chiamo il mio amico e gli dico che è un genio. (e lui: “e tu sei solo un confidente del cazzo. Ti avevo detto di spaccarle in naso!”). Mi guardo allo specchio e mi dico: “sei un genio”. Chiamo la mia amica e le dico: “però, ci hai riflettuto a lungo!” Lei: “ a tutti va data una seconda chance”. E’ la tua risposta definitiva? La accendiamo? Se la matematica non è un’opinione, ci troviamo davanti ad un caso originalissimo in cui il numero delle chances è inferiore a quello delle amanti e occupano anche meno spazio nella rubrica. Mi sa che se una donna ce l’hai in pugno, puoi cornificarla quanto vuoi: per riaverla ti basta disperarti, pentirti, promettere. Ed accordarti col fioraio per una tessera sconto. Ma, soprattutto, devi alzare la posta in palio. Piatto ricco, mi ci ficco (tanto per rimanere in tema). Due cose poteva fare il tizio: una promessa di matrimonio o metterla incinta (questione di mesi?…ora consulto il mio amico e poi vi dico). Ha scelto quella economicamente più conveniente. Meglio accendere un mutuo che candeline di compleanno a feste affollate di mocciosi. Due conclusioni. La prima è psicologica: come rifletteva Billy Wilder nel film “l’appartamento” con Jack Lemmon, i rapporti interpersonali sono basati sul meretricio. C’è gente che compra e gente che vende e si vende. Gente che manipola e gente che viene manipolata e perde la sua identità all’inseguimento di un inconscio desiderio di sottomissione. La seconda è hard (disk): l’amore è cieco, ma oltre a non vederci, mi sa che non sente nemmeno i sapori. Mi chiedo come abbia fatto la mia amica a riprendergli l’uccello in bocca senza sentire il sapore ancora freschissimo della gnocca di quelle tre amanti. Forse perché è quello che ha sempre gustato e non avrà notato alcuna differenza.

giovedì 22 gennaio 2009

attacco di misoginia - Reprise

Detesto il rapporto tra le donne e il calcio, qualsiasi esso sia.
Quelle che lo odiano a prescindere perché è un fenomeno troppo popolare, quelle che lo liquidano in quattro e quattr’otto perché non ne conoscono le migliaia di sfaccettature, quelle che vedono una partita solamente quando gioca la Nazionale. Ti si siedono accanto e recitano la parte del tifoso incallito che soffre quando la palla ce l’hanno gli avversari ma è palese che non sanno distinguere una vera occasione da gol da una crema per il corpo. Recitano la parte e non sanno cosa sia il fuorigioco, il retropassaggio al portiere, la gamba tesa. Le vedi fremere e dannarsi assolutamente fuori tempo, spesso quando sta andando in onda il replay dell’azione precedente. Però alla seconda partita già fanno le esperte selezionatrici: “perché non gioca tizio?” (non è stato convocato); perché non gioca Caio?” (è turco, questa è la nazionale italiana) “e Sempronio?” ( è morto nel ’77 e giocava a ping-pong). Poi ci sono quelle sfegatate che seguono il calcio ogni domenica e hanno una squadra del cuore ma è evidente che ripetono come pappagalli opinioni risapute e spesso false sentite per radio, lette di straforo al bar, o riportate dai loro amici maschi ovviamente di parte. Sono fanfarone, incompetenti, volgari, arroganti, saccenti ma ignoranti, hanno il cervello manipolato, non conoscono nulla della storia del calcio, non conoscono altre squadre se non quella che hanno scelto (si fa per dire) di tifare. E per il 99% sono tifose della roma.

Detesto le donne che affermano di non dare peso al lato estetico di un uomo, rincarando la dose aggiungendo che il requisito fondamentale dell’uomo ideale è la capacità di farle ridere. Primo, non mi risulta che Mr.Bean sia il prototipo del playboy; secondo, per ridere alle battute è necessario capirle. In giornata almeno.
Per cui:
Detesto le donne prive di senso dell’umorismo (il 97, 7 % della totalità) e che magari si sforzano non tanto di capire le battute e le situazioni divertenti (arrivano comunque sempre un secondo se non un anno dopo qualsiasi uomo) quanto di essere parte attiva in una conversazione cazzeggiona, tentando battute da caserma, perfino con l’uso tattico delle parolacce. Il problema è che nessuno le ha provviste del requisito principale: il ritmo. Questo 97.7 % di donne non ha assolutamente idea di cosa significhi l’espressione ‘scelta di tempo’.

Detesto le donne che fino a 28-30 anni scopano con ogni degno rappresentante del mondo bipede per poi sposare un appuntato di Caltanissetta col baffo all’irachena, le labbra sottili e asciutte, l’alito da sacrestia e la barba a puntini anche appena rasato.


Detesto le donne che snobbano la psicanalisi liquidandola in “una marea di cazzate” che non servono a nulla. Macché, Freud? Un coglione! Gli esemplari in questione, se sollecitati, vi diranno che sono state una volta da uno che però non capiva un cazzo perché, udite udite: “gli dovevo dire tutto io” (ma va…?); “voleva che parlassi io” (davvero…? Non ci sono più i professionisti di una volta), che però, al contempo, credono nell’oroscopo, nei tarocchi e che tutto sia già scritto nel destino (ah beh…). E’ palese la loro paura di affondare solo di un centimetro sotto la superficie su cui sono solite veleggiare e buttare nel secchio della mondezza (ovviamente seguendo le regole della modaiola raccolta differenziata) la sceneggiatura con cui si sono costruite l’immagine di sé da proiettare sugli altri.



Detesto le donne che parlano tra loro dei mariti e dei fidanzati dilungandosi in pietosi dialoghi sdolcinati, tipo piccole donne davanti al caminetto e fissano i criteri fondamentali per definire il loro futuro felice; le donne che raccontano le piccole intolleranze e gli angelici vizi e virtù del loro partner (del tipo: il mio russa però mi abbraccia tutta la notte. Cazzo!! Però…), sorridendo smielatamente come galline ebeti. Queste hanno ridotto il senso della loro esistenza alla necessità dell’istituzione coppia sempre e comunque. Il loro motto è: meglio in coppia, assolutamente in coppia, esclusivamente in coppia con uno qualsiasi (pure l’appuntato di Caltanissetta) che da sole. Sono donne deboli che hanno bisogno di una sovrastruttura che le è stata imposta da quando indossavano il grembiulino all’asilo. Hanno subito un lavaggio del cervello assillante e quotidiano e giocano a fare le romantiche a prescindere. Al gradino più basso le donne che decretano il giorno delle nozze come il più importante della loro vita e anni dopo ancora ti rompono il cazzo con le foto del matrimonio, il filmino del matrimonio, le bomboniere del matrimonio, il menu del pranzo del matrimonio.



Detesto le donne che si ricordano gli anniversari di qualsiasi cazzata. Il giorno che ci siamo messi insieme, ci sto. Il giorno del primo bacio ci sto. Il giorno che abbiamo fatto l’amore per la prima volta, e vabbè. Però: il giorno che sei rimasto a dormire, il giorno che sei rimasto a dormire ma non abbiamo dormito, il giorno che abbiamo parcheggiato per la prima volta in doppia fila, il giorno che ho indossato quel vestitino rosso, il giorno che ho indossato quel vestitino rosso e tu avevi prurito al culo, il giorno che ho indossato quel vestitino rosso e avevamo prurito al culo tutti e due. No, non si può!
E ancora: il giorno che ti ho mandato il primo SMS, il giorno che ti ho telefonato per la prima volta, il giorno che ti ho telefonato per la prima volta al numero Tim, il giorno che ho telefonato la prima volta al Vodafone e ho trovato spento. Ecco perché poi uno non interrompe i rapporti. La puoi lasciare una con un’agenda così fitta di asterischi? Il giorno che ci siamo lasciati e ti ho lanciato il vestitino rosso e sono rimasta nuda col prurito al culo. Ecco grattati! E scrivilo sull’agenda.

domenica 18 gennaio 2009

Attacco di misoginia

Detesto quelle donne che, durante le conversazioni sul sesso, assumono l'atteggiamento di femministe del cazzo e si arrampicano sulla roccaforte dell’emancipazione per ribadire (come se ce ne fosse bisogno) i diritti dell'universo femminile. Disabituate dalla storia e dalle abilità psichiche a capire un contesto dialettico ironico, e sprovviste di una bilancia funzionante nel pesare i doppi sensi, sentono il bisogno di rivendicare la sovranità della propria femminilità, prendendo alla lettera i motti di spirito e puntualizzando ogni dettaglio per contestare anche in un contesto palesemente giocoso l'equazione donna=oggetto.
Per cui tengono a precisare che
a - guarda che anche le donne godono;
b - le donne hanno bisogno del sesso quanto gli uomini;
c - fare sesso non equivale a fare un pompino perché anche la donna ha le sue esigenze;
d - anche le donne hanno fantasie sessuali.

Molti di questi esemplari ballano la danza dell’autogestione dell’utero attorno al totem chiamato “Sex and the City” (formidabile, per carità) e si convincono davvero di esercitare un potere su se stesse e sugli uomini ma non hanno gli strumenti per capire che, in fondo, quel telefilm è la storia, con eccellente condimento di dialoghi e situazioni politically incorrect, di quattro zitelle che cercano il Principe azzurro, ossia l’ergastolo del conformismo a cui la società le ha condannate.

Detesto le donne che al primo sole di maggio, di quelli che ratificano l’inizio certo della stagione estiva, cominciano a rompere il cazzo che devono andare al mare. Una solfa che si ripete fino a metà settembre all’avvicinarsi del weekend e che diventa argomento di lamentela il lunedì qualora qualche evento imprevedibile ne abbia impedito l’accesso alle spiagge.

Il 100% degli esemplari in questione cominciano a sgranocchiare sedani ed insipidi cracker di mais dopo l’ultima abbuffata del lunedì di pasquetta.
Loro hanno bisogno del mare, devono andare al mare, "ma che sei matto io sabato vado al mare". Il presentarsi all’orizzonte di una timidissima e innocua nuvoletta genera sulle donne di questo tipo una reazione che sarebbe giustificabile solo in caso di sciagura, come una malattia mortale o non aver trovato un paio di scarpe della misura giusta: broncio, irritabilità, vittimismo, autocommiserazione.

Detesto le donne che ostentano comportamenti da alternative scavando una trincea sul fronte di tutto quanto faccia new age. Le loro armi sono: il vegetarianesimo, le candele profumate quando fanno il bagno, elementi di arredo strampalati, cibo etnico pure a colazione, cromoterapia, yoga, massaggi shiatsu, medicina alternativa, agopuntura. Non manca l’iscrizione ad un corso (la fotografia va per la maggiore ) per dare un segno di novità all’inizio dell’anno o a settembre. Ogni volta che accusano un malessere fisico, mettono le mani avanti e rifiutano le cure tradizionali, ciancicando di improbabili effetti collaterali letti forse su uno di questi siti che fanno terrorismo psicologico. Credo che per loro si tratti di puro spirito intepretativo: recitano una parte (le donne vivono chiaramente seguendo una sceneggiatura che proietti sugli altri l'immagine di sé che si sono costruite artificiosamente).

Detesto le donne che hanno frequenti sbalzi d’umore e detesto le loro penose giustificazioni: "sono lunatica, sono fatta così, mi sta per venire il ciclo, ho dimenticato a casa il caricabatterie". Gli uomini non hanno sbalzi d’umore. E se ce l’hanno sono più che giustificati da eventi concreti.


(punto A) Detesto le donne che cercano pateticamente di giustificare la loro attrazione nei confronti di un uomo tamarro, sbruffone, volgare e becero che le tratta malissimo e le imbarazza in pubblico. Per loro è inaccettabile ammettere che, malgrado ogni sforzo di liberarsi da una condizione atavica di asservimento, malgrado la crescita intellettuale e culturale, non possono liberarsi del loro ruolo primigenio che l’evoluzione ha solamente limato, e per il quale continuano a rispondere a delle pulsioni primitive, istintuali, rozze. Il loro passato, il presente e il futuro si svolge sotto il segno del desiderio tacito di sottomissione che è il punto fermo del loro immaginario erotico. (e - Anche le donne hanno un immaginario erotico)

Punto B (corollario del Punto A) Detesto altresì le donne che scambiano la gentilezza per mancanza di nerbo e attestato di debolezza e vigliaccheria. Per queste donne, un uomo cortese entra per sempre nel cestello che contiene gli uomini privi di qualsivoglia attrattiva sessuale. La virilità appartiene ad altri esemplari maschili, descritti brevemente al punto A.

Detesto le donne che tengono la foto del fidanzato sul desktop del telefonino. Peggio sono quelle che tengono la foto che immortala un bacio tra loro e il ragazzo, peggio ancora quelle che tengono la foto di loro stesse.

Detesto le donne che ti attaccano una pippa al telefono quando tu hai PALESEMENTE solo cinque minuti di tempo. Per cui non basta un saluto al volo ma devono fare la cronistoria degli ultimi avvenimenti, corredati di: introduzione, digressioni, osservazioni sugli abiti altrui, riassunto delle puntate precedenti, identikit di ogni partecipante, reiterazione di concetti già ampiamente espressi. Il tutto senza il dono della sintesi. Le donne di questo tipo sono solitamente prolisse. (Se dite loro che sono prolisse vi risponderanno: a) guarda che anche le donne godono; b) le donne hanno bisogno del sesso quanto gli uomini; c) fare sesso non equivale a fare un pompino perché anche la donna ha le sue esigenze: d) anche le donne hanno fantasie sessuali; e) Anche le donne hanno un immaginario erotico.



Detesto le donne che durante una festa fanno da zerbino leccaculo a colui che strimpella quattro accordi in croce alla chitarra e sbattono languidamente le ciglia tanto da provocare, in caso di gioviali aggregazioni sulla spiaggia, il disboscamento di una zona corrispondente all’intera Mitteleuropa per tenere il falò acceso.


Detesto le donne che hanno un rapporto morboso col telefonino e hanno smesso da tempo di farne un uso educato. Solitamente se ricevono una telefonata mentre stanno parlando con una persona, non esitano ad abbandonare il malcapitato al suo destino anche per una buona mezz’ora. Il fatto è che non sono in grado di stabilire urgenze e gerarchie, per cui chiunque telefoni ha diritto a maggiore attenzione rispetto alla persona che sta lì, dal vivo, a pochi centrimetri/metri da loro. Può succedere in macchina (livello di accettabilità 2: "sai, tanto devo guidare, tu continua a sparare cazzate e comunque io non spengo lo stereo nemmeno se crepi ora) mentre passeggiate a piedi (livello di accettabilità 1: lei parla, ride, strilla, cinguetta come una cretina e tu sembri un venditore ambulante che tenta di venderle dei fazzoletti di carta ), al ristorante (livello di accettabilità 0: ti costringono lì al tavolo, a palleggiare con le molliche e ad ingozzarti di birra aspettando che una rompicoglioni decerebrata la finisca di prodigarsi in digressioni e di snocciolare nomi a te completamente ignoti (e credo ignoti anche a lei, ma la sceneggiatura va seguita pedissequamente).


...CONTINUA....

sabato 27 dicembre 2008

Cronache natalizie

Non è un caso che il Natale sia la summa di tutte le feste cattoliche. Aho, nasce Gesù, mica cazzi. Già i rituali cattolici sono delle trappole teatrali scrupolosissime: reiterazione di formule, solennità dei gesti, morbidi increspamenti di abiti talari. Sentenze secche e taglienti, suono d’organo e profumo marcato d’incenso. Perfezione pura. Una messa in scena coercitiva scritta a tavolino che esercita una suggestione super e simula un’interattività che in realtà non esiste. Il teatro è ipnosi e trasmissione di regole al pubblico. Poche regole ma di ferro, collaudate nel corso di centinaia di anni. Lo stesso rigore di cui brilla il natale consumista-occidentale-borghese. Affermare che si sia perso lo spirito natalizio in nome del consumismo sfrenato è una panzana. Il mercato non ha fatto altro che imitare la chiesa: regole. E aspettative, luoghi deputati, liturgia delle azioni. Il natale è esagerazione, distruzione di schemi e abitudini consolidate nel quotidiano, sostituite da comportamenti extra-ordinari che, paradossalmente, quel giorno sono comuni a tutti e perciò smettono di essere extra.
Ve ne accorgete dagli avanzi in frigorifero e dalla spossatezza mentale successiva agli affollati rendez-vous familiari: extra. Quando siamo sottoposti ad una serie di condotte indotte e discontinuità obbligatorie, andiamo in tilt. Del resto chi uscirebbe completamente indenne dal festival delle aggregazioni forzate? Per un anno scegliamo di non incontrare un certo gruppo di persone e, all’improvviso, tac: ce li troviamo fianco a fianco, ci puliamo per sbaglio con la stessa salvietta, gli versiamo il vino, ci chiedono di noi. Che fai, chi sei, come stai? Una vita da sintetizzare con la porta d’ingresso ancora aperta, pianerottolo a vista. Una messa in scena.
Un promiscuo miscuglio di bambini, anziani, giovani e medi adulti (che sono come le piccole e medie imprese: indefinibili). Col corridoio unica via di fuga verso il cesso unica oasi di pace con lo sciacquone unica soave melodia. Le regole andrebbero sovvertite e i commensali riuniti per categorie. Anziani con anziani, bambini coi bambini. E ancora tavolate di giovani e medi adulti suddivisi a loro volta per indole, hobby e perversioni: fachiri, rabdomanti, feticisti del piede, poligami. E invece no. il Natale è la festa del monoteismo sessuale per eccellenza. Un unico comandamento: “Non avrai altro interlocutore intimo al di fuori di me”. L’unico vantaggio è che si annullano pure paranoie e gelosie. Tua moglie sta lì con te, la tua fidanzata sta là con la sua famiglia, la tua amante dei sogni è imprigionata tra zii logorroici e le carte del Mercante in Fiera. Tra il cenone e il pranzo ogni squilibrio ormonale cede il passo al cliché e allo schema. Sì, schemi. Il Natale è la festa con più schemi da rispettare e allo stesso tempo quella che innesca i comportamenti più fuori dagli schemi. Dite di no? Ditelo a mia madre che non esce mai di sera specie d’inverno. Né lei né i suoi acciacchi e i dolori reumatici. La città è troppo aggressiva per una casalinga non disperata e un fegato disabituato ai fritti; ditelo a mia zia L. che ha faticato mesi per mettere a punto il suo apparecchio acustico che adesso rimbomba e fischia tempestato dalle urla di piccole furie e dai dibattiti retorici sulla crisi da parte di superficiali giovani e medi adulti; ditelo a me che al terzo grappino devo sostenere l’annuale discussione di cinema con mio cugino S. il quale da circa quindici anni sostiene che l’unico film che merita di essere visto sia “Kramer contro Kramer”, cioè un battibecco coniugale lungo due ore con Dustin Hoffman e Meryl Streep datato 1979 che sta alla storia del cinema come questo blog alla storia dell’enigmistica. Ditelo di nuovo a me, costretto a dribblare soldatini e limoncelli (il cui abbandono dalle tavole degli italiani sarà sempre tardivo, oltre che un enorme balzo culturale in avanti) per sopravvivere a raccapriccianti ballottaggi salva-conversazioni, del tipo: è meglio Obama o Kennedy? Ibrahimovic o Cristiano Ronaldo? Michelle Hunziker o Vanessa Incontrada (per me Vanessa, per inciso). Cliché, schemi, regole, regali. Da scegliere per qualcuno che non si frequenta mai (due anni fa per me una cravatta!) o che si presume inchiodato per sempre ai suoi gusti (per me quest’anno un altro maglione nero. Sì, lo so, indosso vestiti scuri, ma cazzo…). Natale, cliché, schemi, formule verbali. Gli ospiti un po’ più estranei che dicono “squisito” per complimentarsi con la padrona di casa. Meschini risentimenti mai sopiti che grattano le orecchie con frasi sibilline ed etichette appiccicate. Natale e la porta che si chiude dopo l’accompagnamento all’ascensore di prammatica. Io e mia madre che torniamo di notte, su strade trafficate dove sfilano le acconciature delle puttane. Cos’è? Un gioco di ruolo riuscito male? Sbircio negli abitacoli altrui dove si compongono schieramenti assurdi: nonne aggrappate al sedile davanti, adolescenti inquiete che sembrano prese in ostaggio, buste gonfie di scatole di panettoni. E poi capannelli di cappotti e sciarpe nei dintorni delle chiese, pedoni barcollanti impegnati in brevi esodi. Cliché, schemi, regole, liturgie. Si recita. Cronache natalizie. Cronache marziane.

lunedì 8 dicembre 2008

Digerito dallo stomaco di Proust


La promiscuità spazio-temporale di Facebook mi lascia di stucco. Ho ricevuto un messaggio da P.A., un mio compagno delle elementari (avete letto bene? No? ho detto ELEMENTARI, non superiori, né università, né scuola guida, né servizio civile. Proprio elementari, per intenderci: il quinquennio 1977-1982…che è pure l’anno in cui ho visto P.A. per l’ultima volta).
P.A. mi ha aggiunto alla lista degli amici. Dopo un breve botta e risposta - così come se nulla fosse, come se ci fossimo visti al pub l’altro ieri - mi chiede: “di che cosa parla Californication?”. Il fatto è che io avevo scritto scherzosamente sulla mia bacheca di essere ormai dipendente da questa serie tv. Una frase la mia, che è un classico esempio di presenzialismo forzato, che, vedo con sommo piacere, contagia tutti i facebookers, puntuali nel pubblicare le più suggestive e stravaganti attività: dormire, lavorare, spegnere il computer. Esistere (o non esistere)
Perciò P.A. ha sciorinato un dribbling lungo 26 anni e ha scartato (in disordine cronologico) esame delle medie, primo bacio, polluzione notturna, centinaia di uscite cazzeggione con gli amici in carne ed ossa, perdita della verginità, sigaretta d’esordio, spinello d’esordio, primo voto elettorale, esame di maturità, venti esami all’università, tesi e, nei casi più tradizionali: matrimonio, prole, calo del desiderio col coniuge, adulterio, divorzio, domeniche coi suoceri. Che faccio? Mi concentro sulla sua foto e lo scruto: malgrado il pizzetto brizzolato e un bambino (il suo presumo) che fissa l’obiettivo insieme a lui, non posso fare a meno di ricordarmi P.A. con la zazzera bionda, il grembiule blu e il fiocco bianco. Non è nemmeno un deja-vu questo: è una voragine senza fondo che mi risucchia nella mia preistoria: sono stato digerito dallo stomaco di Proust.
Ma sì, caro P.A., che ci vuole. Noi siamo amiconi. Basta un click su facebook, et voilà.
Californication parla di questo scrittore in crisi creativa che rimorchia un sacco di donne ma è ancora innamorato della sua ex con cui ha un figlia adolescente. Vedi P.A. ciò che mi attrae in Californication è l’esplosività dei dialoghi: sboccati, scorretti; la spregiudicatezza delle situazioni, le protagoniste femminili arrapanti ed intellettualmente stimolanti oltre al fatto che sei trascinato in un processo di identificazione che al contempo ti stranisce e ti dà sollievo. Vuoi un po’ della mia merenda? Lo sai che ho dimenticato il sussidiario a casa? Speriamo che la maestra (avete letto bene? No? MAESTRA, non professoressa, dottoressa, sacerdotessa voodoo, padrona di casa. Proprio maestra, la signora Catera) non mi metta una nota. Io ho le dita unte di pizza nell’atrio della scuola Don Bosco coi bidelli che maneggiano cancellini; sono accanto a P.A. perché siamo in fila per due. C’è questa lunghissima rampa di scale (un palazzo di cinque piani, di quelli che gli starnuti rimbombano ) coi gradini giganteschi (io me li ricordo così) di marmo con le venature. Sento gli strilli degli altri bambini che corrono, gridano e puzzano sotto l’arco celeste della palestra (sembrava il planetario quella palestra); l’eco delle voci che si accavalla al rimbalzo atomico e martellante del pallone. Annuso la polvere dei gessetti e quell’odoraccio inconfondibile di Vinavil; ma sì, siamo pure sotto le feste. Il Vinavil, o Santo Dio: l’angoscia allo stomaco per il lavoretto di Natale (tipo le stelle fatte con le mollette e poi colorate con la tempera. La tempera cazzo!), e per la poesia da leggere a casa, tutta circondata da candele decorate, alberetti e pupazzetti disegnati coi pastelli (gli anarchici usavano i carioca). Esiste un servizio di pronto intervento psicanalitico? Ne avrei bisogno. ORA.
Ma dico io, caro P.A., con la cartella che ti ingobbisce la schiena e tua sorella che, alle tue feste, doveva gestire venticinque scalmanati sudatissimi che distruggevano una casa scapicollandosi sui bicchieri di carta appiccicosi di Fanta: come cazzo faccio a condividere con te Californication? E’ come se Fred e Barney de “Gli antenati” discutessero di Formula Uno o Steve Jobs della Mackintosh e Bill Gates della Microsoft dialogassero sull’utilità della clava nell’informatica.
Questa è una cosa fuori dal tempo, è trapassato remoto in tutte le sue coniugazioni. P.A. mi chiede di Californication come se ci fossimo visti l’altro ieri. Questa non è una gita in pullman all’orto botanico o al Museo Pigorini; no, questa è una visita al museo delle cere del rimosso. Me le ricordo quelle scampagnate feriali su questi mostri preistorici a motore (bellissimi: con le scritte colorate e i sedili imbottiti che ci sprofondavi dentro) quando finalmente vedevi i compagni in abiti borghesi e scoprivi che avevano delle gambe, due gambe; scoprivi chi aveva la camicetta da fighetto e chi la madre lo vestiva in tuta così stava più comodo. Di norma c’erano un paio di madri scelte come vittime sacrificali per aiutare la maestra ed evitare spargimenti di sangue sulle strisce pedonali, attraversate come un esercito di gnomi.
Mi ricordo che alle gite si univano due classi. Noi ci mescolavamo barbaramente con la sezione B della maestra Cossu, una sarda, piccola, nera come un tizzone, scorbutica, stregonesca e con la permanente argentata. Ad occhio e croce, oggi la Cossu al Museo Pigorini dovrebbe starci fissa, imbalsamata accanto ai mammuth.
Nella classe della Cossu c’èra quella biondina - capelli lunghissimi, lisci, lentiggini e gli occhi celesti – Annalisa D. – che noi bombardavamo di messaggi d’amore scarabocchiati sui fogli a quadretti; una fata inarrivabile che affiliava i nostri ormoni al mondo degli adulti, specie nelle ore di ginnastica (due classi pure in quell’occasione), quando finalmente si disincastrava dalla sediolina di legno e scorrazzava morbidamente in tuta acetata tra la rete di pallavolo e le spalliere. Una volta la vidi inerpicarsi su per il quadro svedese e fu uno dei giorni in cui finalmente a scuola imparai qualcosa.
Ripensandoci, P.A. non mi stava nemmeno tanto simpatico. Cioè, mi era simpatico all’epoca, quando facevamo le paginette con le “g” e ci prendevamo i pidocchi (lo shampoo MOM: verdissima, vischiosissima lozione bruciaocchi con cui mia madre mi torturò per una settimana). Poi nel corso degli anni, gli intermittenti succhi gastrici proustiani me lo hanno rigurgitato come uno spocchioso bambino figlio di genitori separati che masticava frasi fatte tipo: “volete venire a casa mia per passare un pomeriggio diverso?” e atteggiamenti da romanzo di formazione come venire col cappello di lana a maggio e giustificarsi davanti a tutta la classe: “perché mia madre mi trascura”.
Il botta e risposta tra me e P.A. ha avuto un altro striminzito seguito. Le informazioni che ho, sono che: ha moglie, un bambino, vive in Francia e non ha più la televisione satellitare. Io non ho moglie, né bambini, vivo a Roma e non ho mai avuto la televisione satellitare. L’ultimo strumento che io e P. A. abbiamo condiviso fu l’abaco con gli anellini colorati per imparare a fare i calcoli. Adesso il nostro dialogo dovrebbe ricominciare su facebook da accesso remoto. La vedo complicata. Altrimenti mi farei un giro sul profilo di Annalisa D. e le scriverei ‘ti amo’. Ma non sarebbe la stessa cosa senza i rimasugli di ‘das’ sotto le unghie e senza mio padre che mi chiedeva “che hai fatto oggi a scuola?”, con le sue mani ruvide e callose che mi pettinavano i capelli e i pensieri più paurosi.
La vita è un’invenzione perfetta perché a certe cose devi assolutamente dirgli addio.