lunedì 16 giugno 2008

Evelyn. Terza parte.


La vedrò stasera a cena. E poi il resto. Evelyn. Il suo carattere salta subito all’occhio. E’ angoloso e appuntito come una Citroen Anni ’70. E poi è buffamente sfasata. Lei vi dirà di no. Ma in realtà sta rispondendo ad un suo dubbio infantile che le ha arrovellato il cervello giusto un minuto prima. Evelyn è una che può permettersi di aspettare. Può passare a casa in pigiama tutti i sabato sera di questo mondo, ma con la coscienza di essere la più desiderata. E’ una che può scegliere. Forse non sa farlo, però può permetterselo. Ed è involontaria nel modo di fare, per cui ti spiazza. Quando pensi che stia per trafiggerti gli ormoni con la frase più maliziosa e sconcia del mondo, ecco che ti presenta il conto con il gesto, lo sguardo e la parola più romantica; incontaminata come il sonno di un monaco. E quando ti aspetti un segnale del suo retaggio infantile più candido, allora la vedrai sgusciarti alle spalle e pugnalarti con un sussurro vizioso. Il più proibito di tutti. Evelyn sa arpionarti anche se stai pensando ad altro. Ti sorride, ti fissa e aspetta. Lei può aspettare. E tu ti volti, come quando un ticchettio arpeggia il vetro della finestra. Lo ha fatto con me. Così ho capito. Non l’ha fatto con T. Che ancora non ha capito. E si è smarrito in inutili ed insistenti corteggiamenti, perdendo la bussola tra le bugie di Evelyn.


Gli ho detto: Il corteggiamento serve per alimentare un fuoco che già ruggisce e scintilla. Puoi essere il corteggiatore più originale ed implacabile di questo mondo, ma non ti servirà a nulla. Puoi scrivere lettere, affittare dirigibili, girare film, essere matto, simpatico, profondo, enigmatico, espressivo.


Mi ha detto: Ma io ci so fare.


Gli ho detto: E’ vero. Ci metti costanza, tempo, energia. E hai tempi giusti, la battuta spietata, l’idea lampante quando per gli altri è buio. Ma non basta. Anzi, non ha nessuna importanza.


Non gli ho detto: Io non ho corteggiato Evelyn. Lo stava facendo T. per me facendole crescere l’ego a dismisura. Io ho sentito semplicemente arpeggiare il vetro della finestra. E la notte stessa è successo. Sentivo il brusio elettrico della voce del fidanzato al telefono mentre lei si toglieva il mio sperma dalla pancia. Rispondevo all’ennesima paranoia di T. mentre lei usciva dalla doccia e si inginocchiava davanti a me. Queste cose succedono solitamente senza spargimenti di sangue. Perché ci sono le vittime e i carnefici. I perdenti e i vincenti. Ma ad un certo punto, le vittime e i perdenti arretrano. Fanno un passo indietro e si mettono lì, buoni, a digerire il rospo all’interno del loro perimetro incazzato. Mentre i carnefici proseguono nella loro voluttuosa e malandrina invisibilità. Finché finisce. Prima o poi. Ma con T. è impossibile. Lui non farà mai un passo indietro. Lui vuole sapere, scoprire, assaggiare il suo sangue che scorre. Vuole arrivare fino al punto più estremo. Ecco perché sta salendo in ascensore, mentre io sono affacciato alla finestra e vedo Evelyn parcheggiare.

lunedì 2 giugno 2008

Evelyn. Seconda parte


Vedrò Evelyn domani a cena. Non lo dico a T. Non credo che lei mi parlerà di questa storia. Primo, perché non sa che io so. Secondo, perché da quanto ho capito nella sua mente e nel suo cuore T. non ci è entrato nemmeno per sbaglio. Figuriamoci la storia ruvida e selvaggia tutta sesso, incontri clandestini e reggiseni presi a morsi.
C’è questa geniale canzone di Johnny Cash che si intitola “Flushed from the bathroom of your heart” che tra le varie strofe dice: “At the table of your love I got the brush off” e ancora “On the calendar of your events I’m last week”. Questo è il quadro. Briciole. Succede, no? Che non abbiate nemmeno voglia di sprecare inchiostro per far entrare qualcuno nella vostra agenda. Certo, il punto di vista di Evelyn potrebbe riservare sorprese. Ma non voglio prestarmi a patetiche cuciture di rapporti in cui manca persino la stoffa. Ma chi è Evelyn? Chi è questo sogno proibito che scrive messaggi alle tre di notte e porta la minigonna anche per andare in chiesa?
Ecco un breve identikit:
Stato civile: Fidanzata. Da un paio d’anni, con un tale che non ho mai visto. I suoi standard variano dall’esemplare tronista con berretto con visiera, al barista da spiaggia con ambizioni da animatore. Tipi asciutti, glabri e con le domeniche impegnate dalla squadra del cuore. Evelyn è il tipo di fidanzata mediamente presa. Di quelle che il rapporto se lo comandano. Di quelle mai costrette ad inseguire e col fucile ben saldo tra le braccia. Sa trattarti come un cesso ma senza tirare la catena.
La sua paura più grande: essere filmata di nascosto mentre fa sesso e venire a sapere che il video piccante sta girando su You Porn.
Fantasia sessuale: fare un pompino ad un Tuareg (rigorosamente Sagittario ascendente Capricorno) durante un concerto di Vasco Rossi. Sperando che qualcuno la riprenda e faccia girare il video su You Porn.
Tic ed idiosincrasie: Si fa leggere le carte da un’amica una volta al mese. Scarica da emule tutti i file che contengano il suo nome nel titolo per scongiurare la sua paura più grande. Ha un amico immaginario col quale si confessa quotidianamente ad alta voce. Ha un amico non immaginario con cui dorme almeno una volta al mese senza fare sesso. Il suo fidanzato ha cercato di spiegarle che la condivisione di uno spazio così intimo e circoscritto come un letto matrimoniale lo destabilizza e lo rende rabbioso di gelosia. Ma non ha avuto mai il coraggio di lasciarla per questo. Evidentemente crede alla storia della ronfata platonica. Lei invece è convinta di essere stata tradita con una donna che il suo tale ha conosciuto via chat. Ma non ha mai avuto voglia di tirare la catena suddetta.
Ho smesso di controllare l’orologio e ho spiaccicato il filtro della canna nel posacenere quando T. ha stravinto la gara della maglietta.
La gara della maglietta è una competizione nata una sera a cena con T. ed altri nostri amici. Ognuno di noi ha ricevuto i suoi bei due di picche da varie ragazze corteggiate senza ricevere in cambio nemmeno il minimo sindacale (vi lascio immaginare cosa sia). E quella sera pensammo che sarebbe stato divertente scrivere tutte queste grottesche frasi di rifiuto su una t-shirt.
Da “tu non mi meriti” a “ Stasera non posso più uscire perché devo dare da mangiare al mio coniglio”, da “con te ci parlo bene e basta ” a “farei sesso con te ma sono in un momento di transizione e ho giurato a me stessa che la prossima persona sarebbe stata una donna”.
Ce ne sono a bizzeffe, ma stanotte T. si merita la corona.
Mi dice: Evelyn mi ha scritto queste parole: “Ho fatto bene a non incoraggiarti per mettere le cose a posto e infatti adesso tutto funziona. Tu pensi alla tua fidanzata e non hai più distrazioni”.
Gli dico: Quindi ha salvaguardato la tua vita privata.
Mi dice: Sì, ma io mica glielo avevo chiesto.
Gli dico. Mi sa che è una cazzata.
Mi dice: Certo. Ma ad una che se ne esce con una motivazione del genere, che gli rispondi? Che gli fai?
Gli dico: un palo acceso nel culo?
Avevo dimenticato di dirvi che T. è fidanzato? Lo è. Mediamente preso, come Evelyn, ma senza la mano sul tasto dello sciacquone. I suoi standard variano dal tipo lotitesco con viso grazioso da bambina, al tipo barricadero che non mette la gonna nemmeno alla madonnina del presepe. Solitamente T. inizia un corteggiamento all’insegna del disimpegno e poi finisce per entrare in un tunnel di sofferenza senza vie d’uscita. Sa passare dal sogno del libertinaggio estremo, degno di un macho sciupafemmine, alla penombra esistenziale in cui si guarda allo specchio e si vede come uno schifoso freak da circo.
A volte penso che lui preferisca più essere desiderato che mettere in atto il desiderio stesso. Cioè, alla seguente situazione: ci sono due ragazze di cui una lo vuole e riesce ad andarci a letto e una che non lo vuole, preferisce quest’altra situazione: ci sono due ragazze che lo desiderano, lo chiamano e lo cercano e con cui può andare a letto in qualsiasi momento. Poi magari non ci va con nessuna delle due per eventi collaterali, però sente il suo ego irrobustirsi.
Tra l’ego robusto sempre e il pisello duro una volta sola, T. sceglie la prima opzione.
In quanto a fantasie sessuali, sia io che lui ne abbiamo da scriverci un libro.
Il suo immaginario erotico è decisamente prolifico. Ma lui ora è tutto concentrato sulla minigonna di Evelyn, da sollevare per un’incandescente scopata doggy-style in ascensore, in macchina, in un confessionale, nel bagno di un cinema (nel caso si sceglie un film italiano).
T. ride per la battuta del palo acceso nel culo. Io rido insieme a lui ma per le parole di Evelyn. Non è la sola cazzata che Evelyn gli ha detto secondo me, ma T. dovrebbe indossare una maglietta XXXL per contenerle tutte.

Metto su il caffè. E rispondo ad Evelyn.

mercoledì 28 maggio 2008

Gomorra!


Esiste, dunque. E’ vivo, forse. Il cinema italiano che guarda a modelli alti e ambiziosi. Che non ha l’urgenza di soddisfare un pubblico ammaestrato né di scaraventare al cinema, almeno una volta l’anno, lo spettatore ipnotizzato da pacchi, amici, dibattiti calcistici e capace di tenere alta la concentrazione per la sola durata di uno spot. Se sta rinascendo il cinema italiano, il suo primo vagito è “Gomorra”. La forza di denuncia sociale del Neorealismo che si somma agli affreschi corali dei mafia movies di Scorsese e alle esigenze di visione di una qualsiasi opera di Altman. Guardare “Gomorra” obbliga alla partecipazione, alla condivisione di uno sguardo segmentato e intricato. Senza scampo alcuno, incollati ai personaggi, aggrediti dal dialetto forzatamente e intelligentemente sottotitolato, orfani di una superflua voce off, l’unica chance per vivere il film è amalgamarsi ad esso, accettare di varcare un confine. Per entrarci dentro, come in un cono di luce e ombre, violenza e disperazione. Braccati dai volti, dai gesti volgari e minacciosi, il giudizio sulla realtà, quella realtà così lontana, così vicina, rende al contempo destabilizzati e lucidi. Ma soprattutto consapevoli che un’opera di fiction di tale impatto sa finalmente smuovere le viscere e le riflessioni di menti disabituate all’indignazione autentica, quella irraggiungibile dai reportage televisivi. I volti, dunque, molti presi dalla strada da quella location cimiteriale che è un condominio lugubre di Scampia, un alveare di anime perse in cui fa il suo ingresso silenzioso il portasoldi Ciro. Quelli giovani segnati dalle macchie di una vita da camorrista precoce, con le espressioni perse che sparano nel nulla, in mutande, in riva ad una pozzanghera putrida. Quelli raccapriccianti di un boss lercio di isolamento che comanda un quartiere ma rimane chiuso coi suoi soldi sporchi e la sua fame di potere in qualche scantinato. A giocare a poker. A decidere la vita e la morte degli altri. I volti e il lessico sciatto di sarti, usurai, burocrati. Manovalanza. Che è il sangue che scorre nelle vene della camorra. Se c’è qualcosa di diverso in “Gomorra” è l’impatto emotivo, sia nella sua totalità, che lo renderanno pietra di paragone di ogni altro film sull’argomento e non solo; sia nelle fulminanti e memorabili idee registiche. La prima. Sequenza iniziale. Un teaser, come per i film americani, che ci trascina nel buio pesto del Sistema. Camorristi vanesi, masticati e abbrustoliti dalle lampade accecanti del solarium. Corpi incandescenti, freddati da brutali colpi di pistola. Ultracorpi da film di fantascienza, marziani che girano nell'orbita di un altro sistema solare. E poi, l’iniziazione dei piccoli camorristi in erba. Colpiti a bruciapelo con indosso il giubbotto antiproiettile. Un rito da setta, da club dell’orrore, a cui gli aspiranti criminali si sottopongono con un’espressione di orgoglio e terrore negli occhi. La libertà dietro di loro. La vita da affiliato davanti: un patibolo esistenziale che dura per l'eternità. Per se stessi e per ogni membro delle loro famiglie d'origine. Giurano di schierarsi col più solenne e minaccioso dei giuramenti. "O con noi o contro di noi". Promettono di uccidere e far uccidere, senza scrupoli. Solo il tempo del click sul grilletto. Di armi rubate, ovviamente. Si assicurano un futuro che li porterà a nascondersi in un portabagagli, a sfogare immaturi istinti sessuali in un privé con le mignotte. E a morire su una spiaggia arida, per mano di qualche butterato senza voce. Per poi essere raccolti da una ruspa che si allontana in campo lungo, prima dei titoli di coda. Una coda sporchissima di sangue.

venerdì 16 maggio 2008

Evelyn. Prima parte


Gli dico: Interrompere un gioco di seduzione è come scendere da un taxi prima di essere giunti a destinazione. Ad un certo punto succede qualcosa, si accende un lampo e la corsa finisce. Seducente e abbandonato. E ci si ritrova in mezzo alla strada indecisi se inseguire quel tubo di scappamento fumante o trovare il modo più veloce e indolore per tornarsene a casa.

Mi dice: Non male. Parole sagge considerato l’orario.

Il mio amico mi chiama alle due di notte. Il tubo di scappamento ha già voltato l’angolo. Lui è in mezzo alla strada. E capisco che sarà una lunga notte senza bussola. Del mio amico non posso rivelare il nome. Ne userò uno di fantasia, come negli articoli di giornale in cui si racconta lo stupro di una ragazza. Un’accortezza che non ho mai capito fino in fondo. Anche se la ragazza in questione si chiamasse, che so, Ester, e fosse stata stuprata, direi che il suo problema principale non sarebbe certamente quello di vedere il suo nome di battesimo stampato sui giornali. E quindi: “ma noi la chiameremo Michela”. Bene. Adesso Ester/Michela avrà risolto la metà dei suoi problemi. Potrà fare a meno di un supporto psicologico per superare il trauma e si sentirà più sicura di sé la prossima volta che svolterà in una via buia e deserta. Tanto varrebbe, allora, usare dei nomi indiani, tipo Orso Ferito, o uno di quelli islandesi lunghissimi e zeppi di lettere strambe come Guðmundsdóttir.
Ecco, io il mio amico lo chiamerò Tonacatecuhtli. Un bel nome azteco che peraltro gli si addice parecchio.

Riporto pari pari da Wikipedia:
Tonacatecuhtli ("colui che è al centro"), secondo la mitologia azteca, era un dio della fertilità. Fu lui ad organizzare la divisione tra terra ed oceani e la creazione del mondo. Ometecuhtli e Omecihuatl erano i creatori della vita, ma fu lui a creare loro ed il pianeta.

Chi altri se non uno che si sente al centro, potrebbe chiamarvi a quest’ora per rovesciarvi addosso una di quelle laboriose, indigeribili e pesantissime storie di amore non corrisposto? Che poi sono tutte uguali e conservano un minimo di interesse solamente per il protagonista, cioè il non corrisposto. Già la femmina, la non corrispondente, faticherebbe a mantenere alta la concentrazione. Sarebbe un segnale di interesse ed incoraggiamento. Figuriamoci dunque io, e alle due di notte. Anche se ormai sono quasi le tre e mi sono già sorbito un bel delirio di farneticazioni. E ho una sola certezza: il tassametro per Tonacatecuhtli ancora sta girando e lui è molto distante dalla fase cruciale, quella in cui la cicatrice comincia a prudere perché la ferita è in avanzato stato di rimarginazione; la fase in cui si pensa e si dice: “Ma come cazzo ha fatto a piacermi una così?”.
Vi risparmierò comunque. Non agirò sotto dettatura. E’ l’unica chance che ho per tenervi svegli. Se raccontassi per filo e per segno la storia di Tonacatecuhtli gli farei un torto.
Troppo scheletrica e troppo noiosa.
C’è questa ragazza che piace a Tonacatecuhtli...

Gli dico: come si chiama?
Mi dice: Userò un nome di fantasia.
Gli dico: Ok!
Mi dice: Evelyn.

Dunque, la storia, anzi la fabula: A Tonacatecuhtli piace Evelyn. Ma a Evelyn non piace Tonacatecuhtli, ma non vuole dirglielo. Il dio azteco fa le sue le avances. Evelyn non accetta. Il dio azteco scende dal taxi. Stop.
Scarna e soporifera, ve lo avevo detto. Sono tutte così, queste faccende. Insipide. La polpa sta in quello che succede nel taxi e nei pensieri di chi è a bordo.
Col culo sul sedile posteriore, Evelyn pensava:
Devo passare in profumeria. Devo passare in profumeria. Devo passare in…
Con la testa fra le mani, Tonacatecuhtli, pensava:
Sto studiando il linguaggio del corpo. I segnali sono inequivocabili: mi vuole. Adesso lo so. Le scriverò una lettera. Ma non voglio essere il suo fidanzato. Voglio essere il suo amante. Voglio la storia ruvida e selvaggia. Voglio la clandestinità. Secondo me oggi ha il perizoma nero.

Sì, insomma, cose del genere. Niente resoconto compilativo. Solo aneddoti e qualche ispezione interna sbirciando nel finestrino dell’abitacolo. Anche perché di sostanza ce n’è poca. Erano le due e mezzo quando ho capito che tra il "dio della fertilità" ed Evelyn non c’è stato il minimo contatto fisico. Il “creatore dei pianeti”, “colui che è al centro”, non è riuscito nemmeno a darle un bacio. Né una palpata scherzosa. Nemmeno un appuntamento. Allora di cosa stiamo parlando? Di un monologo. Di un soliloquio ormonale. Di una traiettoria invisibile?


Gli dico: Tonacatecuhtli, mi giro una canna.
Mi dice: a quest’ora?
Gli dico: passati i 35 anni, ci sono due regole di ferro: 1) Salire su un taxi solo se si è certi di arrivare alla meta. 2) Non farsi le canne in pubblico.

Alle tre passate non ho ancora capito chi guidava il taxi.
Sono le tre e mezzo quando mi arriva un messaggio di Evelyn.

martedì 29 aprile 2008

Matrimonio all'italiana


LE CINQUE COSE CHE MI E' CAPITATO DI NOTARE AI MATRIMONI.


1) Il piacione
Il piacione dei matrimoni è sempre scompagnato e non autoctono. Solitamente è un parente alla lontana venuto in città per l’occasione. Belloccio ma privo di carisma, presenta abitualmente almeno un inconveniente nella vestizione: nodo della cravatta scaleno, abbinamento sbagliato giacca-pantalone, scarpe nuovissime nelle quali si muove a disagio, ultima asola della camicia incastrata tra la cinta e il bottone dei pantaloni. La sua ansia di conoscenza di un esemplare femminile comincia già in chiesa quando si guarda intorno alla ricerca delle prede. Il piacione del matrimonio inizia la sua attività 'piacionesca' dopo essersi tolto la giacca; di solito è il primo del tavolo a farlo, persino prima dell’antipasto, in barba a tutte le regole dell’etichetta. Mentre mastica e beve (vino anche se non lo regge perché fa più fico!) racconta di sé e chiede con affannosa curiosità cosa facciano nella vita gli altri commensali, e si lascia andare a battute tritissime e fuori sincrono. Nei momenti di pausa comincia la questua dei numeri di telefono nel disperato tentativo di creare un aggancio per il futuro. Si sposta di sedia in sedia, di tavolo in tavolo. Attenzione: anche la vostra fidanzata è a rischio piacione. E se ci chiacchiera per più di cinque minuti, allora in fondo in fondo pure voi siete o siete stati un po’ piacioni. O la vostra fidanzata non ha gusto per gli uomini. Fate voi.
La caccia alla femmina del piacione si fa più intensa durante i “rompete le righe”, quando lo si vede tentare l’approccio 'face-to-face' con la ragazza messa a fuoco in precedenza. E’ curioso il fatto che le sue ambizioni viaggino in ordine decrescente di bellezza. Fiducioso nelle sue doti seduttive, il piacione approccia impettito la più strafica nei dintorni, per finire a baccagliare dopo l’ammazzacaffè di fronte ad uno scorfano. Quindi, voi donne, se volete avere il polso della vostra avvenenza, controllate con attenzione quale posizione occupate nell’elenco provolone del piacione. La sfortuna del piacione dei matrimoni è che, fateci caso, è sempre costretto ad andare via prima. Ha sempre un treno che parte, un garage che chiude, un cane da portare a pisciare. E con le pive nel sacco abbandona il luogo del crimine quando il “mood” della giornata non si è ancora sciolto in confidenze post-brindisi e le ragazze non sono ancora diventate dialetticamente più accoglienti.





2) I MUSICISTI

Accompagnatori petulanti del megapranzo, dall’antipasto alla torta nuziale. I musicisti più fastidiosi pretendono che gli sposi si lancino nel più raccapricciante dei karaoke. I più stronzi provano a mettere in mezzo anche gli ospiti. Poi ci sono gli ospiti convinti di essere intonati che inseguono cinque minuti di celebrità domestica. E' un momento terribile che arriva solitamente a cerimonia inoltrata: a mascara colato, cravatta slacciata, pancia sblusata. Un vero sputtanamento, tatuato nel curriculum esistenziale dei suddetti.
C’è poi il sacro momento degli sposi che ballano il lento: si tratta di patetiche smancerie sotto i riflettori. La canzone d’accompagnamento è sempre agghiacciante. Si va da Celentano a Cocciante, dai Pooh a Francesco Renga. Roba da intervento della buoncostume. Insopportabile! Peraltro si scoprono altarini indecenti sui gusti dei tuoi amici, che una volta erano pure rockettari e adesso ballano rigidi, vestiti come pinguini al suono della più vomitevole canzone sanremese. Lui una volta aveva i jeans sdruciti e pogava, lei si faceva le canne e si vantava di essere stata ai concerti in tenuta antisommossa. Ma ciò che mi fa ammattire di più di questi salamelecchi a comando, la vera zona buia e ignota che nessuno riuscirà mai ad illuminare è un’altra: ma due persone che si sono appena sposate, che si amano, che avranno fatto l’amore centinaia di volte, che si saranno confidati con l’altro, in macchina coi finestrini abbassati, che hanno viaggiato insieme, dormito insieme, mangiato insieme ecc. Ma due sposi, durante il lento, ma che cazzo si dicono? Perché parlano, io li vedo., Parlano. Ma di cosa? Che qualche coniuge si faccia avanti e lo confessi.
Gli ultimissimi della lista, però, gli sposini da pena capitale, sono quelli che durante il lento canticchiano l’indecorosa canzone. Quelli no! Quelli ammazzateli Vi prego!
In ultimo, l’aspetto più buffo dei musicisti da matrimonio è lo stravolgimento “trans - gender” dei testi delle canzoni.
Succede quando del ridente complessino è la donna ad essere la cantante, per cui “Dieci ragazze” di Lucio Battisti, diventa automaticamente “Dieci ragazzi”.
E fin lì ci si potrebbe stare.
Almeno fino alla strofa: “capelli biondi da accarezzare, e labbra rosse sulle quali morire”.
Voglio dire, vabbè dieci ragazzi, te voglio bene, ma col rossetto no. Le labbra rosse sulle quali morire non si può sentire!
Per non parlare della gettonatissima “Gelosia” di Vasco Rossi che recita:
Ma dimmi una bugia!
che cosa Conta!
Se tu sei solo Mia!
che cosa Importa!
perché la gelosia!
è solo questo!
perché la gelosia!
non è nient'altro!
Niente che colpa mia!
perché senz'altro!
senz'altro che sei mia! e di chi Altro!
Come vedete, si poggia sapientemente sulle parole: bugia, gelosia, mia.

E che invece per la musicista donna da matrimonio si trasforma in:
Ma dimmi una bugia!
che cosa Conta!
Se tu sei solo MIO!
che cosa Importa!
perché la gelosia
è solo questo!
perché la gelosia!
non è nient'altro!
Niente che colpa mia!
perché senz'altro!
senz'altro che sei MIO
e di chi AltrA!

Provate a canticchiarla. Provate. Non è francamente inaccettabile? Però fa un sacco ridere.


3) La tua professione

Ad un matrimonio succede ovviamente di incontrare persone estranee con cui forzatamente entrate in contatto. E scattano le domande fatidiche per rompere il ghiaccio e sapere se stai dividendo il tavolo con un maniaco omicida. E poi è necessario per fare un po’ di conversazione.
Il più normale dei quesiti è: “ma tu cosa fai?”.
E a meno che voi non abbiate una risposta secca (l’idraulico, il domatore di leoni, l’acrobata) cominciate a farneticare sulla vostra condizione professionale (e, per estensione, esistenziale) in maniera evasiva: “Mi occupo di…”; “hai presente quelli che…”, “lavoro per un service editoriale che fornisce…o mio Dio”. Eccetera.
Ma prima che arriviate al motore del discorso, avrete usato già un sacco di parole superlfue.
Se il vostro interlocutore, entro dieci secondi, non ha ancora capito se vi alzate ogni mattina per leccare posaceneri, scippare vecchiette o collaudare clisteri, allora significa che lavorate nel terziario.
In pratica la domanda che vi è stata posta era chiarissima: vuole sapere COSA fate.
Voi rispondete partendo dal dove, dal quando, dal perché o dal come.
Non ci credete? Bene. Prendete la vostra carta d’identità. Cosa c’è scritto sotto la voce professione? Se ci sono due barrette ho ragione io. A volte basta dire impiegato. Lo so, è dura.

4) I fotografi
Avvoltoi implacabili, maledetti bagarini dell’immagine, infami approfittatori dei vostri momenti di debolezza. Li riconoscete non dall’apparecchiatura iper professionale appesa al collo, ma perché sono gli unici in abito borghese e scaciato.
Agiscono in due momenti.
Il momento dello scatto, a cui non sapete dire di no, perché inconsciamente pensate che gli sposi si offendano e perché aspettate che sia qualcun altro a mandarli dolcemente a quel paese, così come dovrebbe essere una donna a dire di no al marocchino che vi assale nei locali per vendervi le rose.
Ma ai matrimoni siamo tutti di buon umore: “evviva gli sposi e cazzi vari”.
E infatti gli avvoltoi vi sorprendono fuori della chiesa, la casa di Dio, e pensate che sarebbe un peccato mortale non far lavorare quei poveretti.
Oppure vi beccano al tavolo quando il buffet ha calmato gli ardori della fame e ancora non siete appesantiti dall’abbondanza delle pietanze. Click. Fatto!
A quel punto sapete che torneranno. E anche se non ci pensate, in realtà ci pensate. E sperate che la foto non sia venuta bene, che la camera oscura sia stata tranciata da un fulmine, che l’avvoltoio sia stato nel frattempo investito da un Boeing.
E invece no.
Torna.
Ed è la seconda fase del suo lavoro pidocchioso. L’avvoltoio aleggia per i tavoli con queste foto in mano e vi guarda, vi scruta, poi si ferma, se ne va, poi ritorna indietro: sta cercando di far corrispondere quel volto sorridente in foto con quello incazzato di chi sta per sborsare dieci euro insanguinati.
Quando vi porge la foto, voi la guardate con attenzione e ovviamente vi accorgete di aver sfoggiato l’espressione più ebete del vostro assortimento di smorfie.
Ma la pancia è pienissima (siamo dalle parti del sorbetto), la palpebra in fase calante e soprattutto la vostra ragazza è venuta benissimo: raggiante e incapsulata. Perciò siete fregati. Mano al portafogli e la comprate.
Ma, badate bene. Se la vostra ragazza vi lascerà un giorno, sarà anche perché quella maschera grottesca, il sorriso forzato, la rasatura estrema con cui vi siete scotennati di fretta prima di correre alla cerimonia, sbucheranno fuori dal cassetto nel momento meno opportuno.

5) Il lancio del bouquet

Solitamente quando si esce a cena con altri amici accoppiati, c’è sempre il momento della separazione dei sessi. Le ragazze vanno in bagno, oppure a fumare, oppure si rannicchiano in una metà della tavolata per una conversazione al femminile. In quei momenti i ragazzi finalmente possono parlare in santa pace di calcio e pronunciare anche la parola “pompino” senza troppi patemi d’animo. L’unica occasione in cui non si può abbassare la guardia è l’ineluttabile momento del lancio del bouquet ai matrimoni. In quel momento dovete essere presenti. Lo annuncia la sposa: “Che tutte le ragazze nubili vengano con me in giardino che faccio il lancio del bouquet”. Benissimo. E’ solo un gioco per carità, ma inizia la passerella delle donne in cerca del buon partito e di quelle fidanzate con propositi esistenzialmente bellicosi.
Sfilano: ultraquarantenni single obese, pischelle di diciotto anni con la foto del fidanzatino sul desktop del telefonino (devastante…brrr), divorziate che aspirano ad una seconda chance. Più tutto un codazzo di donne con posizioni sentimentali di vario genere.
Si ammucchiano in mezzo alla polvere e al brecciolino e mi ricordano quando noi uomini giocavamo a pallone da piccoli ad una porta sola, con il portiere che si voltava e tirava il pallone.
Mentre il bouquet appena lanciato è ancora in aria, guardatele: A parte le braccia protese manco fosse l’elisir di lunga vita, noterete un sacco di cose interessanti: smagliature sulle calze sopra il ginocchio, piedi che fuoriescono dalle scarpe di una misura più grande, rotoli insospettabili intorno alla pancia finalmente rilassata, reggiseni push-up. Poi, una volta che la fortunata si è accaparrata il mazzetto di fiori, e una volta svelata la sua identità dietro al trucco, lo sguardo degli astanti si volta repentinamente verso il fidanzato della vincitrice giornaliera di ruba bouquet. Se siete voi, vi aspetta una sana dose di prese per i fondelli e pacche sulle spalle.
Ma non è questo il peggio.
Il peggio è che i minuti successivi vi sembrerà di essere capitato in una stupidissima puntata di “uomini e donne” e vi troverete ad usare un lessico che mai e poi mai avreste pensato di usare. Finché qualcuno intorno a voi pronuncerà persino le parole “viaggio di nozze” e "figli maschi". Allora, alzate i tacchi e andatevene al bar. Avete bisogno di un drink!























































sabato 19 aprile 2008

Goodbye Danny!


Addio a Danny Federici, invisibile, indispensabile colonna della E Street Band.

Faceva parte di quelli sempre in seconda linea, eppure fondamentale per il suono live della più impetuosa rock band di sempre.
Più vicino a noi comuni mortali che amano invece immedesimarsi nei frontmen.
E' il primo della E Street ad andarsene. Uno dei fondatori.
Un fantasma sul palco, Danny
Ma senza di lui non sarà mai più la stessa cosa.

Non ci sarai il 25 giugno a Milano, Danny. Mannaggia a te.
You left us in these badlands...


Lo voglio ricordare con una delle più commoventi canzoni sull'amicizia che siano mai state scritte: Bobby Jean, firmata ovviamente da Bruce. Una di quelle canzoni che ti straziano per i versi semplici e sanguigni. Bruce sa trascinarti nella polvere e nelle lacrime, di gioia o di dolore, come la forza di gravità. Bobby Jean è uno di quei pezzi che ti mettono nostalgia dei posti in cui non sei mai stato. Come se le avventure notturne per le highways americane non fossere state solo un sogno. Un canzone sull'impossibilità del rancore di fronte alla scelta di libertà di un amico. Sulle decisioni impulsive e l'innocenza perduta. Una canzone che ti scova le scintille dentro le viscere e dà fuoco al sentimento più rognoso di tutti: la mancanza di qualcuno. Qualcuno che non riusciresti mai a odiare. Qualcuno che hai perso per sempre. O forse no, chi lo sa. Ognuno di noi ha perso un Danny, o lo perderà, prima o poi.

In coda, posto il video della canzone in una versione dal vivo.

E allora, che la terra ti sia lieve, "Minister of Mistery".
R.I.P.



BOBBY JEAN (da Born in the Usa, 1984)
Well I came by your house the other day
your mother said you went away
she said there was nothing that I could have done
there was nothing nobody could say
Me and you we've known each other
ever since we were sixteen
I wished I would have known
I wished I could have called you
just to say goodbye, Bobby Jean
Now you hung with me
when all the others turned away
turned up their nose
we liked the same music
we liked the same bands
we liked the same clothes
We told each other
that we were the wildest,
the wildest things we'd ever seen
now I wished you would have told me
I wished I could have talked to you
Just to say goodbye Bobby Jean
Now we went walking in the rain
talkin' about the pain from the world we hid
now there ain't nobody nowhere nohow
gonna ever understand me the way you did
Maybe you'll be out there on that road somewhere
in some bus or train traveling along
in some motel room there'll be a radio playing
and you'll hear me sing this song
Well if you do you'll know I'm thinking of you
and all the miles in between
and I'm just calling one last time
not to change your mind
but just to say I miss you baby
good luck goodbye, Bobby Jean.




mercoledì 9 aprile 2008

Macché...davero davero!

Stare bene in cinque mosse:

1) Non mordere i lucchetti delle porte chiuse.
2) Non cercare di esistere con persone per cui non esisti.
3) Rifiutare il concetto che un lavoro sia la parte predominante della tua giornata.
4) Non credere a chi si professa virtuoso.
5) Togliersi i paraocchi.




Il sacro valore della scrittura:

1) Non scrivere mai a chi non se lo merita. Nemmeno una riga.
2) Non scrivere mai pensando che il lettore sarai tu.
3) Non usare mai una parola in più di quelle necessarie. Se lo fai vuol dire che stai convincendo invano qualcuno che ha già fatto un’altra scelta.
4) Non pensare che per gli altri le parole abbiano lo stesso peso e lo stesso valore che hanno per te.
5) Non pensare che le parole possano aprire una porta chiusa.

5 bis: La regola più importante: MAI DARE GIUSTIFICAZIONI DI QUELLO CHE HAI SCRITTO. Se qualcuno te lo chiede vuole fregarti.

domenica 6 aprile 2008

Mi riunisco, dunque sono!

Settimana di passione e azienda in liquidazione. Nel fantastico mondo del lavoro subordinato con ferie, permessi e ascensori parlanti, succede di essere acquistati per finta, gestiti per davvero e poi lasciati nelle mani dell’ennesimo estraneo che di fatto avrà in mano parte del tuo futuro. Lo chiamano liquidatore: guarda i conti e decide se e quando chiudere baracca, burattini e macchinetta del caffè. In pratica tu rischi di perdere il lavoro perché qualcun altro ha messo l’azienda in un mare di debiti prima di scapparsene alla chetichella. Un vero uomo dovrebbe essere responsabile del proprio fallimento. E invece no, perché sei dipendente. Stai zitto e dipendi! In questo fantastico mondo succede anche di non percepire lo stipendio e di saperlo solamente il giorno prima. E ripensi a quella volta in cui hai scelto di non prenderti un giorno di ferie malgrado ne avessi bisogno, Provate un po’ a dire ad un nerboruto idraulico che non lo pagherete dopo avervi aggiustato la lavatrice. Secondo voi, che fine fa quel tubo che gli è rimasto in mano? Ci sono tutti i presupposti per fare una rivoluzione armata ma ho sbagliato generazione, preparazione fisica e credo anche biancheria intima. Non vorrei fare brutte figure in caso di uso di idranti da parte della polizia. Per cui meglio concentrarsi sulle possibili alternative qualora vada tutto a puttane. Come prossimo impiego mi piacerebbe:

1) giocatore di poker professionista
2) ventriloquo su una nave da crociera
3) il rabdomante
4)critico di film hard
5) il liquidatore.

La settimana è stata scandita da frequenti riunioni tra dipendenti disorientati. Succede che si viene chiamati repentinamente all’interfono e ci si ammucchia in una stanza per giocare a fare i sindacalisti. Ci si siede sui tavoli, per terra e ci si concentra attorno alle parole chiave : 1) scenario 2) stipendio 3) lavoro 4) lettera 5)malimortaccidepippo.

Se avete la fortuna di stare con gente cazzuta vi capiterà di sentire l’espressione “Class Action”.

Mentre a turno i più scafati prendono la parola, è possibile scambiare sguardi di intesa coi colleghi più simpatici e le colleghe più sexy; si socializza con persone con le quali hai scambiato cinque monosillabi nell’ultimo anno; come a ricreazione ti sgranchisci le gambe e se non disturbi puoi far merenda. Straordinario poi: c’è chi alza la mano per parlare, anche persone di 60 anni. In fondo però ci si annoia di brutto e si ha una lampante sensazione di impotenza.

Io detesto le riunioni sin da quando ero in fasce e ci riunivano nello stanzone dei neonati. L’unica differenza è che allora eri libero di piangere senza perdere in dignità. Potevi pure pisciarti addosso, figuriamoci. Adesso però hai il diritto di rimanere in silenzio. Vi pare poco. Durante queste assemblee improvvisate mi capita di osservare che:

1) Si parla al plurale. “Ora dobbiamo solo aspettare” che è frase buona e giusta, perché altrimenti non saremmo dipendenti ma indipendenti. In effetti è questo il nodo cruciale. Se capisci che, in realtà, fuori delle mura ammuffite del tuo ufficio, esiste un destino a cui tu hai diritto di partecipare da protagonista eviti che ti si geli il sangue nelle vene. Molto usata anche “Dobbiamo continuare a lavorare” anche senza la sicurezza di essere pagati. Dicono che sia saggio ma se ci pensate è paradossale. Provate a dirlo all’idraulico.


2) Ti rendi conto dei tormentoni dialettici in cui i tuoi colleghi sono imprigionati. Sintassi piene zeppe di superflui intercalare perfettamente in linea con l’insipido lessico aziendale quotidianamente in uso. I “secondo me” e gli “attimino” fioccano come nemmeno nei più stupidi show televisivi.


3) Come mi ha fatto notare la mia carissima amica (nonché work spouse) Monica, c’ è sempre il collega o la collega perplessa che formula la domanda a cui è stato risposto esattamente un minuto prima. Io sto quasi sempre in silenzio a meno che non siano presenti esclusivamente le persone con cui mi sento più in confidenza, quindi in assemblee più ristrette. Altrimenti mantengo lo stesso atteggiamento che tenevo a scuola: Cazzi miei e pronto a giustificarmi.


4) L’atteggiamento delle persone durante una riunione rispecchia indicativamente il loro carattere nella vita di tutti i giorni. C’è il lecchino, c’è quello competitivo che vuole far carriera anche nelle riunioni, c’è quello che fa battute pretendendo che tutti ridano, quello che fa domande pertinenti e quello che fa domande non pertinenti. C’è chi pensa agli affari suoi da sbrigare fuori dall’ufficio. Chi dà sicurezza. Chi capisce di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.


5) A differenza delle assemblee universitarie, nelle riunioni d’ufficio il look passa in secondo piano. Niente sciarpe palestinesi, copricapi barricaderi, giacche di velluto con le toppe sui gomiti. Non girano canne e le ragazze sono davvero interessate all’argomento di discussione, purtroppo. Comunque le riunioni rendono le sigarette molto più saporite e ti mettono il giusto appetito.

Nella settimana del calvario noti chi veramente lavora e chi no. Per cui l’ignavo direttore responsabile si aggira come un’anima in pena scivolando nel ruolo di dipendente e cercando di fare comunella con te che guadagni circa sette volte meno di lui al mese. Vorrebbe che ci sentissimo sullo stesso piano. Solidarietà? Un par di palle.


Le riunioni non finiscono in un lampo ma si frantumano in varie sottoriunioni. Si esce dalla stanza dell’ammucchiata e si formano capannelli sparsi che lasciano emergere amicizie e sintonie. In mezzo ai capannelli le frasi più in voga sono: 1) Non ho capito una cosa…2) A me non me ne frega niente…3) Ma insomma che bisogna fare?...4) Ma quando si saprà qualcosa?... 5)Pranziamo insieme?


I capannelli si spezzettano poi in conversazioni a due. Ognuno individua la giusta persona che gli può chiarire le idee. I più sfortunati individuano la persona che ha le idee confuse più delle sue. Di lì: scrollate di spalle, smorfie di disappunto, sguardi di inesperienza: 1) boh! 2) guarda non ho capito nemmeno io… 3) che ti devo dire?... 4) ah davvero hanno detto così?... 5) Ma se li mandiamo tutti affanculo?


Infine il nocciolo della questione viene comunicato al resto della città attraverso le telefonate private. Tutti i dipendenti si aggrappano al telefono per spiegare al marito, fidanzato, moglie, sorella, amante, che cosa è successo e quali decisioni si sono prese. Di solito nessuna. Potete giurarci che ognuno dirà una cosa diversa. La riunione può perciò provocare una disunione dei punti di vista. Il tema della giornata, anche se in via di raffreddamento, non si dà per vinto e, fino all’orario di uscita, ricresce qua e là come la coda di una lucertola, con battute, scatti di nervi e lucidissime precisazioni dei più navigati.

E così via, fino alla prossima chiamata all’interfono: Pronti, via, altra ammucchiata, come pecore senza pastore.



martedì 1 aprile 2008

Weekend: Amore/Odio

Ecco le cinque cose, in ordine sparso, che amo di più a proposito dei weekend:

1) Non ricevi telefonate impreviste. Avete presente gli amici che vi perseguitano perché non hanno ancora capito che le loro lunghezze d'onda viaggiano su frequenze diverse dalla vostra? Le amicizie sono eterne, come nel mondo dei supereroi, per carità, ma le frequentazioni, no. Batman e Superman mica escono sempre insieme il sabato sera e Wonder Woman non risponde mai al cellulare quando la domenica mattina Mr. Fantastic cerca di chiamarla. Le frequentazioni sono intermittenti e telepatiche. Se si è sulla stessa lunghezza d'onda con una persona, allora siate sicuri che voi o lei vi chiamerete proprio quando è giunto il momento di risintonizzarsi.


2) Nel weekend finalmente mi posso vedere un film in dvd senza patemi d'animo e attacchi di sonno. Come Cristo comanda, insomma. Nello specifico, questo weekend ho visto Mash di Robert Altman (la mia top 5 dei film di Robert Altman: Il lungo addio, Nashville, America oggi, I compari, Il Dottor T & le donne). Stesso discorso per la musica, sebbene l'ascolto in macchina rimanga il mio preferito in assoluto. Questo weekend ho ascoltato: Blood on Tracks di Bob Dylan, The best of Led Zeppelin, la colonna sonora di The Committments, Cheap Thrills di Janis Joplin, Black Sheep Boy degli Okkervill River.


3) Nel weekend una doccia è più doccia. La colazione si estende su un arco di tempo più ragionevole. Il vino è più vino. Il cioccolato è più cioccolato che il martedì. Solo il sesso è lo stesso. Quello ha una goduria standard. Anzi, ora che ci penso, forse nei feriali mi piace di più.


4) Non si lavora. E questo è già abbastanza. Oddio a volte mi capita di lavorare a casa nei weekend e odio ogni minuto della faccenda. Comunque non vado in ufficio e quindi non sento la puzza di muffa della moquette del mio ufficio, né l'odiosa voce registrata sull'ascensore con la signorina che annuncia i piani. Nè entro e vedo i miei colleghi seduti alla loro postazione come li avevo lasciato il venerdì. Entrando per ultimo grazie al mio orario "spagnolo" mi sembra ogni volta di fare il mio ingresso trionfale dentro un presepe, con tutti ai posti di combattimento. Mancano il pastore con l'agnello sulle spalle, il laghetto fatto con lo specchio e il muschio dietro la capannina santa. E se non fosse per i vestiti diversi, giurerei che il weekend tutti gli altri lo hanno passato inchiodati alle loro scrivanie.


5)Il weekend favorisce i progetti per il futuro, anche se magari non andranno mai in porto, ma è in questi due giorni che vengono le idee per cambaire vita. Anche se tali sconvolgimenti esistenziali non avverranno mai. Però la domenica sera ti sei organizzato a mente un bel viaggio, magari hai deciso che dal mese successivo ti iscriverai in palestra o che è il caso di acquistare una nuova lampada. Le donne di solito si convincono che è ora di iscriversi a yoga o di iniziare una dieta. Ma le donne cambiano idea ogni 23 secondi e la sera della domenica avranno optato per un corso di fotografia.


Ecco invece le cinque cose che non sopporto dei weekend.


1) Non ricevi telefonate impreviste da parte delle persone che tu vorresti stessero sulla tua stessa lunghezza d'onda. Nei casi peggiori hai spedito un sms venerdì sera ma il destinatario ti snobba fino a lunedì, quando non serve più perché il senso di solitudine è sparito. Nei casi ancora più gravi, telefonate ed sms non arrivano nemmeno il lunedì, perché il destinatario (e mancato mittente) è totalmente disinteressato a te. Non gliene importa una fava. Però un giorno glielo farete presente. E la risposta sarà sempre la stessa: Avevo finito il credito (la uso anche io, questa).


2) Il weekend appesantisce e ingarbuglia di più i tuoi conti in sospeso che di solito decidono di sospendersi proprio il venerdì nel tardo pomeriggio (quando non ti si rompe la macchina o la lavatrice o peggio ancora il preservativo). Quindi ti porti quel dubbio, quel rovello diabolico in giro per la testa per più di 48 ore. Ovviamente, questo genere di apprensioni potrebbero essere risolti da una telefonata imprevista, per la quale, però, vi rimando al punto 1.


3) Il weekend infiamma i bubboni esistenziali e riproduce in piccolo e con una cassa di risonanza minore le devastazioni dell'animo da cui siamo colpiti nelle feste comandate (le peggiori: 1) Capodanno 2) compleanno 3) Natale 4) Ferragosto 5) Pasquetta). Sono i giorni in cui le bilance non si truccano e i macigni pesano come macigni. Il martedì il macigno si alleggerisce. Il sabato e la domenica, no.Tanto più che, anche nel weekend, ti senti in obbligo di fare qualcosa, ma non solo qualcosa, bensì qualcosa di originale che produca una narrazione serrata e avvincente nel corso della settimana successiva, qualcosa da far spalancare gli occhi alla platea.


4) Il punto 3 scivola nel punto 4 perché il weekend è la negazione di ogni clandestinità e va in vigore il più prevedibile dei giochi delle coppie. Il marito con la moglie, il suocero con la suocera, il fidanzato con la fidanzata. Da questo punto di vista, i giorni feriali sono inveci più prodighi di imprevedibilità e la differenza tra giorni feriali e giorni festivi è stata creata in virtù dell'esistenza degli amanti. Nel weekend i luoghi pubblici si affollano di coppie che tra le lenzuola, durante la settimana, non sono riuscite a raccontarsi le loro amene avventure quotidiane prese com'erano dagli ardori di Morfeo. Il sabato e la domenica si raccontano tutto con fittissime conversazioni. Spesso queste conversazioni si tengono nel buio delle sale cinematografiche. Sempre, queste conversazioni, avvengono tra due persone sedute accanto a me.


5) I vicini di casa. Nessuno ha veramente coscienza dei propri vicini di casa fino alla domenica mattina quando ti accorgi che i due vecchi del piano di sopra, poco deambulanti e molto sordi, fanno ciò che due vecchi poco deambulanti e molto sordi ti aspetti che facciano: cadere sul pavimento ed ascoltare la messa "a tutta callara". Ancora non mi spiego come il signore poco deambulante del piano di sopra non si sia fracassato del tutto i femori e, tanto meno, mi spiego come alla moglie molto sorda non si siano spalancate le porte del Paradiso per la costanza con cui segue la messa domenicale. Qualche burocrate delle celesti praterie dovrebbe spedirle una wild card. Mi spiego molto più agevolmente, invece, la mia conversione all'ateismo maturata nel corso degli anni.

Al piano di sotto vanno in scena gli psicodrammi di una giovane coppia coatta con litigi da intervento della buon costume. Lui le dice delle cose terribili. Lei piange e maledice il giorno che l'ha incontrato. Di regola mi addormento prima che i gemiti dell'amore favoriscano la tregua, per cui non sono costretto almeno all'ascolto coatto degli orgasmi coatti. Se le notti del weekend i due piccioncini (anche se dalla voce non si direbbe) si scannano in duelli all'ultimo "limortaccitua", durante la settimana li vedi passeggiare mano nella mano come se nulla fosse successo. Se sei fortunato li incontri in ascensore con cappelletto coatto e visiera coatta d'ordinanza (lui) e trucco coatto d'ordinanza (lei, e avolte pure lui...brrr) e capisci veramente tutto sul rapporto uomo-donna (scimmione-scimmiona) moderni che sono molto somiglianti alle dinamiche del focolare domestico preistorico. I tempi della clava non sono finiti. Lo dico? lo dico: limortacciloro.


venerdì 28 marzo 2008

Incubi in camice bianco



Ho fatto il tilt test. E’ un esame clinico che serve a rilevare se si soffre di sindrome vasovagale. In 5 parole: se in alcune circostanze svieni!. Lo avevo visto fare solo in una puntata del Doctor House. Il policlinico Umberto I, malgrado le colonne madreperlate e le pareti vintage, non è paragonabile ad un ospedale americano. Soprattutto i cessi e le donne delle pulizie. Il medico assomigliava ad Enrico Beruschi e non a Hugh Laurie (e sti cazzi in effetti), la dottoressa-assistente aveva l’aria troppo dimessa. Avete presente quelle donne che parlano piano piano piano e sembrano eterne studentesse anche a 40 anni? Tanto che io l’ho chiamata signorina e Beruschi mi ha subito corretto: “dottoressa!” (e che avrò detto mai?) Lì mi sono agitato. Comunque domani vorrei sapere l'opinione di qualche ragazza riguardo gli elettrodi applicati sul torace. Secondo me spaccano. Sono sexy e aumentano la virilità. Ultimamente volevo cambiare look ed ero indeciso tra la benda sull’occhio e un bastone. Credo che opterò per degli elettrodi. In alternativa ci sarebbe anche la frattura del setto nasale con ricomposizione manuale alla francese. Aspetto suggerimenti. Comunque il tilt test non è l’esame clinico – strumentale che temo di più. I peggiori sono:

1) La cistoscopia: Ti infilano un tubicino flessibile (ci mancherebbe che fosse pure rigido) nell’uretra per dare un’occhiata alla vescica. Cioè ti infilano un tubicino flessibile (ci mancherebbe che fosse pure rigido – meglio ripeterselo!) nel pisello. In pratica una parte del corpo che è destinata ad entrare viene “entrata” attraverso il canale da cui di solito qualcosa fuoriesce. Dicono che questo strumento sia fornito in cima di pinzette per estrarre eventuali calcoli: raccapricciante. Solamente a pensarci vien voglia di difendersi stringendo le gambe e mandando un inequivocabile segnale di brividi. Ciò rimanda anche al più angoscioso dei totem ipocondriaci: il catetere, con l’aggravante che quest’ultimo rimane fisso e attaccato ad un sacchetto che va a riempirsi di urina. Quando cammini sembra di avere accanto l’uomo invisibile con in mano un litro di camomilla. Vorrei rinascere per studiare bene la questione e vincere il Premio Nobel per aver inventato il catetere dolce, o un sostitutivo di questo crudele strumento di tortura.

2) La rettoscopia. Da wikipedia: “La rettoscopia è un esame endoscopico della mucosa del retto, che si realizza per controllare direttamente le lesioni della parete rettale, in particolare della mucosa e della sotto-mucosa. L'esame è di tipo proctologico, e viene eseguito semplicemente attraverso l'introduzione di uno strumento endoscopico rigido/flessibile”. Bene. Credo che una frase che contenga parole orribili come mucosa del retto, parete rettale e proctologico dovrebbe essere vietata ai minori di diciotto anni. Parliamoci chiaro: la rettoscopia è sodomia in piena regola con tanto di guardoni. Lo strumento rigido (RIGIDO!)-flessibile è lungo circa quindici centimetri con un diametro di circa due centimetri. Inoltre mentre il dottore ti infila lo strumento da dietro, l’infermiera che sta di fronte ti vede il pisello. Inutile precisare che in quel contesto malsano “esso” non dà proprio sfoggio di rigogliosità. C’è perciò una componente ulteriore di umiliazione. Lo stupratore e la guardona. Sodoma e Gomorra. Di solito lo studio dove viene effettuata la rettoscopia è a due porte di distanza da quello dello psicologo. La porta adiacente si apre su un sexy shop. La giornata solitamente comincia con un clistere (te lo metti nel culo da solo) e continua con l’esame suddetto (te lo mettono nel culo gli altri). La rettoscopia come metafora della vita.

3) La gastroscopia. E’ l’esame che consente di visualizzare l’interno del tratto gastroenterico superiore, costituito da esofago, stomaco e duodeno. Voi avete mai avuto la coscienza di possedere un esofago? E il duodeno? Sapreste, concentrandovi, localizzare esattamente dove si trova il duodeno ? Lo stomaco lo senti; è un tuo compagno di vita: lo inviti a colazione, pranzo e cena. Ma esofago e duodeno proprio no. Magari se non esistessero, forse non esisterebbe neppure la gastroscopia, quest’altra pratica brutale per cui una sonda del diametro di circa 10 mm ti viene inserita nella gola e procede il suo percorso nel suddetto tratto gastroenterico. Se ne sentono di voci sulla gastroscopia. La leggenda si sta facendo beffe della cronaca. Si dice che mentre hai questo dannatissimo tubo ficcato in gola, i medici ti “insufflano” aria per gonfiare ed analizzare alcune parti. Insufflano. I fastidi più frequenti sono: senso di soffocamento, nausea, conati di vomito. (Insufflano…?). Alcuni di noi più fortunati vengono sedati via endovena con dell’ottimo valium. Non male. Io amo la parola narcosi. Mi dà una sensazione di tranquillità (chissà perché…). Comunque se sto sotto valium, beh che mi insufflassero pure. Ho letto di una donna che è scappata col tubo in gola convinta che stesse morendo soffocata. Ma ho letto anche che adesso la gastroscopia transnasale sta sostituendo quella tradizionale. La sonda è più sottile e viene inserita nel naso per cui risulta meno invasiva. Io esigo di essere insufflato, però. L’esame deve essere effettuato a digiuno. Ma digiuno pesante: dalla sera prima. Gli esami che si svolgono a digiuno sono i peggiori. Anche ai condannati a morte viene concessa l’ultima cena. E non vengono insufflati.

4) Risonanza magnetica alla testa.
Il momento più divertente della risonanza magnetica avviene prima di essere infilati dentro ad un tubo per circa 40 minuti. E’ il momento delle domande, dei suggerimenti e del furto. I medici vi diranno che l’esame dura 25-30 minuti. I medici dicono sempre che gli esami invasivi durano meno di quanto effettivamente sarete costretti a soffrire. Qualcuno più spocchioso vi dirà: “Se sei abituato a prendere l’ascensore non c’è problema, vuol dire che non avrai fastidio”. Sì, come no! Se abiti al settimo piano ci vogliono 25 secondi per arrivare al pianerottolo. Quelli sono e quelli ci vogliono. L’ascensore non ritarda. Al massimo si blocca. E in quel caso scatta la claustrofobia. Coglione di un medico. Figuriamoci 40 minuti con la testa in un tubo mentre nelle orecchie imperversa una colonna sonora techno-psichedelica assordante. Però sei provvisto di campanello qualora ti sentissi male. E’ implicito però che, se ti azzardi a suonare il campanello, verrai additato come pippone, pusillanime, imbelle, donnicciuola. Con le laureande schifatissime di trovarsi di fronte un codardo cagasotto. Prima del test bisogna rispondere ad un questionario le cui domande variano da: “hai mai sofferto di claustrofobia?”(perché me lo chiedete, maledetti? Non è come prendere l’ascensore?); ad “avete protesi dentarie?”,fino a “hai mai fatto parte di una setta satanica?” . Poi il furto appunto. Devi liberarti di tutto ciò che potrebbe inficiare l’esame: collane, orecchini, anelli, cinte, orologi. Poi entri nel tubo e almeno dieci minuti li passi a fare l’inventario di quello che ti hanno tolto. Te lo restituiranno? E dopo altri dieci minuti pensi: “Non è che dovevo togliermi anche la capsula che ho sul molare?”. E’ una protesi dentaria? Terrorizzato dal dover ricominciare tutto daccapo, hai solo una possibilità: suonare il campanello. Buuu!Buuu! Pippone!

5)dulcis in fundo. La colonscopia. La metto al 5° posto solo perché, credo, si faccia sotto anestesia. Per il resto mi limito a copiare-incollare quanto segue:
L'esame viene effettuato attraverso l'introduzione per via anale di una sonda, detta colonscopio, che ha un diametro da circa 11 mm a 13 mm (non ci credo sono molti di più. Lo so, ci stanno mentendo). La sonda, munita di microcamera, mostra in tempo reale l'interno del colon. Per facilitare la penetrazione della sonda, il colon stesso viene dilatato insufflando (…) aria all'interno, procedimento che può risultare molto fastidioso e anche doloroso (aho, ma si fa con l’anestesia o no?) qualora il colon non fosse molto dritto (Adesso uno si deve sentire in colpa se non ha il colon dritto). La sonda deve risalire per oltre un metro all'interno del colon. La lunghezza della sonda varia dai 130 cm ai 170 cm (!!!).

martedì 25 marzo 2008

Happy Birthday


Cinque canzoni da ascoltare il giorno del compleanno, in bilico tra buon umore e angoscia esistenziale.


1) "Bullet with Butterfly Wings" degli Smashing Pumpkins. Perché è arrabbiata e trascinante e mi ricorda di quando pogavo al Black Out. E perché "Despite all my rage I'm still just a rat in the cage".


2) Un pezzo di John Coltrane. Uno qualsiasi. Perché dopo i 35 anni i cd jazz ti spuntano negli scaffali come i capelli bianchi in mezzo all chioma. Sono come l'analisi del sangue, una rottura di scatole ma te toccano.


3) "You're Only Human" di Billy Joel. Perché "I survived all those long lonely days when it seemed that I did not have a friend".


4) "Thunder Road " di Bruce Springsteen. Perché: "What else can we do now, except roll down the window and let the wind blow back your hair. Well the night's busting open, these two lanes will take us anywhere...". Uno il sogno lo mantiene. Certo è dura. Meno male che c'è il boss.


5) "Time" dei Pink Floyd. Perché il tempo è maledetto. Non si può non pensarci. Anzi, meglio andare contro il dolore e quindi: "And then one day you find, ten years have got behind you, no one told you when to run, you missed the starting gun....

e ancora: "The sun is the same in the relative way, but you're older. Shorter of breath and one day closer to death".


Buo compleanno a me!

sabato 22 marzo 2008

Quando i numeri sono spietati

Ho 37 anni e gioco spesso a calcetto. Da vari anni la media è di una volta alla settimana. Facendo un conto piuttosto approssimativo, credo di aver giocato nella mia vita circa 400 partite. Forse meno, ma forse molte di più. Ma non è questo il punto. Aver giocato 400 partite vuol dire aver fatto altrettante docce con gli altri giocatori. Quindi, tenendo sempre a mente l’approssimazione, moltiplichiamo 400x9 (ovviamente escludo me)= 3600. Ciò significa che nella mia vita, finora, ma il numero è destinato ad aumentare, ho visto 3600 uomini nudi e da vicino, prima, durante e dopo la doccia. Considerando che sto ragionando per difetto e mettendo nel drastico conteggio anche le volte che sono andato in palestra, direi che posso arrivare ad un totale di 3800. Quindi trattasi di 3800 uomini nudi in 37 anni. Manco a dirlo, le donne che ho visto nude nella mia vita sono invece di meno. Ma molte molte di meno. Parecchio sotto i 100. Ma parecchio. Sono numeri che mettono i brividi. Mica tutti ci pensano. E invece credo che si tratti di un’assoluta ingiustizia sociale, di una beffa del destino. Anche perché è matematicamente impossibile che io giunga in futuro ad un pareggio. Nemmeno se lasciassi il lavoro e mi mettessi a fare il guardone. E non sono l’unico a trovarmi in questa condizione. E’ pieno di uomini (vestiti) là fuori che nella loro vita hanno visto migliaia di esemplari dello stesso sesso senza niente addosso, mentre contano senza calcolatrice il numero di ragazze che si sono spogliate davanti a loro. Credo che ciò possa essere messo nell’elenco degli aspetti bizzarri che ci dovrebbero convincere una volta per tutte del nostro approccio sbagliato verso la vita quale dono di Dio o di chi per lui. Le differenze tra un eterosessuale che fa sport regolarmente e un omosessuale che non fa sport sono due: la prima è che il numero di uomini che un omosessuale vede nudi risulta inferiore. La seconda è che, però, quei pochi che l'omosessuale vede, li vede in stato di erezione. E questo vuol dire tanto. Poi ci sono gli omosessuali che fanno sport regolarmente che vedono uomini nudi in tutti e due gli “stati del sistema” e anche in quelli intermedi. Molto fortunati dal loro punto di vista. Sicuramente essere omosessuali offre molte più possibilità goderecce, statistiche alla mano. Alla faccia della ghettizzazione e dei pregiudizi. Credo che una riflessione del genere debba far considerare me e quelli come me, cioè il 99% degli uomini, degli invalidi. Ma nemmeno una pensione adeguata ci permetterebbe mai di correre ai ripari. A parte il corpo delle donne, il più meraviglioso dei regali offerti dal creato che noi uomini non riusciamo a godere nella sua interezza (sex included or not), ecco altre quattro cose che, a pensarci bene, rendono la nostra presenza su questa terra uno spreco assoluto.

2) Il numero di nazioni, città, monumenti, bellezze naturali, popoli, animali. Tutti noi lasceremo questo pianeta senza averne visto tutti gli angoli e i capolavori. E senza nemmeno mai avvicinarci alla totalità di essi. E pure di tanto. Molti di noi moriranno senza ad esempio aver mai visto il deserto. E’ come se a casa nostra non entrassimo mai in cucina o in bagno. Però passiamo circa sette anni della nostra vita seduti in macchina.

3) Il cibo. Altra meraviglia del creato. Di cibi ne esisteranno migliaia. E ancora di più sono tutte le possibili combinazioni dovute alla fantasia delle ricette. Non esiste alcuna possibilità che noi si assaggi tutto ciò che è commestibile sulla terra. E’ come se nella nostra cucina decidessimo di barricare il frigorifero.

4) I libri e i film. Quasi a tutti piace leggere libri e guardare i film. Dall’invenzione della scrittura ne saranno stati scritti milioni. Noi moriremo avendone letti sull’ordine delle centinaia, facendo una media tra gli individui più eruditi e quelli disinteressati a leggere. Lo stesso per i film , anche passando il resto della nostra vita in una sala o incollati al dvd, ne avremo visti una percentuale trascurabilissima.

5) Il dubbio. I nostri impulsi più inconfessabili, i limiti imposti da società, educazione, fobie. Molti di noi moriranno conservando intatti i propri dogmi, senza mai metterli in discussione. Sceglieranno di non scendere mai all’inferno, di non interrogare mai il lato oscuro. Senza mai quell’azzardo che fa sprofondare in una crisi. Molti di noi moriranno rifiutandosi di conoscersi del tutto. Come ricevere un regalo e leggere solamente il biglietto d’auguri.


giovedì 20 marzo 2008

Il derby

Per un tifoso mediamente avvelenato, concentrato e passionale, vincere un derby corrisponde ad una specie di catarsi da epopea fantasy, in cui il Bene ha finalmente la meglio sul Male. Una forzatura narrativa e faziosa ma stiamo parlando di tifo, no?
Per me il Bene è la Lazio: lo stile, il gusto, la sobrietà, la lotta contro avversità sportive e non di ogni genere che perseguitano questa squadra e questa società da 108 anni. E il Male viene ben rappresentato dall’altra squadra della città: l’arroganza, il fanatismo, l’autocelebrazione immotivata e la propaganda. Per non parlare dell’averla fatta franca da tante malefatte. Per qualche giorno le fanfare rimangono chiuse nello sgabuzzino, i titoli e i toni di una stampa schierata e intellettualmente disonesta si smorzano, i peperoni ritornano in cambusa. Ne guadagna anche la città. Ciò che successe nel 2001 e che fece vergognare la gente con un po’ di sale nella zucca di essere romani succede anche in piccolo quando questi altri si aggiudicano la stracittadina. Ecco un’altra differenza: loro non sanno né vincere né perdere. E nello sport è il difetto peggiore.

La mia top five dei derby più libidinosi:

1) quello di ieri. Perché è l’ultimo e l’ultimo gode sempre della vivida freschezza del ricordo. Vincere al 92° una partita che era stata sbloccata da una fortuna sfacciata (altra prerogativa della sponda opposta del Tevere) si avvicina alla soddisfazione di un orgasmo senza aver fatto sesso. E poi perché è l’undicesimo derby perso da Totti, un personaggio che ha smesso di essere solo un giocatore di calcio da anni, quando una strategia di marketing grossolana e adatta ai gonzi lo ha trasformato in prodotto da vendere, insabbiando i suoi atti sleali per inventarsi barzellette, record improbabili e gonfiando a dismisura ogni suo gesto tecnico. Mentre il record infranto ieri è importante: Totti è il calciatore che ha perso più derby nella storia del calcio romano. Il precedente record di 10 sconfitte apparteneva sempre a lui.

2) Il derby del 6 marzo 1994. Quello del gol di Signori sotto la nebbia, con un tiro all’incrocio dei pali nella porta della Curva sud e con rigore (inesistente, proprio un Totti agli esordi si tuffò in area) sbagliato da Giannini e parato da Marchegiani sempre sotto la sud.

3) Il Derby di Di Canio, quello del giorno della Befana del 2005. Perché la Lazio non ne vinceva uno da tempo, e Di Canio non fu mai abbastanza celebrato per aver fatto qualcosa di unico per un calciatore: segnare al derby a sedici anni di distanza, vincendoli entrambi. Una sorta di evento fenomenale che se fosse successo a maglie invertite sarebbero piovuti dvd, magliette e manifesti. Anche perché i tifosi giallorossi sono l’emblema del consumismo. Spendono tanti soldi e soprattutto tante parole. I laziali e anche i tifosi del resto dell’universo sanno porsi un limite.

4) Il primo dei derby del famigerato poker servito. Nella stagione 1997-98, la Lazio vinse quattro derby su quattro. Un record, vero. Non come quelli inventati per il popolo ignaro e inconsapevole che tutto magna e butta giù. Scelgo il primo, vinto 3-1 perché la Lazio giocò in dieci dal 7° del primo tempo. Espulsione manco a dirlo esagerata. E poi perché nella loro panchina c’era Zeman che passò dall’altra parte per dispetto e come colpo di teatro dopo essere stato difeso, amato (oltre i suoi meriti) dalla tifoseria biancoceleste. Ne perse quattro di fila l’allenatore boemo. Mai fare i dispettosi…

5) Non scelgo una vittoria. Scelgo un pareggio. Sì, il 3-0 del 10 dicembre del 2006 rimane storico, forse il più storico di tutti. Ma nei primi anni Novanta, Paul Gascoigne pareggiò di testa un derby al 90° ed esplose tutta la sua gioia in una corsa pazza “alla Gascoigne” sotto la nord. Scelgo questo per lui, perché in quegli anni Gazza era uno dei più forti giocatori del mondo. Alla Lazio, che di storie come queste ne può raccontare, si ruppe prima i legamenti del ginocchio e poi tibia e perone. Malgrado Paul giocò poche partite, 42 mi sembra, riuscì a trafiggere il cuore dei laziali. Scelgo questo perché Gazza adesso è un uomo solo, in compagnia dell’alcolismo e della droga. Mi fa piacere ricordarlo e tifare ancora per lui con l’orgoglio di averlo visto giocare con la maglia che amo di più al mondo.

martedì 18 marzo 2008

Campagna elettorale

Sto mantenendo la promessa. Sto boicottando la campagna elettorale. Non vedo, non sento e se possibile non parlo. Mi manda in bestia sentire parlare di duopolio e di voti inutili. Il duopolio è un’invenzione della propaganda. L’Italia è un paese frammentato e ricoperto di macchie umane tra loro diversissime dai tempi del Medioevo, figuriamoci se da un giorno all’altro qualcuno può decidere che tutti gli italiani debbano rientrare in due macrocategorie. Mi è bastato un giorno per vedere che i candidati non appartenenti a questi due carrozzoni ambulanti non hanno diritto di apparizione né di replica. In Italia si vota seguendo la tv. Quindi un sistema non democratico ha già deciso che al governo andrà uno dei due carrozzoni.

Inoltre non ne posso più di:


1) La bava biancastra ai lati della bocca di Casini.
2) Le risate sarcastiche e maleducate di Fini che, inquadrato dal regista connivente, vorrebbe confutare così l’avversario politico che sta parlando non inquadrato.
3) Il buonismo di Walter Veltroni che non solo vuole che il lupo e l’agnello vadano d’accordo ma se ci scappa tempo si potrebbero fare anche uno smorzacandele. (La pecorina no perché è politicamente scorretta).
4) Pannella con un numero di telefono appeso al collo.
5) Bruno Vespa che si esprime per acronimi e monosillabi: Pd, Pdl, Udc, Udr, ecc .






Trovo un po' grottesco che dal 1994 un personaggio che in qualsiasi paese civile non potrebbe candidarsi in quanto più ricco di tutti e padrone di tre televisioni, continui a dire le stesse cose, con lo stesso tono di voce, vestito allo stesso modo. Da quattordici anni. Mi sembra di essere rimasto chiuso dentro l’armadio di Dylan Dog. Tanto per rendersi conto usando altri parametri. Nel 1994:


1) Il ct della nazionale era Arrigo Sacchi e si giocavano i mondiali in America. Da allora sono passati tre campionati del mondo e tre campionati europei. Sulla panchina si sono susseguiti: Dino Zoff, Cesare Maldini, Giovanni Trapattoni, Marcello Lippi . Adesso c’è Donadoni che nel 94 giocava ed era un pischello.
2) Era in corso il primo mandato di Bill Clinton che ancora non aveva invitato Monica Lewinski sotto la scrivania. Clinton sarebbe stato rieletto nel ’96. Per altri quattro anni quindi. Poi ci sono stati altre due elezioni con altrettante vittorie di Bush. Quest’anno ci sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti.
3) Davo il mio primo esame all’università. Mi sono laureato da sei anni. Ed ero parecchio fuoricorso.
4) Steven Spielberg vinceva l’Oscar con Schindler’s List. Da allora, Spielberg ha girato: Jurassic Park 2: The Lost World, Amistad, Salvate il soldato Ryan, A.I. –Intelligenza artificiale, Minority Report, Prova a prendermi, The Terminal, La guerra dei mondi, Munich. A maggio di quest’anno esce il quarto capitolo di Indiana Jones.
5) L'americano Leroy Burrell correva i cento metri in 9'85''. Adesso il record mondiale di 9'74'' appartiene al giamaicano Asafa Powell che nel 1994 aveva 11 anni.

Il fatto è che gli italiani amano essere presi per il culo. Due personaggi sono riusciti in questo intento. Mussolini e Berlusconi. Uno ha governato per venti anni. L’altro la governa culturalmente dal 1980, dall’avvento dei network privati. Per dare un’idea del personaggio che ottiene circa il 50% dei voti, ecco la mia personale top 5 delle sue gaffes. Questo è un uomo che ha detto:

1) “Io sono per il sole, per la bandiera e per voi che siete giovani e belli”
2) “Nella Cina di Mao i comunisti bollivano i bambini per concimare i campi”
3) Mussolini non ha mai ucciso nessuno. Mussolini mandava la gente in vacanza al confino.
4) “Qui sono nati Romolo e Remolo”
5) Al presidente del Togo che spiegava che nel Malawi 13 milioni di persone stanno morendo di fame: "Bisogna accorciare gli interventi perché la nostra non sarà una tragedia, ma anche noi abbiamo fame."



Ma una volta, particolarmente ispirato, ha istruito i candidati del Polo dicendo:
Ricordatevi : repetita iuvant. Il discorso deve essere sempre lo stesso. Il pubblico che vi guarda in tv ha sì e no la seconda media, e neppure fatta stando sempre al primo banco. Alla fine sa dire al massimo: questo mi piace o questo non mi piace."

lunedì 17 marzo 2008

I blog too!

Non avrei mai pensato di aprire un blog. Sembra che vada di moda. Un motivo in più per non aprirne uno. E invece, tiè. Più che altro mi sfugge il processo interiore che porta a questa scelta. Non ho capito quando e come questa idea sia scattata. E più che altro come si è permessa di sorpassare sul rettilineo la mia pigrizia. In realtà sono convinto che esistano delle porzioni di tempo assolutamente insulse. Nella giornata, nella settimana, durante l’anno. Sono come le sabbie mobili. Ti ci trovi e non sai come uscirne. Sono periodi di tempo più o meno brevi che non sanno di niente. Come quando premi il tasto fastforward sul videoregistratore (o dvd o stereo): Qualcuno di voi mi spiega che diavolo di momento è quello? Ad aspettare che una cassetta vada avanti seguendo con l’orecchio il fruscio e con gli occhi il timer sul display? Nessun pensiero è troppo sciocco per poter occupare precisamente quegli istanti. Non si potrebbe cadere in coma e risvegliarsi qualche secondo dopo? Che ne so, i più religiosi magari pregano. Le donne contano per multipli di due (di paia di scarpe in paia di scarpe) Gli uomini fanno pensieri sprint sul sesso, ma in questo caso non ci sarebbe discontinuità.
Ecco, credo che il blog serva per avere qualcosa da fare quando sei circondato dalla palude. Quando quel fruscio dura veramente troppo. La notte puoi andare a dormire senza sentirti troppo in colpa e con l’impressione di aver fatto qualcosa. Sempre che la saggissima pigrizia non abbia ripreso in mano le redini del gioco.
Ecco la mie prime top 5: i momenti più insignificanti nella vita di un essere umano costretto come tutti a vivere in soggettiva:

BREVI:
1) Quando il dentista ti prende l’impronta: bocca aperta, occhi sbarrati e un plantare ammollato in gola.
2) Quando freni in prossimità delle strisce pedonali e aspetti che il novantenne zoppo e mezzo cieco che non usciva da quindici anni finisca di attraversare la strada.
3) Quando sei nudo davanti alla doccia e aspetti che arrivi l’acqua calda.
4) Quando ricarichi il telefono e ascolti lo sproloquio robotico della signorina che ti informa su bonus, offerte e cacchi vari.
5) Quando il barbiere interrompe il taglio per rispondere al telefono e tu ti guardi allo specchio e sei diviso a metà: mezzo naziskin e mezzo uomo di Cro-Magnon.


LUNGHI:
1) Il sabato pomeriggio se non ci sono le partite, nessuno ti risponde al telefono e non hai voglia di leggere (come dice Seinfeld: I guess what everybody else is doing on Saturday afternoon).
2) Quando rientri a casa dalle vacanze, con la casa che puzza di chiuso, le serrande bloccate e il cassetto delle mutande vuoto.
3) Quando sei costretto a stare a casa perché chi vive con te ha dimenticato la chiave e non avete uno zerbino.
4) Quando manca la corrente elettrica e ti accorgi che tutta la tua vita è una differenza di potenziale. E mica esci. No! Aspetti che torna.
5) Il ritorno a casa il giorno di Natale dopo le abbuffate coi parenti che non vedevi da un anno. Specie se torni verso le undici di sera. Che diavolo fai
?