domenica 28 aprile 2013

L'uomo del caffè



Si presentò alla porta fradicio dalla testa ai piedi.
La pioggia, martellante, aveva incominciato a ruggire dalla sera prima, mentre il treno che lo aveva portato in città fischiava il suo ingresso alla stazione.
Solomon ci aveva avvertito del suo arrivo con una telefonata stringata: poche parole, quasi uno scarno comunicato, pronunciato come se avesse un graffio alle corde vocali.
In quell’istante un lampo illuminò antenne e comignoli; svelò reticoli di crepe sull’asfalto e sciami di insetti senza nome: ad ogni cosa fu negato il pudore della penombra.  
Dio aveva acceso un fiammifero, lassù nel cielo.
Solomon era venuto a prendere il caffè.  Noi lo avevamo invitato a pranzo. Lo avremmo fatto altre volte. Ma lui rispondeva sempre allo stesso modo: “No, vengo solo per il caffè”. Lapidario e inattaccabile, col sul lessico ristretto.
Ci sedemmo a tavola, in silenzio, incuriositi e sulle spine. Il nostro rito quotidiano aveva un ospite: il più atteso e il più temuto.
“Che notizie ci porti, Solomon?”
La domanda di mio marito Joe separò il tintinnio dei cucchiaini dal borbottio di Solomon.
“Per me molto zucchero”.
Non c’era nulla di strano in quella risposta. Ogni volta che gli facevi una domanda, Solomon spostava il bersaglio, spiazzandoti.
Sorseggiammo i caffè.
Portando la tazzina alle labbra, Solomon esibì il suo gomito scorticato. E io immaginai il resto del corpo, infittito di cicatrici, macchie del destino, punte di pugnali e briciole di vetro sottopelle.
“Hai trovato lavoro?” chiese Joe, interessato al prossimo depistaggio.
“ Ci vediamo domani per il caffè”.
E intanto grattava lo zucchero dal fondo della tazzina con un’unghia sporgente dal polpastrello carnoso.
Io non potevo fare a meno di galleggiare nel flusso vischioso lanciato dal suo sguardo.
“A domani”, disse.
E si alzò, pronto a scaraventarsi nella pioggia; la camicia, ancora bagnata, si era appiccicata alla schiena. Una manciata di rimasugli di fango gli si staccavano dalle scarpe ammucchiandosi sul pavimento.
Sul collo il tatuaggio di una strega.
Io e Joe non ne parlammo quella sera. Ma la notte si affollò di risvegli brevi e frequenti. Il preludio nervoso di altri pomeriggi a venire.
Per noi Solomon era come una foto compromettente dentro uno scatolone in soffitta. Ti ci imbattevi quando ti eri scordato della sua esistenza, cercando altro, e riscoprivi la dissolutezza di quella testimonianza inconfessabile che non avevi mai avuto il coraggio di buttare. E continuavi a non buttarla.
Solomon la posa sconveniente, la recidiva di una malattia, una filastrocca perversa in un angolo della memoria.


Joe

Il telefono ringhiò alle prime luci dell’alba. Avevo gli occhi già sbarrati. Da dieci giorni Solomon chiamava puntualmente a quell’ora.
“Pronto, Joe”.
“Ciao Solomon”.
“Vengo a prendere il caffè oggi pomeriggio”.
“Sì, ci vediamo più tardi”.
Dieci telefonate clonate. Il timbro di voce di un burocrate, e io: la pelle d’oca, il cuore in affanno.
Dieci notti in cima al letto a rimuginare concetti senza forma, pensieri stropicciati e lisi.
Conobbi Solomon in un vicolo nei paraggi del porto. Un teppistello da quatto soldi e cento chili mi aveva appena rubato il portafogli.
Solomon lo raccolse da terra mentre il delinquente sputava i denti fra i rifiuti.
Rientrai nel locale insieme al misterioso giustiziere.
“La ringrazio signore per aver recuperato i miei soldi e i miei documenti, posso fare qualcosa per sdebitarmi?”
“Io prendo un caffè” rispose; le sue mani pesanti e ruvide bloccavano il tavolo impiastrato di alcol e saliva.
Rimanemmo in silenzio. E in silenzio lo vidi svanire nell’ombra dalla quale era comparso.
Quel pomeriggio, quando si sedette in soggiorno con me e Martha, fissai il suo viso rugoso, concentrandomi sulle palpebre rigonfie e illividite che coprivano con una piega irregolare la parte inferiore della pupilla.
Un incisivo spezzato godeva dell’umidità della sua lingua: un gesto che faceva di continuo, muovendo in fuori le labbra serrate, come se stesse masticando uno spillo.
Solomon non aveva data di scadenza.
Per come la vedevo io, Solomon era immortale.
Vidi la sua fotografia sul giornale una mattina di tanti anni fa.
L’unico sopravvissuto ad un pauroso incidente ferroviario.
Immaginai la sua flemma mentre tutt’attorno i visi si schiantavano sul pavimento, le teste fracassavano i finestrini, pezzi appuntiti di soffitti e pareti bucavano occhi
e squarciavano gole; mucchi di corpi senza vita ammassati fra il sangue e la sporcizia e lui, incolume, che trovava un varco nella morte.
La polizia lo interrogò invano; lui rimase zitto, le narici larghe come crateri annusavano una tazza di caffè fumante.
Per Solomon non esistono i punti interrogativi.
Notte dopo notte mi rigiravo nel letto. Conoscevo a memoria ogni centimetro del mio lenzuolo sgualcito e arroventato.
Quando decidevo orgogliosamente di arrendermi all’appiccicosa realtà insonne, mi ritrovavo a pregare. Con le mani giunte e gli occhi verso il soffitto, facevo uscire un sospiro di parole dalla mia bocca secca.
Farfugliavo. Ma il fragore del temporale complicava anche il più interiore dei dialoghi.
Pregavo che Solomon non tornasse mai più.
Ma Solomon è un uomo che ritorna, non un uomo che se ne va.
La testa e il cuore speravano solamente che scomparisse per un po’.
Un giorno, un mese, un anno.
E invece, di nuovo, mentre il primo chiarore aizzava i galli contro il cielo pallido, allungai la mano sulla cornetta del telefono.
Un altro giorno infinito chiedeva il suo dazio.
Un altro giorno ribadiva la mia resa.


Martha

Che Dio mi perdoni.
Con queste parole apro e chiudo ogni pagina di questo diario.
Tremo.
Oggi Solomon non si è presentato.
Sparito nel nulla. Via. Andato. Per chissà quanto.
Un giorno, un mese, un anno.
Ha smesso di piovere.
Anche oggi mi ero preparata ad accoglierlo.
Da padrona di casa, da moglie, da donna.
Speravo che il mio sonno profondo e i miei sogni inabissati nel fervore mi avessero impedito di sentire il telefono.
“Non ha chiamato” mi ha detto Joe, mentre preparavo il caffè, dopo il pranzo.
Ma certe consuetudini ti rendono imperterrita, in sospeso fra speranza e terrore.
Mi sforzavo di non fissare la porta a vetri, ma la visualizzavo con la mente immaginando l’ombra di quell’uomo; l’ombra che lo precedeva allungandosi e ingrossandosi fin su la tenda trasparente, dopo aver strisciato, oltraggiosa e liquida, sul viottolo del giardino.
La testa, il collo, il torace, le braccia, il ventre, le gambe, la forma delle scarpe.
Il prologo muto del suo ingresso in casa.
Poi il campanello suonava.
Aprivo sempre io; una mano sull’impugnatura della maniglia, l’altra che invece scivolava sulle cosce a disciplinare le pieghe della gonna.
Solomon entrava senza sorridere, mi camminava davanti, in direzione del soggiorno e io mi specchiavo nel nulla aggiustandomi i capelli.
Mi sentivo impettita. Ero impettita.
Lo vidi per la prima volta il giorno delle mie nozze con Joe.
Era seduto in un angolo del ristorante; con la lingua scavava il vuoto zuccherato di una tazza di caffè.
Chi è? Da dove viene? Quanti anni ha?
Lo chiesi a Joe qualche settimana più tardi.
“Si chiama Solomon. E’ l’uomo del porto”.
Non seppi più nulla di lui per molto tempo.
Lo lasciai impolverare in uno scatolone in soffitta, finché un giorno riapparve all’improvviso: eccolo, in mezzo alla strada, come partorito da una botola immaginaria.
L’uomo del porto. L’uomo del caffè.
Un neo minuscolo fra le sopracciglia. Sul polso destro il tatuaggio di un serpente. Sul mignolo un anello enorme e nero ammansiva i raggi del sole.
Lo invitai a casa per un caffè. Vidi Joe sorridere impallidito, aveva il colorito di una bambola di cera.
Fu in quell’occasione che ascoltai i dettagli sparsi e lacunosi della sua vita.
Il porto, il treno, gli incontri occasionali con Joe, i tanti caffè bevuti assieme.
Ma era Joe a parlare. Solomon stringeva un cucchiaino nel pugno e se ne stava in silenzio. Le labbra polpose e screpolate si muovevano come se stesse succhiando  uno spillo.
Io non riuscivo a stare ferma.
Solomon non mi guardò mai, ma io provavo imbarazzo, vergogna.
Percepivo la pelle che rivestiva la mia carne viva; la sentivo nell’atto di aderire, di combaciare. E per un istante ebbi un flash: la visione di me stessa dall’esterno. La pelle che avvolgeva come un guanto una donna. Me.
Ero agitata.
Univo e socchiudevo le gambe frementi e nervose; e ad ogni nuovo contatto tra le cosce ero sempre meno asciutta.
Avevo voglia di fumare una sigaretta sebbene non l’avessi mai fatto.  
Avevo voglia di sfilarmi le scarpe ed intrecciare le dita dei piedi.
Avevo voglia di ghiaccio sul mio seno rovente.
Avevo voglia di caffè.
Mi alzai dal divano con una scusa e mi precipitai in bagno.
Volevo che lo scroscio dell’acqua della doccia mi rendesse sorda. Che non avessi modo di ascoltare la mia ansia incontrollata. Volevo azzittire i palpiti.
Entrai nella doccia vestita e provai piacere nel sentire la stoffa attorcigliarsi sul mio corpo sotto il getto d’acqua bollente.
Non riuscivo a placarmi.
Lasciai scivolare la schiena lungo la parete e mi sedetti a gambe spalancate.
Le labbra si bagnavano di acqua e di saliva.
Gustavo il sapore dolce sulle mie dita molli.
Ero me stessa.
Rimasi lì a lungo, a piacermi e compiacermi fra le gocce e il vapore.
Quando riapparsi in soggiorno, Solomon non c’era più.
Il mio respiro era normale. Avevo la sensazione di aver tagliato un traguardo nel profondo dello spazio e che non sarei più tornata indietro.
“Lo rivediamo domani per un caffè” mi disse Joe.
“Potevi invitarlo a pranzo”.
“No, ha detto che vuole solo il caffè”.
Ora i miei sogni sono ritornati ad essere anonimi. Fra qualche mese smetterò di voltarmi verso la porta, di spiare le ombre in giardino, di sbirciare i polsi e i mignoli degli uomini.
La smetterò anche di origliare il mio corpo che ancora adesso mi sorprende coi suoi sbalzi incontrollati e mi fa precipitare nella doccia.
Acqua bollente. Stoffa. Un traguardo da tagliare.
Joe fa finta di niente.
Io ho ricominciato ad indossare la biancheria intima sotto il vestito.
Solomon è un uomo che ritorna.
Che Dio mi perdoni.




























sabato 9 ottobre 2010

L'anestesista e il culo



Non è il mio culo.
Ci mancherebbe altro. E non di certo per i punti di sutura che sono la parte più bella. E' proprio il resto che non va, e meno male che hanno messo la striscia nera della censura.
Questa è la prima immagine che trovate su google digitando le parole "cisti pilonidale". Ed è come mi ridurranno tra esattamente 11 giorni.
Ma avendo un culo molto più bello di quello nella foto che appartiene a qualche ciccione puzzolente onanista (io sono solo onanista), semmai dovessi pubblicare la mia foto post-operatoria (lo farò? non lo farò? con la striscia? senza striscia?) vi accorgerete della netta differenza.
Ma attenzione. La foto sopra è un taglio con applicazione di punti di sutura dopo un'operazione di rimozione di una cisti pilonidale (o sacro-coccigea) a cielo chiuso. Poi c'è quella a cielo aperto, cioè in pratica lasciano un buco talmente profondo dentro il quale, con un po' di fortuna, si intravedono persino le vostre pulsioni omicide, le fantasie sessuali più sfrenate e la locazione del cervello dove avete memorizzato la password di facebook.
Non vi posto la foto del doppio buco (c'è anche l'ano, don't forget) ma è una delle immagini in fila sempre su google. (Fatemi un favore: se siete stati così curiosi da andarla a sbirciare, mandatemi un commento...).

Ho conosciuto l'anestesista, che assomiglia a John Malkovich nella versione giocatore di poker nel film "Rounders".
Mi ha fissato col suo sguardo ad ago (deformazione professionale), masticando un biscotto, proprio come nel film.

Domanda: hai subito altri interventi?
Risposta: sì, mi hanno tolto un dente del giudizio occluso
Domanda: quando
Risposta: nel 1989
Domanda: a destra o a sinistra
Risposta: non me lo ricordo
Domanda: Non si ricorda?
Risposta: no.
risposta pensata: Mi pare a destra.
Ma non potevo uscirmente con "mi pare a destra", cazzo sono due le parti, o a destra o a sinistra.
Non puoi dire, "mi pare a destra". Non mi ricordo che ci posso fare.

Domanda: Le dà fastidio l'anestesia? E' allergico?
Risposta pensata: Ma io che cazzo ne so? Che dipende da me? vabbè l'anamnesi, però non posso mica prendermi queste pesanti responsabilità.
E allora se ti arriva un paziente urgente al pronto soccorso che non può parlare? Che fai, come capisci se gli dà fastidio?
Ci sarà un'anestesia speciale per gli astenuti? Beh, se sì, allora usi quella.
Non è che se poi MUOIO, la colpa è la mia perché su quella cartella maledetta ho dichiarato (ho firmato...) che non sono allergico all'anestesia.
Risposta ufficiale: no.

Domanda: E' allergico agli antibiotici?
Risposta pensata: Allora, John Malkovich di questa solennissima fava, ma qui chi è il paziente e chi il medico?
A quali antibiotici? E che vuol dire allergico? Qualche volta ho preso gli antibiotici per i denti o per la gola e il primo giorno mi sono cagato anche l'anima. La diarrea rientra nella casistica? E se sì, quanti spruzzi? E se è diarrea al fischio, quanti fischi sono necessari affinché io possa definirmi allergico?
Tanto gli antibiotici io li prenderò prima di operarmi, ma andrò lì a digiuno, e giuro sul Grande Spirito che la sera prima mi tengo leggero. Non ho intenzione di farmi scappare nulla dal buco ufficialmente messo lì dal Padreterno, prima dell'apparizione dell'altro buco messo lì dal chirurgo con la complicità di Malkovich.
E dopo?
Se le mie condizioni saranno come quelle del culo nella foto, voglio dire, ma come faccio a sedermi sulla tazza?
Su questo aspetto c'è un muro (del cesso) di omertà.
La cosa assolutamente più importante non me l'ha spiegata nessuno.
Sì, ok, non potrò sedermi per molti giorni. Dormirò di fianco, mangerò a pancia in giù, vedrò la tv in piedi, mi accompagneranno a fare le medicazioni. Mi scorderò come si guida una macchina.
Ma quando mi scapperà la cacca, cosa dice in merito la letteratura?
Come ci si organizza? Ho cercato pure su internet ma in nessun forum se ne parla, poi mi sono rotto, disgustato dalla valanga di culi maschili che ho dovuto visionare.
Esistono donne con un bel lato b che si sono sottoposte a questo intervento chirurgico?
Nessun segno.

Risposta ufficiale: no

Domanda: Fuma?
Risposta pensata: ma figuriamoci, che domanda, la farà giusto per routine. Poteva chiedermi anche se fossi appassionato di pesca subacquea o se mi piace spiare i canguri in calore.

Risposta ufficiale: sì, un pacchetto al giorno.

L'anestesista scrive 20 sigarette sulla cartella con serietà e zelo, marcando ben bene la penna sul foglio; l'inchiostro scivolava vivido. Pure la sottolineatura ci ha messo.
Ma è così importante? Io una cosa sola faccio nella vita... fumo...e questo comprometterà l'esito dell'operazione? Il mio culo si risveglierà dall'anestesia? Oppure ho fumato troppo? E io che pensavo che facesse male ai polmoni...

Integrazione della risposta: sì, ma sigarette leggere.
Questo non l'ha aggiunto.

Comunque mi tranquillizzo. Lo zelo, la passione per la propria professione, la scrupolosità delle domande, l'occhio di ghiaccio e il biscotto masticato mi confermano che questo è uno serio, uno che ci sa fare.
Questo è uno che mi farà un culo così.

Ultima domanda: Ma lei scusi, quanti anni ha?
Risposta: 39

L'anestesista: sulla cartella c'è scritto 59... si saranno sbagliati...
risposta pensata: Si saranno sbagliati? Ma che ti sembro uno di 59 anni? Ma che hai visto solamente culi nella tua vita di anestesista? Vuoi che te lo faccio vedere? Ti sembra il sedere di un quasi sessantenne?

Risposta: No, no, 39...si sono...sbagliati. (rido, in realtà tremo. Tutto quanto di buono avevo pensato su questo burocrate del sonno profondo va a farsi benedire.)

Esco dall'ospedale rassegnato. E decido di riaprire il blog dopo quasi un anno.
Perché sicuramente io MORIRO' sotto i ferri.
Fumo troppo. Ho 59 anni. Non mi ricordo qual è la destra e quale la sinistra. Gi antibiotici mi mandano in coma. Non potrò cagare per un mese.
Speriamo di lasciare un bel cadavere e soprattutto un bel culo.

lunedì 30 novembre 2009

La lingua rovente di Salisburgo

Freud diceva che le due cose più importanti della vita sono il sesso e il lavoro. In realtà non so nemmeno se tale affermazione corrisponda al vero, e google non mi aiuta a verificarlo. Ma avevo deciso di cominciare il post così, quindi, parto: sesso e lavoro. Detto da uno che per guadagnarsi da vivere se ne stava seduto a fumare il sigaro davanti a un divano a fissare capigliature unte c’è da riflettere. Però è anche vero che se non fosse esistito il sesso, probabilmente Freud avrebbe aperto un chiosco di zucchero filato nel centro di Vienna.

Sono sicuro però che, se fosse vissuto oltre il 1939 (google mi ha aiutato…) non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di osservare le dinamiche di gruppo che vanno in scena all’interno degli uffici o in qualsiasi altro posto dove è previsto un lavoro d’equipe.

E sono convinto che, tra un trattato sulla masturbazione e un saggio sull’uso dello zucchero filato nel trattamento contro gli stati depressivi, il vecchio Freud avrebbe sentenziato: “non permettere mai al tuo lavoro di limitare i tuoi orizzonti all’interno di quattro pareti, scimmiottando penosi diritti e inseguendo minuscole ambizioni”.

E avrebbe capito che l’imperativo è sapersi vendere. Vendere atteggiamenti, parole, ricatti, finzioni. E ogni ‘vendente’ deve saper individuare il ‘comprante’: quello che se la beve, che non sa osservare, che subisce.

I vendenti sono una macrocategoria che può essere suddivisa in vari microgruppi.

Ci sono i ‘Paraculi’: quelli che con le parole e gli atteggiamenti danno l’idea di lavorare molto più di quanto in realtà non facciano. Sono una specie di parassita che si attacca alle caviglie degli ‘encomiabili’(microgruppo appartenente alla macrocategoria dei compranti, quelli che solitamente lavorano di più ma a cui non viene attribuito il giusto merito), ne seguono la scia industriosa salvo superarli in prossimità del traguardo e davanti alle telecamere.

Solitamente i paraculi parassiti passano il tempo a fare riunioni o ad usare il telefono per effettuare richieste che fanno perdere tempo agli encomiabili e ad accollarsi meriti che non hanno. I paraculi sono quelli fingono di avere un senso del dovere, di essere encomiabili; quelli che sanno ‘non essere al posto giusto nel momento giusto’.

Tra i vendenti ci sono anche i ‘Fanatici ossessivi’. I fanatici ossessivi non fanno parte del gruppo di comando di un’azienda ma riescono ad influenzarne le decisioni usando le armi della superbia e del ricatto, finendo per vantarsi di essere una sorta di leader occulti. Per superbia si intende una esagerata stima di sé e dei propri meriti (a volte reali, molto spesso presunti), manifestata con un continuo senso di superiorità verso gli altri.

Per ricatto si intende l’insistenza e il chiasso con cui il fanatico ossessivo mette in evidenza una mancanza nell’organizzazione dell’azienda affinché essa venga colmata per il suo tornaconto personale. Una sorta di atto di destabilizzazione continuato, durante il quale il fanatico finge di non aver ottenuto ciò che invece otterrà in maniera tripla rispetto ai compranti.

Speculare alla figura del Fanatico ossessivo c’è la figura dell’ ‘Allisciante’, che tra i compranti è colui che si beve le sue cazzate al punto da assumere un atteggiamento ruffiano e genuflettente nei confronti di colui che l'allisciante ha individuato erroneamente come leader occulto per entrare nelle sue viscide grazie, nella speranza, un giorno, di poterne sfruttare la capacità di muovere le fila e di incidere su decisioni e cambiamenti.

Il canale di comunicazione tra un fanatico e un allisciante è protetto dalle ombre dei corridoi, dalla schermata di una chat, dai minuscoli caratteri di un sms, perciò da uno scambio di battute all’esterno dell’epicentro lavorativo, in un altrove in cui un invasato ossessivo può far valere al meglio la sua dialettica torbida.

Il comprante allisciante si convincerà che si tratta di scelte strategiche per il miglioramento della situazione.


Una volta Freud, sulla tazza del cesso, scrisse a Jung:

Caro Carl Gustav, ogni volta che qualcuno userà con te le parole ‘scelta strategica’, grattati le palle e recita una filastrocca antimalocchio.

Tuo Sigmund”.



I vendenti posseggono geneticamente un’astuzia che sa operare chirurgicamente nella scelta delle amicizie all’interno dei compranti. Questo è essenziale per impedire il compattamento dei compranti, i quali, se si alleassero, farebbero saltare i piani dei vendenti che sono: lavorare meno, ottenere più giorni di ferie, mettersi in prima fila nell’attribuzione dei meriti, ottenere premi in denaro, natura, cesti natalizi.

Ovviamente, per un comprante, persino per un encomiabile, stringere amicizia con un vendente, sia esso parassita o fanatico ossessivo, comporta il rischio di ritrovarsi nella categoria dei ‘Grotteschi’. I Grotteschi sono coloro che, pur irreprensibili dal punto di vista lavorativo, eclissano la loro identità dietro quella dei vendenti e impediscono ai compranti di tradurre la coscienza di classe in rivoluzione.

Il grottesco è infatti amico sia di un comprante che di un vendente, creando disagio al primo e favorendo il gioco del secondo, creando un’interruzione nel gruppo buono a favore di quello cattivo.


Una volta Sandor Ferenczi, mentre strofinava la sua bambola gonfiabile con una spugna insaponata, elaborò una lettera che avrebbe scritto a Freud una volta che si fosse asciugato le mani:

Caro Sigmy.

Innanzitutto ti suggerisco di non annusare questa mia, in quanto ci ho sbadatamente fatto cadere della cocaina e non credo di essere riuscito a sniffarmela tutta, per cui il foglio potrebbe contenerne tracce.

[…] questa teoria che suddivide i gruppi di lavoro in ‘vendenti’ e ‘compranti’ non mi convince, sebbene ci abbia studiato su parecchio. Mi chiedevo se, in quel bordello che frequenti il martedì a Salisburgo, ci potesse essere una ragazza disposta a fare da prestanome come autrice del saggio per prevenire il dissenso fazioso di quei merdosi drogati della critica accademica”.

Nasalmente con te

Sandj



Può succedere che, casualmente o per merito di un comprante più anarchico e illuminato (della categoria degli ‘Indispensabili’) il gioco di uno dei vendenti venga scoperto.

Se il vendente è geneticamente astuto saprà rigirarsi la situazione a suo comodo, facendo finta di entrare nel gruppo dei compranti, persino in quello degli encomiabili, pur proseguendo ad agire palesemente come vendente, perpetuando i suoi vantaggi con la complicità involontaria di un’altra categoria di compranti: i Supervisori Guerci, i quali a loro volta si dividono in Supervisori Guerci Logorroici (SGL) e Supervisori Guerci Taciturni (SGT o ‘sergenti di piuma’ secondo una definizione colorita nata in un bordello austriaco ai primi del Novecento).

Il Supervisore Guercio Logorroico è un sedicente psicologo autodidatta che,pur accorgendosi degli atteggiamenti controproducenti di un vendente, ne minimizza il tornaconto individuale in nome di un presunto giovamento collettivo. Considera cioè i vendenti come una sorta di male necessario che comunque per la legge dei grandi numeri non intralcerà il cammino dell’azienda verso un futuro radioso.

L’effetto collaterale numero uno della presenza di un SGL in un ufficio è lo sproloquio. Spesso un SGL condivide con un Fanatico ossessivo la convinzione di sentirsi Dio, o più furbo degli altri. Ma mentre un SGL auspica un miglioramento collettivo, un leader occulto pensa solo alle sue tasche e alla sua libido. Entrambi tendono a parlare a voce alta e a fare riunioni.

Il ‘Sergente di Piuma’, pur essendo uno psicologo migliore del SGL e pur convinto della necessità dell’eliminazione di un vendente per consentire un armonioso prosieguo del lavoro, conserva delle remore umane. Vorrebbe agire nel concreto, con cinismo, ma si trattiene dal farlo. E’ di piuma, dunque e non di ferro, pur essendo un osservatore acuto e consapevole.

Il rischio numero uno per un Sergente di Piuma è finire nella categoria dei Grotteschi.



Quindi, ricapitolando:


VENDENTI: Paraculi, Fanatici ossessivi

COMPRANTI: Encomiabili, Alliscianti, Grotteschi, Sgl, Sergenti di Piuma, Indispensabili



Con una precisazione. Gli alliscianti, nel loro diabolico perseverare la complicità con un Fanatico ossessivo e i Grotteschi nella loro debolezza che li spinge nelle grinfie dei Paraculi, finiscono per (de)meriti nella categoria dei vendenti. Sono colpevoli senza carisma, controproducenti senza astuzia.



Gli indispensabili sono coloro che hanno uno spiccato senso dell’osservazione, capiscono che il loro senso del dovere, la loro sensibilità e il loro senso della responsabilità possono ritorcersi contro.

Si accorgono della disonestà dei Paraculi, dello squallore dei Fanatici ossessivi, della trappola in cui finiscono i Grotteschi, del basso profilo degli Alliscianti, della confusione mentale degli Sgl, del buonismo inutile dei Sergenti di Piuma. E sanno di sostare su un crinale. Possono precipitare o salvarsi.


Per loro vale il virgolettato di cui sopra: “non permettere mai al tuo lavoro di limitare i tuoi orizzonti all’interno di quattro pareti, scimmiottando penosi diritti e inseguendo minuscole ambizioni


Per loro vale il rilievo empirico effettuato da Jung e così riportato a Freud che lesse e conservò la lettera dell’allievo nel suo quaderno di appunti “Le mie perversioni preferite”



Caro Maestro

Sono costretto a contravvenire ad una regola fondamentale della seduta analitica.

Ho qui un paziente che rientra nella categoria degli Indispensabili, secondo la ripartizione teorizzata da Olga ‘la lingua rovente di Salisburgo’, che per bruciori allo sfintere vorrebbe accomodarsi sul divano a pancia sotto.

Ho acconsentito, ma sentivo il dovere di avvertirla.

Analmente devoto

C.G. Jung

martedì 6 ottobre 2009

Affittasi appartamento

Affittasi appartamento zona San Giovanni/Manzoni. Camera angolo cottura bagno vista panoramica. 550 euro. Tel. ****

Prima telefonata. Risponde una signora anziana.
- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Lavoro per un’azienda editoriale che vende servizi ai canali televisivi
- Eh?
- Faccio il giornalista
- Ah. Uhm. Richiami domani sera. La signora che ci stava si è portata via le chiavi.


La vecchina possiede probabilmente un curriculum da portinaia, ed è poco avvezza a quei mestieri che non si descrivono con una parola secca: idraulico, fornaio, elettricista, magnaccia. Appena ho letto l’annuncio su Porta Portese ho avuto subito il sospetto che fosse un appartamentino adatto a una squillo, ma considerando il prezzo e la zona, ho pensato di fare comunque un tentativo. Questo appartamento me lo immagino più come una mansarda, un buco da 20 mq coi bacarozzi striscianti dietro la carta da parati, l’odore stantio di una videoteca porno senza finestre e una abat jour col coprilume spelacchiato sul comodino.

Seconda Telefonata. Risponde la stessa persona.

- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, ho già chiamato ieri, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Lavoro per un’azienda editoriale che vende servizi ai canali televisivi
- Eh?
- Faccio il giornalista
- Ah. Uhm. Richiami lunedì, che torna mia figlia.


La zona San Giovanni è affollata di prostitute. Questo lo so grazie alla pagina con l’elenco delle massaggiatrici sul Messaggero che è stata per anni una delle mie letture preferite. Una lettura rilassante, essendo un elenco di annunci, e una miniera d’oro per fervide fantasie. Dopo un po’ si comincia ad entrare in confidenza con il lessico scarno che in tre righe cerca di descriverti il tipo di prestazione che ti aspetta: esplosiva, completa, piedini dolcissimi, giochini meravigliosi.
Altri termini in voga negli annunci: statuaria, senza taboo, severa (per chi ama il siparietto padrona-schiavo), massaggio cinese, snella (questa mi è sempre piaciuta, perché per anni l’immaginario delle prostitute visualizzava quelle matrone ciccione sedute a via di Tor di Quinto su una sediola di legno accanto al fuocherello. Sono personaggi che ormai sono stati spazzati via ma che rendevano il ‘puttan tour’ l’equivalente di un safari felliniano). Sapere che troverai una snella è una garanzia, sebbene la snellezza sia relativa e trattandosi di vendita del corpo, è anche normale gonfiare il prodotto o, nel caso in questione sgonfiarlo. Mi fa ridere quando leggo la parola “disponibile” e penso: ci mancherebbe altro. Come se su un ipotetico annuncio di una funzione religiosa scrivessero “è prevista la comunione”. Qualcuna scrive anche “coccole”. Credo che sia per tranquillizzare il cliente timoroso di trovarsi una belva feroce che ti scaraventa sul letto e cinque minuti dopo ti dà un calcio in culo dopo averti spillato 100 euro . La parola coccole presuppone una certa calma, un incontro di sesso con tisana e chiacchierata incorporate, e curiosità sul cosa farai domani, come va il lavoro e fammi vedere una foto dei tuoi bambini. Insomma una scopata in santa pace, parcheggio blu permettendo.


Terza Telefonata. Ancora la vecchia

- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, ho già chiamato ieri, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Lavoro per un’azienda editoriale che vende servizi ai canali televisivi
- Eh?
- Faccio il giornalista
- Le passo mia figlia
- Ah, è tornata! Grazie mille


- Sì?

- Salve. Ho letto l’annuncio dell’appartamento a San Giovanni, ho già chiamato ieri, sarei interessato, posso prendere un appuntamento per vederla?
(giuro di aver ripetuto sempre la stessa frase e sempre con lo stesso tono di voce)

- Ma è per lei o per una ragazza?
- Per me.
- Ah! Uhm. E che lavoro fa?
- Faccio il giornalista
- No, guardi NOI NON ABBIAMO BUONI RAPPORTI CON I GIORNALISTI. Arrivederci e buona ricerca.

Ecco, non so se mi ha fatto più ridere la mia disperata insistenza conclusasi con questa frase da rotocalco o la frase in sé. Per qualche minuto mi sono anche vantato con me stesso: al telefono devo proprio sembrare uno di quei reporter cazzutissimi che stanno portando avanti un’inchiesta sul campo. La signora avrà pensato di finire in una puntata de “Le Iene” con la voce contraffatta e le immagini supersgranate. Forse nemmeno era un appartamento per le prostitute, chissà. La voce della figlia suonava più come quella di un usuraia, una cravattara come si dice a Roma. Ma certe convinzioni è giusto conservarle e quindi so che per qualche giorno ho sfiorato l’ingresso in uno di questi luoghi leggendari, in cui, quando sei un adolescente, vorresti capitare per sbaglio o visitare solamente per vedere come sono fatte le ragazze, un puttan tour casalingo alla fine del quale poter scegliere la tua preferita.
Sarei proprio curioso di conoscere la prossima affittuaria di quell’appartamento. Sarà una frizzantissima moretta? Una severa con strepitoso decolletè? O una simpatica (due risate non guastano mai…) bolognese (da cui la barzelletta sui tortellini…)?
Meglio non indagare. Niente giornalismo d’inchiesta. Non si sa mai, potrei suonare il campanello e trovarmi di fronte una “Trans nera grandissime emozioni”. Quel grandissime lascia davvero poco spazio alla fantasie. E camminare rasente il muro con tutti quei bacarozzi non sarebbe davvero un’esperienza da sballo.

domenica 13 settembre 2009

Canne e torsi nudi

Una cosa era certa: nel corso della serata mi avrebbero passato una canna e io avrei rifiutato. Non è facile rifiutare una canna. E come lasciare un amico. Che gli dici? Ho bisogno di vedere altri uomini? Non che sia imbarazzante, però quando rifiuti una canna, ti notano, perché rendi discontinuo un rituale. Durante il cerimoniale del fumo è sottinteso che tutti debbano partecipare. Cazzo, ci stiamo drogando qui, è una cosa seria. Per questo, durante la Messa non è che il prete va a offrire l’ostia tra i banchi, ma sono i fedeli che si recano all’altare. Altrimenti, come potresti rifiutate l’ostia senza passare per un peccaminoso miscredente? E che ci sei venuto a fare in chiesa se non ingoi il corpo e il sangue di Cristo? Per questo i cerimoniali cattolici sono di una perfezione teatrale assoluta. Troppi secoli di canne dovranno passare, per avvicinarsi alla perfezione di quel meccanismo. E poi, c’è un comandamento che recita: “la canna si passa e non si chiede”. Nessun comma, invece, è stato ancora pubblicato sul rifiuto della canna. Nemmeno puoi dirlo prima che non hai intenzione di fumare. Non si può, non è previsto dal rito. Rifiutare una canna è come andare a un matrimonio in jeans e scarpe da ginnastica. Ti notano. Quando le canne non le rifiutavo, non è che poi ne traessi beneficio. Non ne ho mai tratto beneficio. Anzi. Una volta mi ha scatenato un attacco di panico, ho perso i sensi, avevo il cuore a tremila. Certo, dentro c’era tutta marijuana, ma vaglielo a spiegare a quello che certosinamente ha ammucchiato, squagliato, rollato, acceso, aspirato. Quello che gira la canna è il number one della fase della serata in cui, per un tacito accordo, ci si allenta, tra sorrisi e ammiccamenti, secondo uno schema ben consolidato. Dopo tanti anni ti rendi conto che è una grossa bufala, una simulazione di libertà e clandestinità. Frottole. Non scambierei più un minuto di lucidità con un grammo di hashish. Ormai è roba da pischelli che almeno non sembrano patetici. Quando vedo ultratrentenni, madri di famiglia con l’abbigliamento ormai inopportuno e il culo svaccato dichiarare che ogni tanto ci vorrebbe una canna, penso subito: “spero di non essere lì quando accadrà”, perché è uno spettacolo pietoso. Meglio la chimica, le pasticche, il valium. Più decoroso, e non devi aprire le finestre. Cinquantenni col riporto bianco e i mocassini che si danno un tono sfiammeggiando un tozzetto di fumo; oppure zitellone con pappagorgia incipiente che si appoggiano di fianco sul divano, si levano le scarpe e mugolano aspettando il loro turno. Inadeguati. Per farsi le canne bisogna avere l’età giusta, il fisico giusto, l’abbigliamento giusto. Non ti puoi fare una canna in giacca e cravatta, se sei presbite, se hai gli addominali flosci, se sei calvo (non rasato, rasato va bene), se hai passato la giornata tra scartoffie e pannolini, se l’ultima volta che hai letto che dopo una certa età devi controllare la prostata ti sei ricordato di ricordartelo. Il fatto è che quando rifiuti di farti un tiro, non è che ti porti appresso il tuo curriculum di giovinastro scavezzacollo che una volta si faceva le canne. Conta il presente. E il presente dice che tu sei uno sfigato, un po’ asociale, che passa molte serate in casa, ha un lavoro che non lo soddisfa e una vita sessuale frustrante. E’ un “chi ti credi di essere?” col segno cambiato. Agli occhi delle femmine del gruppo fai la figura del rammollito. Chi rolla e squaglia è il guerriero con cui fare un figlio, che sarà vigoroso, cazzuto, fumato e parecchio figlio di mignotta. Tutto questo lo pensavo in attesa che aprissero la porta di ingresso. Arrivare tardi a serate del genere ti fa sentire un intruso. La cena è storia ormai, e hai mancato il momento per sfoggiare un po’ chi sei veramente, e metterti al riparo dai giudizi. Se arrivi con gli avanzi nei piatti, le macchie di vino sulla tovaglia e le fiammelle della candele dondolanti come unica fonte di luce, sei perduto, non puoi passare inosservato e forse dovresti farti controllare la prostata.

La mia amica mi accoglie con uno strascico di risata, prova inoppugnabile che ci si sta allentando a dovere. Dico: “ah, siete sul terrazzo”, e lei: “certo, come sempre e tu sei l’unico con la maglietta”. Ecco. Tanto per mettermi a mio agio, mi ricorda che sta avendo luogo un rito, e ogni rito esige una maschera. Tanto per farmi sentire a mio agio, mi sta dicendo che dovevo uscire a torso nudo da casa e che se da lì a cinque minuti non mi toglierò la maglietta sarò il solito che non riesce e lasciarsi andare in un coinvolgimento coinvolgente. Questa me l’ero persa, cazzo: la maglietta. Ero troppo concentrato sulle canne. Esco in terrazzo. Tutti gli uomini sono a torso nudo e le donne sono tutte, tutte, sedute a gambe incrociate, tipo posizione yoga. Si stanno facendo una canna. Imprevedibili. Quello che ha squagliato, rollato, acceso, aspirato lo noti subito. La ragazza che sta fumando in quel momento, sta aspirando e strizza gli occhi, ascoltando con devota concentrazione i discorsi profondi di un tizio. Lo guarda come se davvero stesse dando sostanza al suo momento: - sono allentata, libera, sto fumando dell’ottimo fumo, cioè, alla fine di una gustosa cena (etnica), tra gente un po’ alternativa, cioè, e partecipo a questa condivisione cioè, di pensieri, cioè, opinioni, fuori dagli schemi, in una dimensione che cioè finalmente è la mia, cioè.

E annuisce. Si sta proprio facendo una canna in una serata senza difetti. Per lei il sole oggi è sorto e tramontato esclusivamente per questo.

Io ho altri problemi. La maglietta. Se adesso non mi tolgo la maglietta, ci faccio una figura da cazzo che si impennerà nel momento in cui mi passeranno la canna, e io dirò “no, grazie!”. Sono circondato. Ma uno che nella vita fatica per toccare un livello minimo di dignità, può sopraggiungere in un momento del genere e togliersi la maglietta? A serata iniziata, a cena conclusa, con tutte le femmine con le gambe incrociate e le infradito illanguidite fra le gambe del tavolo? Il fatto è che se sei l’unico che tiene la maglietta, stai a tuo agio più o meno come se all’improvviso ti mascherassero da testimone di Geova e, col calzino bianco che occhieggia dal risvolto dei pantaloni e l’opuscolo in una mano, ti costringessero a ballare sul cubo. Ma se decidi di tenerla c’è il rischio enorme che qualcuno ti indichi, in un momento di pausa, ribadendo “ma sei l’unico con la maglietta”. E’ semplice. Se sei a torso nudo sei rilassato e fico, se tieni la maglietta ostenti involontariamente disagio.

Nel frattempo, prima di sedermi, voglio capire la direzione del passaggio della canna. Senso orario o antiorario? Così mi sistemo nella direzione opposta e spero che prima che il giro termini succeda qualcosa: si esauriscano tutti gli accendini, inizi a piovere, ci sia una qualsiasi calamità naturale, compresa un’insurrezione delle infradito e delle magliette ammucchiate chissà dove.

La ragazza che ha trovato una dimensione, con gesto calcolatissimo e allentatissimo allunga il cartoccio fumante e fragrante alla sua destra. Afferro una sedia e mi accomodo alla sua sinistra. Per far vedere che sono un po’ fico anche io, sistemo la sedia al contrario e mi appoggio con i gomiti sullo schienale. Certo, sembro un po’ un cowboy in un western anni cinquanta, ma mi garantisce un minimo di protezione. Urge prendere tempo, calarsi nel buio, scomparire. Quello che sta fumando adesso ha una faccia da cazzo e atteggiamenti da leader e un kit di ordinanza che prevede: chitarra, capello spettinato, addominali rigidi, occhi azzurri e niente peli sul torace. E’ lui che ha cucinato l’etnico e rollato la canna. Altro da dichiarare? Che ne so, sei pure ricco e col cazzo grosso? Hai pubblicato due romanzi, sei cintura nera di qualcosa, fai l’attore, c’hai tre amanti, me voi menà? Quando vedo che passa il mozzicone bruciacchiato e ormai minuscolo della canna e si accinge a rollarne un’altra, giuro a me stesso che la prossima volta rimango a casa e mi faccio cento fotografie in cui sto fumando una sveglia di canna da mezzo metro, a torso nudo, col tatuaggio sulla schiena e le pubblico su facebook, dopo accurata manipolazione con photoshop. Ok, si ricomincia, penso. Dopo un paio di boccate sapienti, Mister Terrazzino 2009 porge lo spinello (sì, me so rotto di dire canna, almeno se devo sembrare sfigato, uso pure il termine sfigato!) alla mia amica, che nel frattempo, guardando Il Guerriero del Calumet, ha sbattuto talmente forte le ciglia che ha sparecchiato pure la tavola della signora dell’ultimo piano. Il giro è stato invertito, io mi abbraccio alla mia sedia da cowboy come se stessi per annegare.

E la ragazza che ha trovato una dimensione, con la voce impastata, fa: “no, no, dalla a lui. Lui non ha ancora fumato. Lui. Quello con la maglietta”.

In cielo nemmeno una cazzo di nuvola.

giovedì 6 agosto 2009

Dialogo

Senti…
Dimme..
sabato mattina
vado a sceglie a corda pe impiccamme a ferragosto
me accompagni?
e che ce bisogno dea corda...
sì, voglio uscì de scena a penzoloni
se mettemo na bella giacca imbottita de pietre e se ne annamo ar centro der lago cor pedalò…
è nattimo!
ma soffrimo troppo
...a parte che al lago manco c'è bisogno de e pietre
scusa allora famola scenica
famo parla de noi
tipo se buttamo da sopra er colosseo
ma verso dentro o verso a strada?
verso a strada
co i turisti atterriti
ambè, sennò ce se magneno li gatti
cosi parleno de noi pure lamericani
famo uno ar colosseo e l'artro a caster sant angelo
così le tv devono pagà er doppio dei giornalisti
èvvero...armeno damo da magnà a quarche poveraccio

sinnò famose esplode davanti montecitorio
diventamo eroi
però se esplodemo poi nun ce riconoscono
e de milite ignoto già ce ne sta uno
ma si chiamamo andrea e ie famo filmà tutto?
andrea c'ha a sciatica, nun te ce viè
ce se rifa a gamba nova co i soldi che pia
ie famo mette quella de mihajlovic cosi tira pure forte
ahahaha
ahahahaha
ma er video poi? o mettemo su feisbuk?
ma no direttamente alla rai
a fininvest
deve parla er monno de noi
mediaset...a fininvest nun esiste più
armeno semo varsi a qualcosa
ah sì, me so sbaiato
prima mannamo un messaggio a tutti
er giorno de feragosto vedete er tiggì
se se
pensa si nun lo vede nessuno
ahahahah
poesse
pensa che morte inutile
magari pensano che semo morti pe n'ideale
ma noi nun c'avemo ideali
pensa se ar funerale nun viè nessuno
co sto callo, nun viè nessuno no
anzi ce venghino a profanà a tomba
e così diventano famosi loro
pensa che presa per culo
ahahaha
ma de chi era a tomba?
boh
de due
du poracci
manco ce scrivono i nomi
mettono na targa co scritto...du poracci
senza foto
pure senza targa
scritto a penna
ricordamose de spegne er cellulare prima de ammazzasse
perche?
se scarica a batteria
ahahah
che cazzo te frega tanto mori
ah èvvero.

martedì 28 luglio 2009

La notte di Bruce


Bisognerebbe vederne almeno 3 o 4 di concerti del Boss, per ogni tour. C’è chi lo fa, e un po’, anzi molto, lo invidio. Perché dopo le ‘tue’ 30 canzoni per 3 ore, sai che ce ne saranno altre, la sera dopo, in un’altra città. Diverse. E che quella scaletta conterrà proprio quei pezzi che tu desideravi ascoltare. Certo non ci pensi quando sei nel pieno dell’ebbrezza, con le luci dello stadio a giorno a saltare e ballare e strillare come un forsennato “Twist & Shout”. Sei stremato. E lui, lassù sul palco avrebbe ancora un paio d’ore di benzina e sudore da versare.
Bruce. Roma, 19 luglio 2009, ore 22.30: Uno – Due…BADLANDS…L’avrà cantata un milione di volte, eppure sembra che quella che stai ascoltando sia la versione definitiva, quella che ti salverà la vita. Badlands è una canzone sulla resistenza, la fuga e la ribellione. Come Thunder Road. Che quando iniziano le note, vorresti avere una bottiglia per versarci le tue lacrime e non vedi l’ora che lui stia zitto e tu, insieme ad altri migliaia di seguaci impazienti e invasati, possa urlare: “Show a little faith, there’s magic in the night, you ain’t a beauty buy hey, you’re alright…”. E quel momento arriva. come in ogni liturgia che si rispetti. Come il coro di Born to Run. Potresti urlarlo ogni giorno: alzarti la mattina, lavarti, mangiare, lavorare, amare, ammalarti, guarire, solo per quello, per quei pochi versi che esplodono in mille pulsioni. Bruce, il desiderio. Il cuore che ha fame. Hungry Heart. E di nuovo, come se non avessimo fatto altro nella vita, come se fossimo venuti al mondo solamente per questo, quelle parole ti schizzano fuori dallo stomaco. Bruce e la notte: luogo deputato di centinaia di storie. Però a un certo punto, della notte non ce n’è più bisogno. Ci siamo rincontrati, di notte, ci siamo scrutati nell’oscurità; una comunione di anime e desideri, di notte; di perdenti ancora infiammati di vita, di notte. Poi il buio diventa superfluo. La notte l’hai assimilata. Ecco perché i suoi concerti finiscono con la luce del giorno. Così ci si può finalmente guardare negli occhi, guardarlo negli occhi, frugare fra i nostri graffi, che dall’ultimo concerto, sono diventati più numerosi e profondi. Come i peccati e i fallimenti. Possiamo mostrare spavaldi i nostri visi esaltati, radunarci intorno al suono del sassofono-totem di Big Man, raccogliere tutti i pezzi e finalmente ricostruirsi, rivedersi come in una fotografia. Il cuore che impazza sotto i colpi della batteria di Max Weinberg. Solamente chi ha visto Bruce Springsteen dal vivo può capire. Con Bruce si torna a casa. Una casa che sta su un confine. Un confine da cui si vede tutto. Una piccola Promised Land di consapevolezza zippata in tre ore. Capisci in quegli istanti, che è quello il tuo posto nel mondo. E da nessun’altra parte. Ogni volta va in scena una specie di rapporto carnale: la notte, il fuoco, il desiderio, la passione, l’estasi.
Ci sono 3 concerti in uno. Nella prima parte di rendi conto che hai davanti a te la più grande rock’n roll del mondo. Tecnicamente eccelsa. Nella seconda, imprevedibile, Bruce raccoglie le richieste del pubblico scritte su dei cartelloni e decide lì per lì quali pezzi suonare. E’ il momento più gustoso: si apre lo scrigno dei gioielli e dei ricordi. Sei contento, ma rimani deluso. Sei deluso, ma fuori di te per la contentezza. Perché non è mai come ti aspetti.
Niente Drive All Night, niente Backstreets. Niente Cadillac Ranch. La scaletta perfetta non esiste. Accidenti. Poi, il concerto, inteso in maniera tradizionale, con la scaletta scritta di suo pugno, ricomincia e raggiunge il top con Born To Run. Quella è la linea di demarcazione, tra la fine del concerto e i bis, tra la notte e il giorno, tra le sorprese e altre sorprese. Perché i bis non sono sempre i soliti. Sì, la maggior parte delle volte pesca da un gruppetto di una quindicina di canzoni. Ma a Roma, inaspettatamente, ecco che dedica “My City of Ruins” ai terremotati abruzzesi. Ecco che riprende un cartellone (ma non erano finite le richieste?) e si scatena con You Can’t Sit Down (e questa da dove diavolo l’ha tirata fuori? Perché non la conosco? E’ una cover? Sì, è una cover). E ancora, Dancing in the Dark. Ballare nelle tenebre, Ma le tenebre non ci sono più.
Bruce ti dà la misura di ciò che un artista può fare sul palco. Ti rendi conto che gli altri sono indietro, indietrissimo. Non si concedono, non trascinano quanto potrebbero trascinare. Non danno tutto di loro stessi. Non c’è la stessa alternanza magica fra momenti seri e cazzeggio. La generosità. La semplicità. Il furore del rock. L’allegria. Dopo un paio di canzoni, all’inizio, Bruce si sposta la chitarra sul fianco, afferra il microfono, scende un paio di scalini e via, si mescola col pubblico, ci si impasta. E’ il segnale dell’amico che rifiuta qualsiasi formalità e solennità. Come se ci fossimo visti la sera prima a cena: il palco non è, mai, un altare sacro e irraggiungibile.
Mentre vado via, e non stacco gli occhi dallo stadio, ci penso. Ai rimpianti. Ad averlo visto così poche volte. Non poteva esserci nulla di più importante, di impellente. Non poteva esserci un motivo migliore per infilarsi in treno, in macchina e raggiungere una città, uno stadio, una notte (che poi diventa giorno). Per fuggire verso me stesso. Che avevo di meglio da fare, quando tra me e lui c’era solo una striscia d’asfalto? Penso con malinconia che tutto questo sta per finire. Che la E Street Band non è eterna. Che sono vecchi. Che Big Man sta male. Che potrebbe essere l’ultimo concerto. Che Bobby Jean non esiste. Che tante, troppe canzoni non sono riuscito ad ascoltarle dal vivo. Che pure stavolta non ha fatto The River. E che voglio tornare all’inizio, a Badlands:
“you wake up in the night,
with a fear so real,
spend your life waiting for a moment
that just don't come,
Well, don't waste your time waiting…”

giovedì 2 luglio 2009

Misantropia e stereotipia

Quando ho visto che aveva la barba e quando ho sentito la cadenza bolognese e quando ho notato il gesto morbido con cui ci offriva del vino usando la frase “volete bere una cosa?” mentre indicava la tavola, non ho esitato a guardargli i piedi. Oh, yes, aveva i sandali. Ovvio.
Era l’inizio di una serata choc. I gesti erano quelli visti e rivisti dell’alternativo dai ritmi blandi, quello che “io senza una bottiglia di vino, la sera, non mi rilasso”, quello che almeno una volta ha pensato a trovarsi una dimensione. Vecchio, roba vecchia. Muffa.
Bene. Anzi male, perché ci sono dentro. Continuiamo. Quando mi siedo accanto agli altri commensali, la cerco. Non può non esserci. Se guardate un film western, deve esserci una pistola. Se guardate un film romantico, alla fine il bacio ci scappa. Ed infatti, eccola lì, appoggiata sul bracciolo del divano. La chitarra. Pronta all’uso, da lì a poco. Il bolognese (in bolognese) ci annuncia che la sera successiva ci sarebbe stata ancora bisboccia, perché la coinquilina americana avrebbe lasciato la casa. Noi eravamo invitati. MI dico: “lo dirà?”. Non userà proprio quella parola. E invece. “Domani sera se vi va di passare, c’è un festino perché Kris va via”.
La barba, i sandali, la chitarra. Il festino. E in bolognese. Lessico scontato. Quel lessico che ti spalanca la porta della cantina degli orrori. Perché in realtà tu vivi sperando che gente del genere si sia estinta. E invece c’è ancora.
Quando mi trovo al cospetto di stereotipi tendo a mettermi la mano sul mento e a roteare gli occhi, almeno finché non sopraggiunge il mio tic che si impenna davanti ai discorsi di cui già conosco inizio, itinerario dialettico e conclusione, quei discorsi che ti vengono spacciati per un filo perle di saggezza. Muffa.
Per la cronaca, Kris non c’e’. La valchiria bionda con due grattacieli al posto delle gambe. Peccato. Già per questo, ci vorrebbe una sigaretta. Me la faccio. La prima di una lunga serie. E chi li regge a questi. Sicuramente il mio sarà l’unico pacchetto sul tavolo. A occhio e croce questi usano il tabacco sciolto (che in qualche negozio vendono insieme ai sandali). Il tabacco sciolto con rollata disinvolta e sandalo accavallato fa un sacco musicista con orari spagnoli. Il musicista con orari spagnoli è un giovane esemplare della razza umana che non lavora e si dedica alla sua passione, la musica, tenendosi in allenamento durante i festini. Non lavorando, le sue attività fisiologiche tendono a traslarsi nel futuro con un ritardo di circa un paio d’ore rispetto alla tabella di marcia. Un po’ come fanno gli spagnoli che pranzano, cenano, cacano più tardi rispetto a noi, insomma sul davanzale della notte.
Nel libro “Piero Angela e l’umanità che avete sempre conosciuto pur non avendola mai incontrata”, è scritto in grassetto che i musicisti con orari spagnoli fumano tabacco sciolto e sono soliti commentare un’informazione esclamando “dai, che storia!” con la “o” un po’ aperta, quasi invidiosa della “a”, a cui la “o” tende la mano pur senza toccarla. Finto interesse tipico del finto alternativo.
Di Kris, nemmeno l’ombra. Niente pratica di inglese, stasera. Niente cosce americane.
Oltre al bolognese barbuto (barba ispida che sembra non curata mentre è curata affinché sembri ispida) e sandaloso ci sono altri due musicisti (siamo tutti musicisti…) di cui mi sfugge la sfumatura geografica borbonica, uno dei quali, mentre sistema con le unghie un po’ di tabacco (per gli amanti della statistica e di Piero Angela, era tabacco Golden Virginia, confezione verde) e umetta la cartina, mi rivolge la fatidica domanda. Del resto, non ci siamo mai visti, deve pur farmela.
La mia accompagnatrice, nota appassionata di stereotipi - tanto che dovrò consultare il suddetto libro per vedere a quale stereotipo appartengo io – è tutta occhi, sorrisi e orecchie. Finge pure lei, almeno lo spero.
E il bolognese ci sta spudoratamente provando con la tattica del “sono curioso e voglio davvero sapere che hai fatto oggi” (tradotto: voglio infilarti una mano tabaccosa tra le cosce e faremo giochini proibiti coi sandali e la bottiglia di vino). Per cui, dato che domandare e lecito e rispondere è cortesia, io e la mia normalissima, conformista e preconfezionata chesterfield light, a cui non ho mai voluto così bene, sintetizziamo la mia attività cercando di evitare le parole scatenanti. Ma essendo impossibile, mi tocca pronunciarle. Per smorzare un po’ l’ansia tengo d’occhio la chitarra sul divano sperando che rimanga lì assieme al suo strascico di vecchi successi di Battisti, degli Eagles e di De Andrè. Sì, roba buona, ma vecchia. Muffa. Che palle.
“Scrivo di cinema” dico. “Dio mi perdoni, anzi mi fulmini e poi mi perdoni”, penso.
Sia il bolognese che Golden Virginia, all’unisono: “Ma dai, che storia…”.
Pausa di riflessione psico-motoria. Sospiro. Che ora è? Presto, maledettamente presto. E di Kris, il sogno americano, nemmeno l’ombra.
Pur non sapendo nel dettaglio quale sarà la domanda successiva, ho idea dell’orbita attorno alla quale essa girerà. I miei automatismi mentali nel giro di un secondo stilano il seguente elenco: Nanni Moretti, Moretti Nanni, Nanni, Moretti. Intanto il terzo tace. E’ riccioluto, con gli occhiali e un po’ pallido, tanto che l’ho subito etichettato come l’ideologo del gruppo, il carismatico leader occulto, il Charles Manson dei musicisti con orari spagnoli, il bancomat di papà e il curriculum universitario che recita: esami fatti, 1.
E mentre il bolognese si interessa ai prossimi viaggi della mia accompagnatrice, Golden Virginia, con lo spino di tabacco infilato in un angolo delle labbra mi chiede, non senza un filo di perversione, “Lo hai visto Ecce Bombo?”. Sì, dice proprio così. Ci vorrebbe un festival di puntini di sospensione. Giuro che è tutto vero. Fa male, ma è vero.
Dov’è Kris? Dov’è il suo profumo? E le sue tette?
Io che non mento mai, perché è peccato, dico “sì”, ma quello che non dico è che Ecce Bombo è un film di Nanni Moretti del 1978 che è passato di moda nelle conversazioni a tavola dal 1979 e appartiene al periodo neolitico della mia formazione mentale, come il bondì a colazione, le figurine panini e “Tre nipoti e un maggiordomo”. Invece in pienissimo 2009 eccolo riemergere dalle tombe di un immaginario collettivo tramortito. E per bocca di uno che, credo, tenga sul comodino le memorie di Lenin, le ricette di Trotzsky, gli inestetismi del partito dei lavoratori combattenti, perché lo aiuta a costruirsi il suo personaggio. Ecce Bombo è un gusto che ha ereditato, una filastrocca mandata a memoria.
Ma più che altro. Che cazzo c’entra?
Roba vecchia, muffa. Finzione. Da universitari fuorisede del cazzo.
Non mi arrabbio, e non perché sia a casa di ospiti, ma perché in presenza di stereotipi bisogna agire con moltissima cautela.
La cautela che non si confà alla mia accompagnatrice ingenua che incalzata dal secondo bicchiere di Cannonau e dall’ispido bolognese con la sua tattica del di-vin festino, rivela alla gentile platea che l’ultimo film che ha visto al cinema è “Milk” con Sean Penn.
Purtroppo bisogna pur far conversazione. E le conversazioni sul cinema sono le più tremende in assoluto.
Comunque, non l’avesse mai detto.
L’ideologo occulto afferra la chitarra (… Ecce Lucio…) e, scuro in volto, con le “o” che tendono alle “a”, e le “e” che tendono alle “i”, afferma con la solennità di un verdetto supremo (rullo di tamburi e fiato alle trombe…) “ Io detesto il cinema americano”
Ah! Ecco Me mancava. Ma mica lo penso, lo dico proprio. E lo dico in romano con cadenza romana, strafottenza romana, e sguardo romano. Lo prendo per il culo. Tanto lo so che sta per strimpellare una cazzo di canzone di Battisti.
Con lo sdegno che si dedica solitamente ai maltrattatori di bambini, l’ideologo continua, sciorinando, tra congiunzioni e verbi, termini come imperialista, fallocentrico (questo non lo sentivo da prima che l’omo inventò il pisello), politico. E nel frattempo, il primo accordo parte.
Seguono vari commenti superficialissimi a cui io non partecipo.
Seguono ridde di nomi e di titoli a cui io annuisco o sorrido come avessi una paresi.
Seguono cambi di posizione tattica: sedia-divano; sedia-sedia; sedia-finestra.
Seguono le note di una canzone di Battisti. Come te sbagli. Mi si gela il sangue.
Mi alzo e vado al cesso.
Kris, dove sei?

martedì 23 giugno 2009

Consigli utili se volete acquistare una macchina


1) Scegliere la macchina da acquistare è una seconda attività che spesso ti obbliga a togliere tempo alla tua attività principale.


2) Non esiste la macchina che vuoi tu. Non c’è il colore, oppure se c’è arriva tra sei mesi, quella molto bella è solo a benzina ma consuma troppo, quella che consuma poco è brutta, quella che consuma poco ed è bella ha gli interni in plastica schifosa, quella bella che consuma poco e ha gli interni eleganti ha uno stereo da serie c.


3) È utile dotarsi di un secondo numero di telefono, avere quindi un cellulare per il resto del mondo e uno da dare ai venditori di macchine, anzi consulenti all’acquisto – pure la definizione del loro mestiere porta la cravatta. Io ho commesso l’errore di dare il mio numero di telefono principale al concessionario della Citroen, che ancora mi cerca.
P.s. Ricordatevi di staccare la segreteria telefonica.


4) Non perdere troppo tempo nel prendere una decisione. Qualsiasi giorno di ritardo comporta la vendita della macchina che piaceva a te e che avevi finalmente deciso di acquistare dopo una notte insonne di troppo.


5) Esiste il safety pack, cioè una serie di optional di sicurezza che però sono a pagamento. In un mondo normale – quello del mercato delle automobili non lo è – ogni macchina dovrebbe avere di serie tutti i dispositivi di sicurezza immaginabili. Così come ha volante, ruote e freno a mano. Invece la tua vita può costarti 700 euro in più.


6) Il valore di uno stereo di serie, di qualità nettamente inferiore a quelli che compri “sciolti”, parte da 300 euro. Cioè circa il doppio di uno superstereo spaziale che compreresti da Euronics.


7) Capisci che nel mercato del lavoro manca un mestiere. Dovrebbe esistere una figura professionale a cui ti rivolgi elencandogli le automobili di tuo interesse. Questo cortese maggiordomo dei motori te li riunisce tutti in un autosalone preposto, con tanto di preventivo ben in vista sul parabrezza. Il maggiordomo dovrebbe sapere tutte le risposte riguardo a consumi, rumori, valore della macchina negli anni, accessori di serie, optional e possibilmente aggiungere bonariamente un consiglio da amico. Poi tu valuti, ti prendi mezza giornata e decidi a colpo sicuro. Invece no, sei tu che devi andare dalla macchina. Ecco perché Maometto andava a piedi (e del resto il profeta cercava una jeep…)


8) Nel momento in cui decidi quale macchina vuoi, attendi una ventina di minuti e ti verranno in mente mille difetti.


9) Tu e il consulente all’acquisto parlate una lingua diversa e ogni tentativo di unire promiscuamente i due lessici è vano.


10) Quando cominci a sentire una voce che afferma che è inutile acquistare una macchina che costa come dieci stipendi quando l’uso principale che ne fai è proprio andare al lavoro, beh, ignorala. Ma sappi che ha ragione.


11) Cercheranno sempre di propinarvi un motore diesel.

lunedì 1 giugno 2009

Essi vivono...ed entrano in libreria


Trastevere. Sera tardi. Una libreria minuscola. C’è poca gente che sbircia dorsi e accarezza copertine con disimpegnata premura. Le luci al neon ti accorgi che friggono solo se giuri di non ascoltarle. Così come il fruscio delle pagine. Fuori, l’onda della folla urta morbida contro i riflessi rossastri, e frulla voci e risate. L’atmosfera è sommessa e in agguato, tra ebbrezza e riserbo. Ognuno sembra possedere il suo spazio, come postille a margine.
Poi.
Entra.
lui.
Ovvio l’abbigliamento. Ovvi i lineamenti. Ovvia la postura. E' la prima pagina del corso per corrispondenza di identikit.
Strilla.
E’ euforico.
Dice (al telefono. Ovvio).
“Ahoooo!...me sto ppe compraaa ‘a bbbibbia”
Continua.
“...Siii…iorocco…er libbro deroccosiffredi”.
Attacca.
Un passo verso la cassa.
“Che cce l’hai er libbro de roccosiffredi (…qui metterei un punto interrogativo…cioè un segno che, convenzionalmente, nella punteggiatura, sta a significare che si è fatta una domanda…ma non sono sicuro che lui utilizzi le stesse convenzioni…).
Il cassiere è un tipo flemmatico col piercing al sopracciglio e la barba incolta.
E’ vestito come un cassiere flemmatico col piercing al sopracciglio e la barba incolta.
“Ora controllo” dice con lo sguardo fisso sul monitor del computer.
Mente, sapendo di mentire.
Ostenta indifferenza ma sta sfogliando nella sua testa un booklet di mostri preistorici.
“No, non ce l’abbiamo, mi dispiace" (...mammuth...pterodattilo...velociraptor...).
"eh...Eccecredo, vavvia come erpane...vabbè...cciaooo..."
"Arrivederci", (...tirannosauro...tigre dai denti a sciabola...) risponde il cassiere con calma mesozoica.

Una ragazza spagnola stringe tra le mani una colonna di libri. Ha un vestito corto e le gambe abbronzate.

Un uomo anziano e una donna coi capelli tinti parlottano vicini con gli occhiali sulla punta del naso.

Il cassiere accavalla le gambe e si gratta la barba sul mento.

"Aho...l'hanno finito...ooosapevooo..."

Io respiro il profumo saggio della polvere. Sono tranquillo e ho le mani in tasca.






domenica 24 maggio 2009

Essi vivono...(purtroppo)


Quelli che… “ma scusa, invece di affittarla casa, perché non te la compri?”

Quelli che… “scusa ma vai a convivere, no?”

Quelli che…”ma non senti caldo? ma non senti freddo?”

Quelli che… “ Non ascolto la musica straniera perché non capisco le parole”

Quelli che… “ ah, no, io domenica vado al mare”

Quelli che… “io vado al cinema per non pensare”

Quelli che… “ al cinema ci vado per passare due ore”

Quelli che… “no, al cinema d’estate no, perché fa caldo”

Quelli che… “ma io avevo capito subito come andava a finire”

Quelli che… “come mai non avete giocato a calcetto anche se eravate 9”?

Quelli che… “scusa, ma fatte il mac”

Quelli che… “scusa, ma fatte il bmw”

Quelli che… “io senza una settimana di mare non so stare”

Quelli che… “ma perché non ti fai un viaggio?”

Quelli che… “ perché non fai un figlio?”

Quelli che… “beh dai un altro paio d’anni poi ti sposi”

Quelli che… “le hai fatte le foto?”

Quelli che… “ho fatto un sacco di foto, poi te le faccio vedere”

Quelli che… “le vuoi vedere le foto?”

Quelli che… “il libro scorre, è scritto facile, te lo leggi in due ore”

Quelli che… “com’è il film?” “carino”

Quelli che… “scusa, ma fatte la smart”

Quelli che… “scusa, ma fatte lo scooter”

Quelli che… “gli animali sono meglio degli esseri umani”

Quelli che… “ma perché non mandi il curriculum?”

Quelli che… “l’hai vista la partita?” “sì, ogni tanto giravo”

Quelli che… “i politici so’ tutti uguali”

Quelli che…”io non sono razzista, però…”

Quelli che… “ma perché non scrivi un libro?”

Quelli che… “ah, io oggi solo frutta”

Quelli che…” ah, io da adesso solo insalata”

Quelli che… “ io non fumo però mi faccio le canne”

Quelli che… “no, io solo viaggi organizzati nei villaggi”

Quelli che… “Ti do i soldi, però la fila la fai te”

sabato 4 aprile 2009

Dio salvi la Regina!

Vabbè, questo video che si candida ad essere il cult dell'anno mi suggerisce un paio di riflessioni.

La prima è che Berlusconi, un po' ci fa un po' ci è. Non è la prima volta che dà spettacolo a un summit internazionale. Sia perché è un bauscia, cioè un brillantone che millanta confidenze e amicizie che non ha per mettersi al centro dell'attenzione, sia perché comportandosi in questo modo stringe ancora di più il rapporto col suo elettorato che è talmente ebete da pensare che questi comportamenti siano una ribellione al perbenismo, uno strappo sulla tela irrigidita del protocollo. Ecco, ora ci manca solamente che il bauscia sia considerato una sorta di iconoclasta, baluardo contro l'establishment.

La seconda riflessione scaturisce dai commenti al video che ho letto qua e là su internet e che confermano la mia impressione suddetta, con il popolo del web spaccato in due tra demonizzazione del bauscia ed esaltazione delle sue qualità nazional - popolari.

Internet è diventato una specie di fogna a cielo aperto. La democrazia della comunicazione ad oltranza genera mostri. Non mi riferisco solo al caso specifico. Frequento per interesse personale vari forum, community; leggo i post della gente comune così interventista e morbosa nel presidiare la rete e vi constato un diffuso becerume, una scucitura della cerniera dialettica a favore dell'insulto gratuito, pesante, irrispettoso. E ancora più grave perché scritto, quindi pensato, riletto e non certo figlio di uno scatto di nervi.

Ripenso a quando, una ventina d'anni fa, Radio Radicale aprì le sue linee (verrebbe da dire gabbie...) telefoniche permettendo a chiunque lo volesse di lasciare un messaggio in segreteria telefonica. Ne uscì fuori un quadro deprimente di persone represse pronte a sfogarsi col prossimo usando un repertorio di parolacce disgustoso. E ve lo dice uno che, in quanto a parolacce specie a sfondo sessuale, ha degli standard molto alti. Ma in altri contesti e, spero, con un filo di ironia che in quel caso, come nei commenti sul web è del tutto assente.

Un presidente bauscia e maleducato è il parto mostruoso di un popolo di bauscia e maleducati. E scusate per il collegamento e la conclusione affrettata e semplicistica. Ma son cose che fanno cadere le braccia.

Chiudo dicendo che se c'è una cosa veramente, dannatamente rivoluzionaria ormai, questa è la buona educazione.

E poi...che Dio salvi la regina!